Dentro il cuore

AUTORE: Pedistalite
SPOILER: Btvs, Ats generali
PAIRING: Spike/original character, Angel/original character
RATING: per tutti
DISCLAIMER: I personaggi delle serie "Buffy the vampire slayer" e "Angel" appartengono a Joss Whedon, la WB, la UPN e la FOX.
L'autrice scrive senza alcuno scopo di lucro e non intende violare alcun copyright.
Sfortunatamente sono di mia proprietà unicamente Kate Meg e Liz.
Insieme a tutti gli altri personaggi che tirerò fuori dal mio magico cilindro.
Ma se qualcuno tanto fortunato da possedere David o James fosse così gentile da pensare a me per un regalo, sarei davvero contenta!
Enjoy!

Dentro il cuore

La figura luminosa era accerchiata dalle tenebre.
Da ogni parte ogni più minuscola frazione del suo essere lottava per non essere sopraffatta dall’oscurità.
Una creatura potente, e ciò che era intorno a lei poteva chiaramente percepirlo.
Un potere inarrestabile e divorante che il Primo male avrebbe disperatamente voluto per sé, se fosse mai stato capace di assumere una forma e desiderare qualcosa che non fosse se stesso.
Ma era pur sempre anche lui un’entità invincibile!
Per quanto la piccola figura disperata si dibattesse tra poco tutto sarebbe finito.

Tra poco tutto sarebbe finito.
Lo sapeva e non poteva accettarlo.
Il male non poteva vincere, o tutto ciò che di più caro aveva sarebbe andato perduto.
Strinse ferocemente gli occhi e guardò l’amuleto che si sorreggeva nel vuoto poco distante.
Le era uscito dal cuore e l’aveva trasformata.
Non poteva vedersi, ma sapeva di non essere più lei, o di esserlo almeno in parte.
Non voleva morire, non voleva sacrificarsi per il bene del mondo, dio aveva vent’anni.
Era giusto morire a vent’anni?
Cosa era diventata?
Cos’era quell’essere che era diventata? Era un mostro?
Non lo sapeva.
Non sapeva niente, solo che aveva paura ed era forte e voleva lì con lei le sue sorelle.
Perché se doveva morire per salvare loro e il mondo, le voleva abbracciare un’ultima volta.
Il primo la circondava col suo effluvio oscuro, un fumo nero e denso le penetrava nelle narici, nelle carni.
Sentiva di potersi evitare il respiro e questo la atterriva.
Dio poteva non respirare!
Cos’ era diventata, un demone?
Era morta?
Voleva piangere, voleva lasciarsi andare a quell’emozione tipicamente umana per ricordarsi che era viva.
O che lo era stata.
Voleva fuggire.
Voleva nascondersi in un angolo e tremare.
Ma come sempre nella sua vita non fece niente di quello che voleva.
Fissò gli occhi in quella massa scomposta che sembrava sommergerla e decise.
Decise che la vita era più forte.
Che c’erano tante cose meravigliose al mondo che andavano protette.
Si sforzo di credere che ce l’avrebbe fatta, e se anche non fosse stato così, qualcosa sarebbe rimasto!
Concentrò le sue energie verso quell’unico punto. Richiamò a sé la forza e pregò qualunque entità benevola di aiutarla a vincere.
Chiuse gli occhi e distese i lineamenti.
La fine…era vicina.
Lasciò defluire in lei l’energia, lasciò che si accumulasse nel suo petto tremante e quando sentì di esserne ricolma sferrò l’attacco.
Il flusso l’invase e si sentì trapassata da migliaia di spilli roventi che non lasciavano tracce nella carne. Un bagliore accecante si diffuse in quella dimensione atemporale, un fuoco salvifico cominciò a percorrere l’entità malvagia come se fosse stata improvvisamente dotata di un corpo.
Credette quasi di avercela fatta, quando il buio più nero la avvolse rubandole quella luce e soffocandola.

Spike indossò l’amuleto e scese verso l’enorme voragine che si era aperta sotto i loro piedi guardando un’ultima volta la donna che gli sorrideva.
E che gli aveva detto che lo amava.
Mai aveva fatto entrambe le cose con quella dolce rassegnazione di chi già si prepara a dimenticare. Buffy mosse la mano verso di lui nel caldo gesto di un ultimo saluto mentre sentiva le lacrime scivolare via come serpentelli luminosi.
Come a rispondere a quella muta invocazione di perdono, di ammenda per il male fatto e ricevuto, Spike la fissò col suo sorriso irriverente , il migliore del suo repertorio, non lasciò che lei dicesse altro dopo quella dichiarazione tardiva e alzò la mano in segno di resa
“tranquilla…voglio solo vedere come va a finire”.
Scomparve nel buio.

La deflagrazione fu devastante.
Fino a un solo attimo prima credeva di essere spacciata e ora di fronte a lei il primo male si ritraeva. Come a volerla proteggere dall’oscurità incombente si erano materializzate due figure.
Rifulgenti, bellissime e inumane.
Si voltarono simultaneamente a guardarla e lei con orrore si accorse di non aver voce per gridare. Allungarono le braccia eteree verso di lei e finalmente si accorse di quanto fossero simili alle proprie. Le guardò sconvolta da un sentimento che si avvicinava alla gioia ma che era venato di terrore nell’apprendere che ciò che era avvenuto a lei, era successo anche alle sue amatissime sorelle.
Si unirono in un abbraccio immortale, divine bellezze potenti e permisero alla forza ferale dei loro amuleti di scagliarsi contro l’origine di quell’inferno.

Lasciò che la sua mente si svuotasse.
Non voleva avere rimpianti Spike, o ripensamenti.
Non voleva ragionare su ciò che stava facendo e capire che l’umanità che l’aveva sempre disprezzato non meritava quell’ultimo rifulgente sacrificio.
Non voleva pensare a lei che gli aveva detto che lo amava e la risposta che lui le aveva dato
–no, non è vero-
mentre l’unica cosa che realmente voleva era baciarla e donarle tutto l’amore che aveva per lei e che ora, lo sapeva, non sarebbe stato rifiutato.
Non voleva andare incontro al suo giorno speciale convinto di stare facendo uno stramaledettissimo errore.
Voleva morire come era vissuto.
Da guerriero.

Il primo si sentì fortemente indebolito, veniva attaccato su due fronti da due entità potenti.
Sapeva che sarebbe uscito sconfitto da quello scontro.
Ma c’era ancora una cosa che poteva fare…

La luce che emanarono i tre corpi uniti fu loro quasi fatale, almeno quanto lo fu per il primo.
Le loro mani si separarono costrette da una forza a loro superiore e vennero scagliate lontano l’una dalle altre.
L’energia che loro stesse avevano creato gli si rivoltò contro potenziata dal primo e le sommerse con violenza.
Si aprì una voragine che le risucchiò strappandole dal loro confortante contatto.

L’ultima cosa di cui fu cosciente fu il tremendo impatto con qualcosa di rassicurantemente solido da poter essere terreno. Si guardò intorno smarrita prima di chiudere definitivamente gli occhi svuotata dì ogni forza.
Era sulla terra.
Era viva.
Era…sola.

Angel stava guidando sulla superstrada verso LA.
Doveva tornare a casa e parlare con Westly prima che le rivelazioni delle ultime ore lo distraessero.
Buffy amava Spike…
il suo vecchio rivale e prima ancora il suo childe;
suo…fratello.
Sorrise al pensiero che saperla innamorata di qualcosa che almeno parzialmente era suo rendeva quel dolore sordo un po’ più sopportabile.
Quando un bagliore accecante illuminò il buio della strada desolata sterzò velocemente.
Fermò l’auto e scese a vedere chi, o…cosa era caduto da quel vortice spazio-temporale già richiuso, pronto a combattere e distruggere qualunque cosa fosse.
Perché ogni demone che lui sconfiggeva era un demone in meno per la cacciatrice.
E lui avrebbe fatto qualunque cosa per la cacciatrice.
Avanzò dietro una cunetta di terreno con i pugni protesi verso l’avversario, il volto trasfigurato in quello della caccia… e fu allora che la vide.
Una piccola figuretta straziata.
Riversa sul terreno, sciupata come se avesse affrontato una battaglia devastante, eppure anche in quello stato incredibilmente bella.
La prese tra le braccia spinto dal desiderio di proteggere un fiore già calpestato così delicato che chiunque avrebbe potuto spezzarlo definitivamente.
I lunghi capelli lucenti scivolarono dalle sue braccia in un nero ammasso scomposto ed Angel si sorprese di quanto fosse leggera e profumata nonostante l’aura di morte che poteva chiaramente percepire intorno a lei.
La guardò perplesso
–un solo buon motivo per caricartela in macchina e portarla con te invece che all’ospedale più vicino…-
Come se la ragazza avesse potuto intuire i suoi pensieri aprì leggermente gli occhi rivelandogli due gemme screziate di viola, un colore che lui non aveva mai visto in un essere umano, e gli sorrise. Di un sorriso dolce e sinceramente felice prima di ripiombare nell’incoscienza.
Angel la strinse a sé, riassumendo sui suoi lineamenti quella bellezza innaturalmente umana e avviandosi verso l’auto parcheggiata con i fari accesi sul ciglio della strada.
Aveva trovato il motivo che cercava.

La luce accecante che l’aveva separate dalle sue sorelle la lasciò ansante e percorsa da tremiti nella desolazione di un paesaggio infernale.
Ma almeno era…viva?
Si mise in piedi cercando di lottare contro il senso di vertigine che l’invadeva.
I suoi sensi acuti le permisero d’individuare una figura che avanzava verso di lei.
Si voltò in cerca di una via di fuga e vide solo una landa tristemente desolata.
Capì all’istante che se non voleva morire avrebbe dovuto cominciare a correre.
Mosse qualche passo e con orrore si rese conto di essere troppo stanca e provata dalla battaglia col male per potersi muovere.
Si voltò sperando di riuscire a resistere ad un altro attacco mentre la figura che prima a stento riusciva a scorgere si era fatta incredibilmente più vicina.
Stancamente allungò una mano verso la figura indistinta che per la stanchezza non riusciva a mettere a fuoco, sperando di avere ancora un po’ di magia in corpo per scaraventarlo lontano.
Come aveva temuto non sortì nessun effetto e gli occhi le si riempirono di puro terrore quando vide l’ammasso pesto e sanguinante arrivarle di fronte e crollarle addosso con tutto il suo peso.
Si lasciò trascinare a terra, incapace di respingere quell’assalto brutale e si chiese se avrebbe avuto il tempo di capire se era già morta e se all’ inferno si poteva morire due volte.
Disperatamente attese un colpo fatale che non venne mai.
Coraggiosamente sbirciò la massa informe di capelli biondo platino sporchi di sangue sicuramente suo, abbandonata sul suo petto.
Sembrarono passare ore, ma sicuramente nel posto in cui erano il tempo era un concetto relativo. Finalmente trovò la forza di scostarselo di dosso e spostarlo su quel terreno umido e viscido prima di sdraiarsi di nuovo stremata.
Si girò a guardarlo attentamente: non respirava, era…morto?
Un uomo gli era morto addosso in quel posto dimenticato da dio?
Poteva sopportare quell’orrore dopo tutto ciò che aveva già visto!
Si tirò su a sedere e gli allungò una mano a tastare la giugulare, era vero: non pulsava.
Stava cercando già di alzarsi quando la mano del morto raggiunse la sua ancora sul suo petto e rilasciò un grido isterico.
Spike semi-incosciente la strinse facendo scemare il suo urlo nel freddo del suo petto.
“ti prego…chiunque tu sia…non lasciarmi solo”
le sussurrò all’orecchio prima di svenirle tra le braccia.

§§§

Dov’era?
Dove erano le sue sorelle?
Guardò intorno a lei e scoprì un terrificante buio innaturale.
Che non aveva mai visto.
Nemmeno nelle notti più nere, nemmeno negli occhi dei demoni più oscuri.
Era un buio denso quasi. Senza possibilità di vedere, provò a muoversi e scoprì di non riuscirci. Qualcosa la tratteneva.
Cominciò a tremare irrefrenabilmente quando sentì un ghigno emergere da quel buio e prendere consistenza, quasi…circondarla.
“bene, bene, bene! Sapevo che eri tu la più debole!”
la voce pareva arrivarle da qualsiasi direzione e lei non riusciva a capire quanto fosse vicina.
“chi sei?”
si ritrovò a chiedere disperata, le sembrava quasi di poterla riconoscere.
“tu sai chi sono. Sono anni che lo sai”
era atterrita “No. non è vero, non so chi sei! Chi sei?”
dal buio arrivarono a colpirla feroci delle frustate che lei sentì abbattersi sulla pelle e scalfirla. “Aaaaahhhhh” gridò disperata.
Cercò di riprendere fiato “fatti vedere se hai coraggio”
“coraggio? Uno come me non sa che farsene del coraggio! Scoprirai giglio che neanche tu saprai che fartene del coraggio se avrai il potere!”
quella voce le sembrava così dannatamente familiare.
La sentì proruppere in una risata stridula.
“si tesoro, quasi ci sei! Coraggio…” ghignò crudele “sforzati un pochino”
“luce…” esalò un respiro profondo per cercare di non svenire e intorno a lei si accesero tante piccole fiammelle che le rivelarono il volto orrendamente trasfigurato in un ghigno maligno di sua sorella
“Kate…” ebbe appena il tempo di sentire il suo cuore scoppiarle nel petto prima che una nuova scarica di frustate la devastasse
“non ti avevo insegnato, sorellina, a rispettare gli anziani?”.
Perse conoscenza.

Non voleva aprire gli occhi.
Aveva così tanta paura di aprire gli occhi e accorgersi che era stato tutto un sogno!
Che nessuno l’aveva salvata ed era ancora riversa sul freddo terreno dopo la caduta dalla dimensione in cui il primo l’aveva richiamata.
Cominciò a tremare mentre piano riprendeva conoscenza.
Era al caldo. Stranamente.
Poteva sentire un dolce peso morbido su di sé. Coperte?
Una voce percorsa da un tremito preoccupato pronunciò qualche parola concitata, ma lei non riusciva a sentire bene.
Un incessante ronzio le opprimeva il cervello; non ricordava bene cosa fosse accaduto.
Chi l’aveva stretta a sé per darle un po’ di calore.
Si sforzò di aprire gli occhi e vide solo immagini sfocate…

“Cordelia va a chiamare Angel! Si sta svegliando”
Westly appariva sicuro di sé mentre si sforzava di mantenere sotto controllo la situazione e le sue emozioni.
Dio, l’avevano salvata! Se solo ripensava a quegli ultimi terribili due giorni…

Westly non aveva la più vaga idea di ciò che aveva potuto ridurre quella ragazza in quello stato. Quando Angel era tornato a casa con quel fagottino di carne tra le braccia era stato subito chiaro a tutti che la situazione era molto grave.
La ragazza era sudata e tremante e sebbene esteriormente non aveva segni di ferite era palesemente ovvio che il suo corpo stesse combattendo la battaglia per la sopravvivenza.
Veniva incessantemente scossa da tremiti che sembravano poterla spezzare da un momento all’altro.
Angel non aveva perso tempo a cercare spiegazioni che non aveva.
Risolutamente prese a controllare tra le migliaia di pregiati volumi della sua biblioteca qualcosa che potesse salvare quella giovane vita.
Ma era come muoversi alla cieca in un buio pesto.
Se non capiva cosa la stava divorando non avrebbe nemmeno mai saputo come proteggerla.

Cordelia lo guardava seminascosta dall’ombra della scaffalatura
“Angel che posso fare?” si torceva le mani, era davvero preoccupata anche se non sapeva chi fosse quella ragazza e lui non aveva neppure cercato di spiegarglielo.
Era terribile guardare qualcuno morire e non poter fare niente.
Alle volte si sentiva così inutile e sciocca… come in quel momento.
Quando il vampiro si voltò verso di lei, temette di venire cacciata.
Come quando era a Sunnydale, a casa sua.
Dove tutti pensavano che lei fosse una stupida reginetta senza cervello incapace di qualsiasi azione che non riguardasse trucco o shopping: tristemente le uniche qualità che le si riconoscevano.
Angel la guardò abbozzando un sorriso tirato.
No, non era più a Sunnydale.
“va a vedere se Wes ha bisogno di qualcosa”
lei esitò nell’ombra come se non volesse lasciarlo
“tranquilla piccola! Sono solo stanco”
“e preoccupato! Angel sei sicuro che non posso fare niente per te?” si sentì di nuovo tremendamente stupida a fare quella domanda.
Lui lasciò il volume che stava esaminando e andò verso di lei, le prese le mani tra le sue
“Cordy, a quanto pare qui dentro sei l’unica che non è ancora uscita fuori di testa! Ti prego non farti prendere dal panico anche tu” la guardò con quel suo sorriso gentile e il suo modo unico di farla sentire indispensabile.
Si voltò per ritornare ai suoi volumi e mentre lei già si avviava fuori la richiamò
“ah Cordy… attenta che non spacchi niente! Lo sai come fa quando perde la testa!”

Trovò Westly alle prese con una pozione fumante che avrebbe potuto regalare al corpicino ferito un po’ di sollievo.
L’uomo alzò gli occhi dal tavolo su cui stava lavorando per osservarla, in attesa.
Aveva paura di fare quella domanda, di scoprirsi impotente una volta di troppo.
E infine cedette “ha trovato qualcosa?”
Cordelia scosse il capo debolmente “dice che non possiamo salvarla se non scopriamo cosa la distrugge”
Wes la fissò, aveva nelle iridi qualcosa di troppo pericolosamente vicino alla rassegnazione.
E Cordelia lo capì e gli andò vicino.
E gli diede uno schiaffo.
“no, hai capito? No. Noi non ci rassegneremo a vederla morire solo perché sembra troppo difficile. Faremo del nostro meglio perché in questa lunghissima giornata troppe persone hanno rischiato di morire…e chissà quante sono morte davvero a causa del primo!”
si asciugò una lacrima, sfinita.
E Westly la guardò con uno sguardo meravigliato che sconfinava nell’ammirazione
“Cordelia…”
mormorò tenendosi la guancia con la mano e…abbozzando un… sorriso?
“che hai da ridere? Ti ho appena schiaffeggiato!”
“…sei un genio!”
Non ebbe il tempo di mostrargli la sua bellissima espressione stupita.
Era già corso fuori dalla stanza.

Lavoravano ininterrottamente da ore; ma adesso che sapevano cosa la straziava nel corpo e nello spirito erano animati da una nuova speranza.
Angel dopo averle somministrato l’ennesima pozione di protezione contro l’influsso malefico del primo e averle attaccato una flebo di soluzione salina per impedirle la disidratazione, si decise finalmente a sedersi sulla poltrona di fianco al suo letto per guardarla riposare, mentre i suoi tratti lentamente si distendevano.
L’intuizione involontaria di Cordelia l’aveva salvata.
Che idiota a non averci pensato lui stesso.
Era così curioso di sapere come una ragazzina come lei potesse essere finita nelle grinfie del male. Strinse i pugni e digrignò i denti pensando alla sofferenza che doveva aver subito.
Si rilassò immediatamente quando la calda mano di Cordelia gli toccò la spalla.
Fece appena in tempo a riprendere i lineamenti umani per evitare che lei si accorgesse che si era trasformato.
Doveva stare attento.
Angelus veniva fuori se lui non si controllava.
E questo nessuno lo sapeva.
Difficilmente avrebbero capito che non era un’infezione da cui un giorno sarebbe potuto guarire. Eppure lei…
“Angel perché non vai di là a riposare un po’? resto io con lei, e poi verrà Westly! Ho convinto anche lui ad andare a dormire! Se si sveglia o…peggiora… ti chiamo”
esitò un istante, sperava di non aver usato una cattiva scelta di parole.
Sapeva per esperienza che se il suo capo avesse sospettato che la ragazza non era definitivamente fuori pericolo non si sarebbe mai deciso a lasciarla.
Come se la sua sola presenza avrebbe potuto proteggerla dai mali che se la contendevano.
Le regalò un sorriso rassicurante.
Il primo dopo quelle ore difficili.
“hai ragione! Non mi ero accorto di quanto fossi stanco”
passandole vicino le tirò su il mento per esaminare il visino sciupato
“anche tu non scherzi! Forse dovrei restare io e mandare a dormire te!”
lei gli sorrise e spostò via la mano con un gesto fintamente altezzoso “se non ti levi subito dai piedi non so che ti faccio”
le depose un bacio sulla guancia “grazie”
e uscì.

Westly posò delicatamente un plaid sulla figura addormentata di Cordelia mentre prendeva il suo posto al capezzale di quella strana ragazza piombata appena due giorni prima nelle loro vite. Non sapeva neppure il suo nome, ma era insolitamente protettivo verso di lei.
Forse dipendeva dal fatto che in quelle ultime ore terribili non aveva fatto altro che cercare un modo per salvarla.
Le carezzò via dal viso un ciuffo nero scomposto, rassicurandosi nel vederlo rilassato nei suoi lineamenti perfetti…quasi…sereno.
–ah piccolina quanto ci sei andata vicino!-
sentì la mano di Cordelia al suo fianco che piano gli carezzava la fronte accigliata.
Si sorrisero.
“hai fatto un buon lavoro Wes!”
“già ma senza la tua illuminante intuizione…”
“che fai sfotti? Guarda che con un po’ di tempo in più per riflettere ci sarei arrivata lo stesso!! Al contrario di voi due geni!”
“si, si certo…”
la sua attenzione fu attirata dal fagottino che si muoveva
“Cordelia va a chiamare Angel! Si sta svegliando”

§§§

Due grandi occhi viola lo guardavano e sorridevano.
Sorridevano senza timore davanti alla sua espressione sbalordita, mentre una folle paura lo inghiottiva.
Mentre la sua vera natura veniva a galla e si trasformava.
E quegli occhi continuavano a sorridere.
Mentre invaso da una paura accecante afferrava la ragazzina inerme e la trafiggeva con i suoi canini affilati.
Mentre il corpicino si abbandonava tra le sue braccia forti e continuava a sorridere senza paura, mentre i suoi artigli più affilati di quelli della morte la strappavano alla vita…
Il bussare discreto di Cordy lo svegliò di soprassalto da quell’incubo orribile.
“solo un momento..”
si toccò il viso per detergere le goccioline di sudore che lo imperlavano e si accorse che si era trasformato.
Di nuovo in quelle poche ore.
Non gli era mai successo così spesso.
Qualcosa non andava…non era il momento di pensarci.
Aprì la porta mentre si infilava una maglietta
“è successo qualcosa?” chiese vedendo la sua espressione agitata
“si!” rispose lei, quasi gridò per lo stress trattenuto delle ultime ore
“si sta svegliando”

La prima cosa che vide quando si sentì abbastanza forte da azzardare un contatto visivo col mondo furono i suoi occhi.
Non aveva mai visto degli occhi come i suoi.
Di un semplice e ordinario colore scuro, ma che racchiudevano un magnetismo, una forza che la attirava a sé senza un attimo di tregua.
Aveva gli occhi del suo salvatore, ma non era lui.
Sorrise di nuovo prima di addormentarsi serena.

Sentì il freddo dell’acciaio affilato contro la carne.
Con un urlo e uno sforzo di volontà aprì di nuovo gli occhi.
Il coltello che la scalfiva era tra le mani della sorella che amava.
Pianse disperatamente
“Kate perché mi stai facendo questo? Siamo sorelle e ci vogliamo bene! Ascoltami, non sei in te!” “mai stata meglio tesoro” le brillò negli occhi una luce diversa prima di
sferrare un altro colpo.
–Kate…Meg…sorelline…-
svenne.

Non poteva essere tanto male l’inferno, se si sentiva in quel modo!
Se sentiva quel senso di protezione e sicurezza che raramente aveva trovato in qualcosa che non fosse la follia di Drusilla.
Era perso in una specie di limbo che odorava di buono e aveva la consistenza dolce di due braccia di donna.
Forse era…Buffy?
Forse si era gettata nel fuoco dietro di lui per salvarlo.
Per strapparlo dalla bocca dell’inferno prima che ne venisse inghiottito!
Si…doveva essere andata così!
Non ricordava, però. Non ricordava, maledizione!
E Spike era sicuro che se Buffy l’avesse seguito e salvato e…stretto,
se lo sarebbe ricordato sicuramente!
Doveva cercare di capire dove si trovava. Ridiventare padrone della situazione.
Ma come, come? Era così debole! Sentiva bruciature e dolori colpirlo ovunque.
Cercò di spostare un braccio per toccarsi la faccia, ma non ci riuscì. Faceva troppo male!
–apri gli occhi, idiota-
cercò di lottare contro l’incoscienza.
Invano.

Mio dio la soffocava! Qualcuno…qualcosa la colpiva.
Le sembrava d’impazzire dal dolore!
–cosa cosa COSA?-
si sforzò di non gridare per non svegliare quel corpo martoriato che si dibatteva nel sonno.
Non se l’era sentita di lasciarlo dopo la sua disperata invocazione.
–per andare dove? Almeno con lui non sarò sola!-
egoisticamente l’aveva stretto per ricevere un po’ di calore da quel simulacro di contatto.
–calore? È freddo come un morto! È morto!! È un vampiro. Un demone. È malvagio. Mi ucciderà. Devo scappare. Lasciarlo qui prima che si svegli! Per andare dove?-
poi l’aveva guardato bene.
Aveva un’espressione sofferta e sembrava essere un sopravvissuto, come… lei!
Cominciarono a vorticarle in testa le domande.
Le sue sorelle? Dov’era? Era morta? Lo guardò di nuovo –chi sei?-
si sentì stringere e riconobbe in lui la sua stessa disperazione e allora per un momento ricambiò la sua stretta davvero…
Poi arrivò il dolore.
Improvviso, inaspettato e rovente.
E arrivò il grido di sua sorella Liz a trapassargli il cuore.
Irrazionalmente si alzò vincendo la stanchezza e cominciò a gridare tenendosi la testa fra le mani e stringendo le palpebre.
Mormorava parole sconnesse “sorellina… qualcosa di terribile… qualcuno…mi aiuti!”

Spike la vide.
Riprese i sensi e vide quello spettacolo.
Un essere…se fosse stato vivo l’avrebbe definito…rifulgente.
Era… se era una donna quello non poteva essere l’inferno! Perché una creatura luminosa come lei non poteva fare niente di così efferato da meritarsi l’inferno!
La guardò e sembrò dimenticarsi del dolore.
Danzava, si muoveva circondata da una musica e canticchiava parole che non riusciva ad afferrare.
Rimase fermo a calmare il dolore che il suo corpo gli trasmetteva a ondate cercando di ricordarsi chi diavolo l’aveva convinto a fare l’eroe!
“ehi dolcezza…”
si sorprese quando in quella dimensione senza tempo e spazio gli giunse alle orecchie la sua voce. Gli arrivò con qualche secondo di ritardo, come un goal durante una partita trasmessa via satellite.
E la riconobbe terribilmente roca e stanca molto più di quanto credeva.
Ma fu allora che fece attenzione a qualcos’altro.
Non era musica…erano grida.
Non stava cantando…chiedeva aiuto.
E non stava ballando, ma si stava dimenando in preda a un dolore lancinante.
Dimenticò il male che sentiva, dimenticò lo stato in cui era e che poteva venire rifiutato o spaventarla.
Andò verso di lei arrancando e le strinse le braccia per impedirle di farsi del male.
La voltò verso di sé strattonandola “che hai? Cosa ti fa male?”
la ragazza continuava a tenere gli occhi serrati e a dimenarsi, ignorandolo.
Gli strinse un braccio ferito e lo fece gridare “maledizione!”
se l’era lasciata scappare dalle mani e ora si dimenava di nuovo in preda alla follia.
–ai mali estremi, estremi rimedi-
attinse la forza da quello che sembrava il serbatoio inesauribile del suo demone e la riprese tra le braccia…

Angel la riprese tra le braccia dopo che aveva spaventato Cordelia e mandato Westly a sbattere contro il muro in preda a una forza innaturale.
Con la forza che solo un vampiro poteva avere la rimise a letto e la bloccò con il suo peso “Cordelia vedi come sta Westly!”
gridò all’impacciata figura che se ne stava tutta tremante nell’angolo della porta.
“e porta qui delle corde se di la va tutto bene!”
lo fissò come inebetita da quello scoppio di energia distruttiva in quel corpo che faticava perfino a tenere gli occhi aperti.
“muoviti!” gridò imperioso, risvegliandola da quel torpore.
Corse fuori dalla stanza.
Solo allora Angel si accorse che sul corpo sotto di lui si aprivano e richiudevano incessantemente ferite di coltello.
In modo talmente preciso e veloce che non riusciva neanche a sentire l’odore del suo sangue. Westly entrò trafelato seguito dalla donna. Aveva con sé delle funi
“non mi piace l’idea di legarla Angel!” sospirò “ma credo non ci sia altro modo!”
“lo credo anch’io” disse mentre serrava quelle braccine segnate dai colpi ed evitava una ginocchiata attentatrice alla sua virilità.

Perse completamente il senso della realtà mentre ci volle tutto l’impegno dei due disperati per legarla al letto senza che potesse far del male a se stessa o a loro.
Completamente immobilizzata, gli spasmi del suo corpo sembrarono calmarsi, ma cominciò a ripetere come un’incessante litania un nome e qualcos’altro di incomprensibile.
Angel si chinò verso di lei per sentire ciò che diceva. Disse solo “lei…soffre”

Spike la bloccò contro di sé e lasciò che un’espressione feroce gli si dipingesse sul volto “mi vuoi dire che cazzo succede?”
lo fissò in uno stato di semi-incoscienza
“lei…soffre”
si accasciò come svuotata e si lasciò cullare.

La figuretta scarna ebbe l’energia di sollevare lo sguardo e azzardò un sorriso
–nonseileinonseileinonseilei-
guardò il primo male con le sembianze della sua adorata sorellina e le scese un rivolo salato lungo la guancia pensando a quanto l’aveva odiata fino a poco prima…
fino al momento in cui aveva capito.
Perché era stata raggiunta dai pensieri delle sue sorelline e aveva sentito il suo dolore attraverso di loro.
Venivano colpite dalla sua sofferenza come fossero state le proprie. No, non doveva credere ai suoi occhi, perché il male sapeva ciò che la feriva e ne approfittava. “qualunque cosa volessi ottenere con questa operetta…stai fallendo...”
abbassò il capo quando venne squassata da un attacco di tosse,
rialzò la tasta sull’espressione irata
“…miseramente! Io so chi sei”
la figura mutò dinanzi ai suoi occhi ritrasformandosi in un’entità incorporea.
Nel buio salato delle sue lacrime lo vide avvicinarlesi tanto da poter avvertire il suo tanfo di morte “credevo fossi la più debole. Questo cambia tutto!”
provò una feroce trafittura quando capì che il primo le aveva inciso le vene dei polsi.
Il dolore si tramutò in orrore nel momento in cui capì che non voleva ucciderla.
Attraverso il sangue…
le stava entrando nel corpo…

§§§

Angel guardò il visino sciupato addormentato teneramente e di nuovo sereno.
Avrebbe avuto molte domande a cui rispondere non appena si fosse svegliata.
Decise che era il momento di sciogliere i legacci che la imprigionavano e delicatamente la liberò; constatando che la sua irruenza le aveva lasciato dei lunghi segni rossi di pelle spellata sui polsi e le caviglie.
-…e non so neppure il tuo nome, piccola-
quando le liberò le braccia la ragazza inaspettatamente gliele passò intorno al collo approfittando del suo protendersi verso di lei.
Ancora incosciente
–probabilmente sta sognando-
si districò piano da quel contatto lieve senza in realtà averne alcuna voglia e uscì discretamente dalla stanza.

Si era seduto a terra e aveva continuato a tenerla fra le braccia perché solo così il tremito convulso del suo corpo sembrava calmarsi.
Ma anche Spike non stava bene. La testa gli pulsava
–bravo eroe! Salva il mondo a rischio del tuo culo! Ma perché certe cose non le lasci fare a Angel? Ah vecchio Spike… ti stai rammollendo! Con una mora come questa tra le braccia dovresti sapere cosa fare! Bè certo che se avessi anche solo un osso sano ci proverei!-
i suoi lineamenti vennero deturpati da una smorfia di dolore dopo aver constatato che faceva male anche solo provare a sorridere.
Si stese sfinito con un peso caldo di carne e capelli sul petto aspettando di riposare in una rassicurante notte che, ne era dannatamente certo, non sarebbe arrivata.

Alzò la cornetta e compose un numero, attese tre squilli prima che la donna rispondesse.
Sapeva ostinatamente per quale diavolo di motivo lo ricordasse ancora a memoria.
“Buffy”
un breve silenzio dall’altro capo del filo
“a quanto pare ce l’hai fatta!”
“si. Si è…andato tutto come…volevamo”
sembrava strana, era sicuro ci fosse qualcosa che non gli diceva
“avete avuto…perdite?”
“si. Una.”
un gelo l’invase, non aveva voglia di scoprire chi era stato l’eroe sta volta, ma lei impietosa nemmeno se ne accorse
“Spike”
rimase in silenzio per più di qualche attimo
“Angel…stai bene?”
“e tu? Come hai preso la cosa?”
“ho una vita e una sorella! Lo sai, per il momento posso permettermi di non pensarci!”
“certi dolori vanno vissuti, o ci si dimentica perfino il perché…di quei dolori se li si nasconde sotto qualcos’altro”
“già! Tu sei sempre un maestro in certe cose!”
incredibile! Capace di ferirlo anche senza motivo “mi preoccupo, e come al solito faccio male! Non sei più una ragazzina; ma pensavo solo che non sarebbe la prima volta che fingi che tutto vada bene e poi ti ritrovi a esplodere e distruggere gli altri insieme a te stessa”
“grazie per l’analisi Angel, ma non sei il mio psicologo. Non so neanche esattamente cosa…sei, per me! E ora ti prego…almeno per qualche tempo…non mi cercare! Sto davvero cercando di rimettere insieme i cocci!”
aveva riagganciato.
Si era sorpreso davvero quella volta.
Nonostante lei avesse il suo cuore in mano e continuasse imperterrita a stritolarglielo…
faceva sempre…meno male.
–forse è vero che dagli errori alla fine qualcosa s’impara.-
tristemente pensò che per Spike non era stato così.

Un ghigno prese a brillare là dove fino a poco prima era scolpita un’espressione di angoscia.
Con un gesto della mano fece scomparire il tetro sfondo incolore e dal nulla, allo schiocco delle sue dita, apparve un castello solitario, impervio, arrampicato su una rupe e circondato da un intricato labirinto di vegetazione in putrefazione.
Il castello rifulgeva come un’icona di perdizione in un paesaggio di rovina.
Si ritrovò seduta su un trono tempestato di piccole gemme bianche.
Non ricordava chi era, non sapeva perché stesse soffrendo così tanto e perché invece ora si sentisse così forte.
Solo un pensiero nella sua testa la confondeva…
due nomi che si ripetevano incessanti come una cantilena…
una voce che a stento riusciva a riconoscere…era stata la sua?
Si prese la testa con le mani, improvvisamente colpita da un forte dolore…
-ricordare fa… male- sibilò qualcosa dentro di lei.
Chiuse gli occhi e li distese, nuovamente padrona di sé.
“Sono vive…”

Aprì gli occhi, davvero felice di sentire di nuovo il suo corpo dopo la sensazione continua di spossatezza che a lungo l’aveva invasa.
Si guardò intorno spinta dalla sua indole curiosa, tirandosi su a sedere in quel letto di lenzuola fresche. Non riconosceva niente.
Scoprì le lunghe gambe e mise i piedi nudi sul pavimento di maiolica.
Con sorpresa si accorse che c’erano due pantofoline rosa cipria alla base del letto, le infilò e si tirò in piedi.
Troppo tardi si rese conto che lo sforzo era largamente superiore alle sue attuali capacità.
Mosse un passo sperando di riacquisire una parvenza di equilibrio, ma ancora una volta si era sopravvalutata.
Non sentì le forze venirle meno, ma vide il pavimento sempre più vicino;
pensò in uno sprazzo di lucidità che si sarebbe fatta male impattando con la sua fredda e dura consistenza e chiuse gli occhi.
Ma l’impatto non fu affatto doloroso, sentì come se il freddo quasi la cingesse amorevolmente
–deliri Kate avrai la febbre-
Ma quando si sentì sollevare e rimettere a letto da due braccia vigorose si costrinse a schiudere le palpebre.
Lo guardò inclinando il capo, sembrava proprio averlo già visto da qualche parte.

Angel la riafferrò praticamente al volo lanciando uno sguardo a Westly che beatamente ignaro continuava il suo sonno sulla poltrona.
L’uomo le sorrise “e si! Dovevo aspettarmi che ci avresti provato! Sei troppo debole piccolina”
le sistemò il cuscino per farla stare comoda e lei lo fissò come se fosse un alieno in procinto di staccarle la testa.
La chiamava piccolina??!!? Ma chi cacchio era questo qui? Dove si trovava? Era in mano ad un folle? Ricordò chiaramente di essere stata legata…
tutte quelle domande le facevano girare la testa!
Gli riservò uno sguardo feroce e provò a dire qualcosa di incredibilmente minaccioso, ma quando incrociò il suo sorriso gentile…non quello delle labbra, quello delle iridi, incredibile! Risplendevano quasi di bagliori ambrati mentre sorrideva…
e le ricordò che assomigliava troppo, il suo sguardo, a quello del suo salvatore.
Le uscì dalla bocca un gemito strozzato e il secondo tentativo non andò meglio.
Lui le tirò su le lenzuola “adesso dormi”, le fece il gesto del silenzio col dito e le indicò una figura pateticamente addormentata con gli occhiali che gli scivolavano dal naso.
Rise, suo malgrado, della situazione, del tipo perso in poltrona, del suo “salvatore misterioso” che si, quando ci pensava la faceva sentire un’idiota, rise di se stessa perché si accorse di non ricordare nemmeno il suo nome…e questo la fece ridere di meno.
Angel si accorse che si era rabbuiata, perdendosi in chissà che riflessioni e decise che avrebbe avuto tempo per riflettere. Ora doveva solo stare meglio.
“tranquilla piccola, andrà tutto bene”
riportò la sua attenzione su di lui e riuscì finalmente a sentirsi di nuovo padrona della sua voce
“ma tu chi…chi diavolo sei?”
le sorrise nuovamente, benevolo
–non sai quanto ci sei andata vicino!-
“Angel” rispose.
Stava per chiedergli se per caso era uno scherzo, ma era già uscito dalla stanza.

La strana ragazza lo stava fissando.
Era da un po’ che si erano entrambi svegliati ma, come in un tacito accordo, non si erano ancora rivolti la parola.
Troppo occupati a riflettere sul posto in cui si trovavano per preoccuparsi della reciproca compagnia.
La fissò a sua volta.
“Allora dolcezza, dove credi che siamo?”
Credette quasi di non essere in grado di liberarsi dall’incantesimo di quello sguardo sfrontato e luminoso come due stelle polari.
Sbatté le palpebre un paio di volte prima di collegare il cervello al resto di se stessa e accorgersi che aveva parlato.
Lo guardò di rimando, come istupidita
–quello mi potrebbe uccidere da un momento all’altro. Quello mi mangia! Perché ancora non ci ha provato? Forse è troppo debole, oppure, omiodio, sta aspettando il momento buono, oppure mi vuole tenere in vita fino a che non sarà davvero disperato!! Sono la sua unica <scorta alimentare> concentrati! Concentrati su quello che dice, maledizione!!-
Spike era lì in attesa “troppo difficile amore? Non mi capisci, te lo sillabo?”
si mise in piedi infastidita e fece un girotondo su se stessa per imprimersi nella retina la deprimente pianura.
“perché, non ci arrivi da solo? Vuoi che ti faccia un disegno? E poi…”
si voltò per riservargli la sua stessa identica occhiata di poco prima
“…credo che la vera domanda sia: come ne usciamo?”
Spike si alzò in piedi a sua volta “è l’inferno, bambina! Credi che sia così facile uscirne? Chi viene spedito quaggiù di solito ci rimane per sempre…”
gli vennero in mente i casi particolari di Angel e Darla
“…o quasi!” proseguì accigliato “e poi guardaci: siamo due relitti! E invece per avere anche solo una chance dovremmo essere al massimo… perché sei qui?”
“come?”
i cambi d’argomento improvvisi la irritavano.
Spike alzò gli occhi al cielo di quella strana tonalità aranciata.
-Molto strano per un inferno! Quasi…allegro-
in un gesto teatralmente esasperato
“io so perché sono qui! Ma tu. Tu cosa hai combinato? Devi essere stata molto cattiva per meritarti questo”
sollevò la mano in aria “mi piacciono le donne pericolose..”
cercò di dare alla frase un che di sensuale; ma detto da uno che aveva la faccia ridotta a un ammasso bruciaticcio e sanguinolento era solo…patetico?
Guardò di nuovo i suoi occhi che nonostante l’arsura del volto emanavano un magnetismo che nessuna donna si sarebbe sentita di ignorare.
No, forse no!
Va bene! Avrebbe giocato al suo gioco!
“si lo immagino cosa puoi aver fatto tu per finire divorato dalle fiamme!”
“non solo metaforicamente, a quanto pare”
si toccò il viso infastidito, immaginando lo stato in cui era il resto del corpo e chiedendosi come mai aveva ancora i vestiti
“stranezze infernali!!”
“come?”
fece un giretto intorno a lei assumendo involontariamente il suo atteggiamento da predatore “diventi ripetitiva bambina!”
“quanti bambini hai ucciso?”ignorò la sua faccia sbalordita “sei qui per questo giusto? È per questo che mi chiami bambina, sarò la tua prossima cena?”
e no! L’avvio che stava prendendo la conversazione non gli piaceva per niente
–calmo, sta calmo! Lei non può saperlo, non ho mica scritto <tranquilli non mordo: ho l’anima> in fronte-
“cos’è non hai il coraggio di rispondermi? Di che hai paura, non vedi come sono magra? A te ti basta un dito per schiacciarmi! E lo farai, giusto? Lo farai! Stai solo aspettando la buona occasione!! Ma ascoltami bene:”
gli prese il bavero dell’adorato spolverino e si sporse minacciosa
“inferno o non inferno; niente m’impedirà di ucciderti la volta definitiva se solo ci proverai!” cambiò espressione e si trasformò in qualcosa di veramente diverso.
Le afferrò i polsi, bloccandoglieli dietro la schiena.
Si spinse a riflettere che prima di quel momento non l’aveva considerato davvero pericoloso
“e tu, tu ragazzetta? Io so quali sono le mie colpe e quali sono i conti che ho saldato, ma tu cosa mai puoi aver fatto di così degradante da essere sbattuta nel covo dei cattivi? Ti sei divertita troppo con la magia?”
–quasi centro al primo colpo, complimenti vampiro-
“o hai fatto giochetti sporcaccioni con un amichetto che poi si è vendicato perché non gliel’hai data?”
“non mi toccare!”
l’aveva sibilato con un’espressione da grande offesa stile Buffy prima maniera
“e perché? Siamo soli,giusto? E io sono un demone!
Uccido…bambini.
E non solo.
Vuoi sapere i dettagli, vuoi sapere i nomi?
Perché io me li ricordo.
Uno per uno.
E sono sicuro che farebbero un certo effetto su una piccola perversa come te”
si allungò a sfiorarle il collo con le labbra tumefatte.
Facendola rabbrividire senza nemmeno soffermarsi a chiedere per quale dei due motivi.
“be certo, al momento non sono al mio meglio… ma sono sempre stato uno con una buona ripresa!” “lasciami” doveva stare calma –mantieni il controllo, mantieniilcontrollo-
“ah! Riesci ad essere ripetitiva anche se cambi le parole!”
“che cosa vuoi fare con me?”
la fissò in maniera sin troppo apertamente allusiva, e dal modo in cui lo fece si pentì immediatamente di averlo chiesto.
“Vediamo…ho un’eternità da passare qui dentro in compagnia di una brunetta che se tace per tre secondi consecutivi e limita quelle espressioni facciali irritanti, può essere addirittura passabile! Tu cosa cred…”
per la seconda volta in pochi minuti la fissò sbalordito.
Stava…ridendo.
La lasciò inconsapevolmente andare e si toccò i capelli in un gesto infantile.
“ehi! Stavo finendo la mia arringa” assunse un’aria offesa.
Che non glielo fece sembrare poi tanto pericoloso.
Tanto che le venne quasi voglia di chiedergli scusa per averlo interrotto.
Maledicendosi per la sua stupidità.
Ma era così stanca! E non aveva proprio voglia di gettarsi in un altro duello verbale.
“sei un tipo logorroico tu eh?”
“logorroico” la guardò sinceramente ammirato “sembra quasi impossibile che al giorno d’oggi ancora qualcuno si ricordi cosa significhi!”
“al giorno d’oggi? Come sei snob! Cos’ eri, un letterato?”
“da vivo.”
Lo guardò senza capire.
E di nuovo lui alzò gli occhi al cielo come a sottolineare che non brillava per intelligenza.
“da vivo…ero un poeta!”
“come mia madre. E mia sorella…”
le venne da piangere quando i ricordi delle ultime ore la travolsero come una valanga e pensò che non era giusto che venisse separata dalle sue sorelline anche nella morte.
Pensò che era sola e che avrebbe dovuto passare l’eternità con un mostro da cui guardarsi perennemente le spalle.
E lo odiò per questo.
E dovette trasparire dal suo sguardo.
Perché attraverso il sipario delle lacrime lo vide sinceramente colpito,
arretrare come a voler scomparire –ridicolo!-
ferito di fronte al suo disprezzo –o forse no?-
eppure non poté impedire alla sua mano di tendersi verso quella di lui in un gesto disperato che implorava di non essere abbandonata.
Perché lui le faceva paura, e non si fidava.
Ma le faceva ancora più paura rimanere lì da sola.
Perché, pensò tristemente, non aveva più nulla: gli restava solo lui.
E pregò per non perdere anche quell’unica certezza.

Chi era lui per giudicarla?
Quella ragazza che sembrava una fatina delle fiabe di quando era bambino, con i lunghi capelli ondulati che le coprivano il corpo minuto come una stola di seta e gli occhi neri più grandi che avesse mai visto, poteva aver fatto qualsiasi cosa.
Poteva aver ucciso, torturato, ferito e scopato fino a sfinirsi.
Ma non avrebbe mai pareggiato il conto.
–mi sta chiedendo di restare con lei?-
guardò quella mano che già quasi lo sfiorava.
–cosa voglio fare?-
gli bastò un attimo per decidere e gliela strinse tra le sue.
–cosa ho da perdere?-

Si svegliò di soprassalto nel cuore della notte gridando
“oddio, o no!”
gettò in terra le coperte e cercò di alzarsi lottando contro lo stordimento, contro il terrore cieco che l’aveva avvolta.
Aveva ricordato.
Ogni cosa.
Aveva sentito il male soffocarla e aveva visto apparire le sue sorelle.
Aveva ricordato la trasformazione subita dai loro corpi, la bellezza innaturale di quel potere.
Era quasi morta.
E poi… stop. Via ogni cosa. Tabula rasa.
Che ne era stato del male, l’avevano sconfitto? E Meg e Liz erano vive? Chi era… Angel aveva detto di chiamarsi? Si poteva fidare?
Prese a camminare freneticamente in giro per la stanza, non sapeva che fare, non voleva stare ferma, non volava riflettere sulle sue colpe, non voleva nemmeno pensare che se lei avesse agito diversamente ora sarebbero tutte insieme e il male definitivamente fuori dai piedi!
Prese a tormentarsi i capelli sentendosi sola, stupida e impotente.
Voleva le sue sorelline lì con lei, ma non poteva fare più niente.
–sonomortesonomortesonomorte-
sentì la rabbia crescerle dentro, montarle nel cuore e raffreddarlo, anestetizzarlo.
Quella sofferenza lancinante sembrò acquietarsi, ma la sua temperatura corporea stava aumentando, l’energia inimmaginabile della sua rabbia incanalandosi verso le mani.
Cominciò a tremare.
Gli occhi le divennero bianchi.

Angel aveva sentito le grida.
Ovviamente non stava dormendo, anche se di giorno era sveglio quasi ininterrottamente non avrebbe mai distorto le sue abitudini demoniache riposando la notte.
Il vampiro che era in lui amava la notte.
Non avrebbe mai potuto farne a meno.
Di fretta attraversò il corridoio: aveva sistemato la ragazza nell’unica stanza ancora libera sul suo pianerottolo per essere costantemente a portata di voce.
E, a giudicare dalle ultime due notti, era stata una scelta sensata.
Poteva dire di essere praticamente abituato agli incubi continui della ragazza
–incredibile ancora non so il suo nome!-
da che si era svegliata dallo stato comatoso in cui l’aveva trovata, non aveva fatto altro che riposare in una condizione perenne di torpore.
Ma sia lui che Westly si erano trovati d’accordo fosse la soluzione migliore per permettere al suo fisico di rigenerarsi.
Poteva concedersi un minimo di calma: doveva solo andare da lei, rasserenarla e dimostrarle che non era sola, che poteva fidarsi.
Raffreddarle la fronte corrucciata con una carezza gentile, come aveva fatto già centinaia di volte
–almeno questa è l’impressione-
e aspettare che il sonno di cui aveva tanto bisogno l’acquietasse.
Solo che cominciava a essere preoccupato.
Le domande erano tante e invece di diminuire, col tempo, aumentavano continuando a ignorare le risposte, se pure ce n’erano!
La ragazza stava male, e anche se a livello fisico migliorava, mentalmente era ancora molto provata.
Gli incubi li capiva, oh se li capiva!
Solo lei poteva sapere ciò che il primo le aveva fatto.
Ma c’era sicuramente un dolore segreto che la tormentava
–lei soffre, aveva detto? A chi si riferiva? Forse se stessa! Devo darle il tempo di accettare ciò che le è accaduto, non mi può spiegare quello che non capisce. Devo essere pazien…-
si distrasse dal flusso dei suoi pensieri.
Gli sembrò che sotto la sua mano le pareti…stessero tremando…

§§§

Spike la strinse cercando di fermare il battito impazzito del suo cuore.
Aveva così bisogno di un contatto in quel momento, in quell’inferno, che non si sarebbe poi molto curato dei motivi per cui lo faceva.
Quella strana ragazza comunque gli faceva tenerezza.
Le passò le mani sui capelli…odore di buono, nonostante quello schifo.
“ne usciremo. Non so in che modo o…quando. Ma lo faremo. Tutti e due. Tranquilla.”
Alzò lo sguardo su di lui: era …dolce e consolatorio.
Si asciugò gli occhi con i palmi, come una bambina. “grazie…”
la guardò interrogativo “cosa?”
“non so nemmeno chi sei.. cioè il ..tuo nome!”
“non che un nome cambi granché qui dentro! Comunque: è Spike.”
Lo fissò riconoscente, con gli occhi brillanti di goccioline trattenute mentre ancora gli si stringeva “grazie ..Spike”
–non ha paura! Sembra quasi…sincera.-
“e tu?”
gli regalò un sorriso genuino “Meg”
-Deve essere accaduto qualcosa di veramente orribile Meg se una come te sta in un posto come questo, insieme a uno come me- la guardò tirarsi in piedi e le sorrise.
Ignorò il dolore dei lineamenti sfregiati
–qui dentro sembra volerci un’eternità. Mi chiedo quando inizierà a guarire- ne valeva la pena.

Angel entrò trafelato nella sua stanza, cercando di essere preparato ad affrontare qualunque cosa ci fosse al di là di quella porta.
Fallendo miseramente.
L’ immagine che vide non l’avrebbe mai più dimenticata.
Era l’essenza della disperazione e della rabbia.
Di un potere divorante a stento trattenuto.
Faticò a riconoscerla, ma avvertire il suo pericolo a trasformarsi fu un tutt’uno.
Era cambiata.
Non era più nemmeno umana.
Era…qualcos’altro.
Aveva la carnagione innaturalmente bianca e sembrava più alta, i capelli avevano perso la loro nera lucentezza ed erano semplicemente privi di una qualsiasi tonalità.
Erano.. corti…no raccolti in un crocchio arruffato; non avrebbe saputo dirlo.
Le iridi erano del suo rassicurante colore violetto
–l’unica cosa che mi ricorda che ancora ci sei-
ma il cristallino era bianco.
Rendeva il suo viso una maschera inespressiva.
Lo affascinava e terrificava.
Ancora una volta non avrebbe saputo quale delle due.
Provò ad avvicinarsi e venne immobilizzato da un gesto della mano di lei.
“piccola cosa ti succede?”
un altro gesto secco lo mandò a sbattere al muro.
–calmacalmacalma-
alzò di nuovo la mano e lo fece volteggiare per la stanza, interrompendosi nel momento in cui avvertiva le presenze terrorizzate di Cordelia e Westly appena fuori la porta.
Lo gettò in terra, dimentica di lui e si avvicinò fluttuando ai due paralizzati dall’orrore.
“Cordelia Westly andate via!” urlò Angel tenendosi una scapola.
La creatura si voltò infastidita verso di lui e stringendo le mani a pugno disse solo
“cuore”.
Fu come se qualcosa glielo stesse strappando dal petto, cercò di resistere ma il dolore fece emergere il suo demone relegato nell’antro sicuro della sua coscienza.
Si scagliò su di lei con ferocia e stranamente riuscì a gettarla sul pavimento bloccandola sotto di lui. Il dolore era cessato.
Sarebbe stato in grado di fermarsi se solo l’avesse voluto.
Ma era infuriato.
Possibile che si fosse sbagliato tanto? Che l’avesse considerata un’innocente ragazzina mentre in realtà era qualcosa a cui nemmeno sapeva dare un nome?
La doveva pagare! La creatura lanciò un urlo isterico e si torse sotto di lui, inclinando il busto in avanti e scoprendo il collo sottile.
Mossa davvero sbagliata.
Angel non perse tempo a riflettere; non cercò nemmeno di calmarsi e affondò i denti nella sua giugulare.
Non voleva marchiarla, farla sua, quello non era un modo per affermare il suo possesso su di lei. Voleva ucciderla.
Non ebbe neanche il tempo di succhiare la prima sorsata, di riconoscere il sapore del suo potere, che sotto di lui sentì la corporatura cambiare e il corpo riassumere le sue fattezze umane.
Aprì gli occhi
–non ricordavo di averli chiusi-
quando riconobbe le braccia di Westly issarlo dal corpo di lei scosso da tremiti e singhiozzi.
Vide Cordelia sollevare con un certo sforzo il seppur minuto corpicino.
Con un gesto gli chiese di essere lasciato, cercando di rassicurarlo con un sorriso che non convinse nemmeno se stesso.
Li lasciò ad occuparsi di lei.
Con un solo pensiero in testa
–non mi sarei fermato…-

Spike la tirò in piedi facendo leva sul suo corpo per non perdere l’equilibrio.
Gli sembrò impossibile che fossero ancora vivi –bè si fa per dire!-
Avevano scelto una direzione a caso e si erano incamminati
–che senso ha rimanere fermi qui a crepare?-
ignorando completamente quale potesse essere quella più opportuna.
-è come un labirinto, senza labirinto! Non ne usciremo mai!-
Aveva sempre pensato che il caldo infernale fosse un luogo comune.
Niente di più sbagliato.
Le sembrava di sciogliersi da un momento all’altro.
Se fosse stata sola sicuramente si sarebbe spogliata, invece resisteva stoicamente.
Per orgoglio.
Per Spike era tutto un altro discorso.
Lui non badava ai condizionamenti del buon senso, del…pudore.
Se Spike aveva caldo, Spike si spogliava;
e se a lei questo imbarazzava, lui si divertiva a prenderla in giro.
I vestiti miracolosamente integri, per l’eccessivo calore delle fiamme che l’avevano condotto all’inferno con un biglietto di sola andata e tanti saluti, si erano attaccati alla epidermide.
Spike sapeva che se non li avesse tolti immediatamente e la pelle avesse cominciato a rigenerarsi, dopo sarebbe stato molto più doloroso.
Anche così non fu per niente piacevole.
Ma da attore consumato quale era si permise addirittura un sorrisetto di scherno a Meg che lo guardava incuriosita mentre si calava i pantaloni.
La vide diventare fosforescente come una lampada alogena quando si accorse che non indossava biancheria. E distolse lo sguardo.
“cosa amore? Non ci credo, una come te non può non aver mai visto un uomo nudo!”
si voltò dal lato opposto, continuare quel teatrino era diventato troppo faticoso.
Lei si soffermò per la prima volta a riflettere sullo stato in cui era il corpo del vampiro. Completamente carbonizzato:una macchia di carne e sangue che avrebbe potuto dimostrare venti come cent’anni. Doveva essere molto doloroso.
Sapeva che i vampiri si uccidevano col fuoco, ma non si era mai chiesta cosa significasse morire tra le fiamme. La risposta ce l’aveva davanti agli occhi.
“ti fa male?”
la fissò quasi risentito
“hai ragione, domanda idiota! Rilancio: vuoi che faccia qualcosa per..” ammutolì
–è un mostro,undemoneundemoneundemone. E tu vuoi…guarirlo?pazzapazzapazza-
“e che potresti fare per me dolcezza?” la squadrava con aria strafottente
“niente, mi dispiace” rispose ipocrita –crepa vampiro-

Non c’era sole, non c’era giorno, né notte.
Il tempo era sempre uguale nella sua fissità immobile.
Meg si guardò i piedi nudi sconsolata, pensando alle piaghe che la tormentavano.
Non avrebbe resistito molto ancora. Non c’era modo di capire da quanto erano in cammino quando giunsero dinnanzi ad un’enorme distesa acquitrinosa.
“che facciamo?”
Spike si girò ad aspettarla
–è da un po’ che rimane indietro.-
l’idea di immergersi probabilmente fino al busto in quella schifezza non era certo come un unguento curativo per la sue piaghe.
“o mio dio!” si lasciò cadere al suolo sconsolata
–un demone che invoca dio,che assurdità!-
“dio qui dentro centra poco e lo sai!”
eppure quante volte anche lui ci aveva pensato
–che assurdità!- si ripeté.
Meg si guardò nuovamente i piedi e il vestito ridotto a uno straccio e Spike rise.
“non ci sono più le demonesse di una volta che squartano e sguazzano negli acquitrini col trucco perfetto, il sorriso sulle labbra e il vestito della festa!”
lo guardò come se fosse ammattito –demone? Crede che sia un demone?-
lo vide chinarsi e armeggiare coi suoi lacci.
Lo guardò come se fosse un alieno in procinto di staccarle la testa quando le lanciò i suoi anfibi
“a buon rendere!”
li prese in mano, enormi, almeno un 44.
Restò fissa lì, impalata e incredula.
“cosa amore, non sono il tuo genere?”
–mi ha dato le sue scarpe!!! È stato…altruista! Ha pensato a me, mi ha dato le sue scarpe! Io non l’avrei fatto! Perché?-
si era appena accorta che aveva parlato. “solo…sono…grandi!”
aveva balbettato qualcosa che pregò lui non sentisse per quanto era stata stronza.
–ti da le sue scarpe nonostante lo stato in cui è, e tu che fai? Ti lamenti della misura? Razza di idiota! Farebbe bene a riprendersele!!-
e sperò con tutto il cuore che non lo facesse.
Esibì un sorrisino “allora me le riprendo”
“no!” gridò quasi vergognandosene dopo profondamente.
Avrebbe voluto sotterrarsi lei stessa in quella melma. “ok! Picchiami!” abbassò il capo
“istinto di sopravvivenza!” si voltò ed entrò nel fango;
molto più disposto a capirla di quanto non fosse lei stessa.

E quello era stato l’errore.
Erano usciti dalla palude.
Almeno una decina e li avevano circondati.
Meg fu afferrata alle spalle da uno di quei giganti putrescenti, sollevata e scagliata nella fanghiglia alta fino a venirne sommersa.
Spike corse nella sua direzione per aiutarla, ma fu intercettato da quattro di quegli esseri a quanto pare molto più interessati a lui che alla strega.
“Meg” chiamò stremato, sopraffatto dai demoni “Meg!!”
uno di quei mostri le teneva la testa immersa nel pantano,stava soffocando.
No no no.
Era sopravvissuta fino ad allora, non sarebbe morta affogata.
Non sarebbe morta di nuovo.
Strinse gli occhi, i denti, i pugni e invocò il potere.
Per la prima volta razionalmente, senza esserne invasa e violata.
Il demone che la teneva si sciolse all’istante in una fanghiglia.
E poi toccò a quelli che imprigionavano Spike. E poi a tutti gli altri.
Stremata cadde riversa nell’acquitrino e sarebbe affogata.
E morta.
Ma c’erano le sue mani a sorreggerla.

Aprì gli occhi sbattendo le ciglia impastate più volte.
E vide che la stava guardando.
Ovviamente cosciente che si era svegliata.
“mi dici chi sei?”
“quella che ti ha appena salvato la vita!”
“appena? Non direi! Dormi da… non so da quanto! Ma comunque è parecchio!”
“parecchio?”
“talmente che ho avuto il tempo di finire la nostra cura di bellezze in quella poltiglia salutare!”
Era vero.
Erano all’asciutto.
“dove siamo?”
“ho trovato una specie di isoletta. Spero non sprofondi all’improvviso o siamo nella merda”
rise “lo siamo comunque!”
“ ma sentila: pure spiritosa! Allora piccola mi dici chi sei?” si era avvicinato e l’aveva aiutata a mettersi seduta.
E lei era stata disposta –felice?- di quel contatto.
“sono una strega!”
“non puntualizzare l’ovvio! Dimmi qualcosa che non so!”
“che vuoi sapere?” era giusto che sapesse, l’aveva salvata, glielo doveva.
“che voglio sapere? A che gioco stai giocando? Ho visto in cosa ti sei trasformata! Sei una specie di divinità infernale esiliata? Chi sei…cosa sei..? cosa voglio sapere: non farmi ridere, tu non mi farai sapere niente più di ciò che sei disposta a dirmi!”
era davvero stanco di salvare tutti ed essere preso per il culo.
Si era alzato e camminava avanti e indietro infastidito.
Meg sospirò e gli indicò il pezzetto di terreno vicino a lei “siediti. E prometti che mi crederai…”

§§§

Si alzò dal divano inquieto.
Angel prese ad osservare con sguardo insoddisfatto la catalogazione dei volumi nella scaffalatura della stanza di Westly.
“non sono in ordine alfabetico, e neppure per argomento”
non si era nemmeno voltato riconoscendo l’inconfondibile andatura di Cordelia che, ormai ferma, lo guardava appoggiata allo stipite
“lei sta bene” gli aveva sorriso “ha detto che ti vuole parlare”
per poco non inciampò nei suoi stessi piedi, per la fretta di voltarsi.
Lui che camminava fluido come un modello della pubblicità dei jeans, sempre coordinato ed elegante.
“Angel!” Cordelia soffocò un risolino “sta attento che se mi ti spalmi sul tappeto…”
non finì la frase alla vista del suo sguardo serio
“Angel…ma che hai?”
la fissò con sguardo irritato
“hai visto che stavo per fare, no? Credo che basti a spiegare perché sono…”
non lo fece finire, troppo abituata a tiralo su dai suoi momenti di scoraggiamento per prestare vera attenzione “se non ti vuole impalettare lei, non vedo perché dovrei provarci io, o… te stesso. Quanto a Westly…lui non è neppure dell’idea!”
scosse la testa con violenza “non voglio vederla!”
e in quel momento si pentì di averlo detto.
Perché dall’altro lato della stanza, battagliera, mani sui fianchi, stava Cordelia Chase a fissarlo, facendolo sentire un insetto nella migliore imitazione dello sguardo che Queen C usava al liceo per intimidire gli idioti che si azzardavano ad avvicinarsi.
Provò la tecnica opposta.
Si portò le mani alla fronte massaggiandosi le tempie “Cordy…”
lei con quattro passi gli si piantò davanti
“oh non ci provare sai! Conosco quello sguardo, vivo con te, ricordi? Tu tiri fuori gli occhioni quando vuoi scusarti perché stai per buttarmi fuori dai piedi. Sai che è scortese, ma hai un viscerale bisogno di deprimerti in solitudine e vuoi che io ti perdoni in anticipo! Ma no caro mio! Stavolta tu entri nei tuoi bellissimi scarponcini e ti schiodi dalla camera di Wes, che tra poco dovrà venire a dormire nella mia per disperazione visto che…”
prese un respiro come se stesse per immergersi in apnea e diede fiato alle trombe
“…da quando ci sei entrato, cioè sette ore fa, non ne SEI più USCITOOOO!”
ansò pesantemente e lo trapassò con gli occhi “bello mio, ora ti muovi!”

Spike la guardava incredulo. Ogni più piccola frazione del suo essere avrebbe voluto urlare.
Lei aveva salvato il mondo. E lui aveva rinunciato alla sua non-vita inutilmente.
Peggio: lei era morta eroicamente nello scontro con il male e lui era stato convinto, fin dal primo momento che l’aveva vista, che fosse un demone spietato e corrotto nascosto sotto lo smalto di una bambola di porcellana.
E invece lei aveva perso tutto.
La vita. Le sorelle. La proprietà di se stessa, a quanto pare.
E lui non si era mai preoccupato di dubitare! Non brillava per intuizione, al momento!
Eppure avrebbe dovuto pensarci: tutti e due lì, insieme, morti dopo aver sconfitto lo stesso nemico e arrivati all’inferno quasi contemporaneamente.
–coincidenze? Non diciamo cazzate!-
“perché siamo qui?” lo fissò come se fosse un bambino non molto furbo per giunta.
Le salirono alla bocca centinaia di rispostine adeguatamente ironiche.
Ma quando incrociò i suoi occhi…di nuovo quegli occhi… “immagino che non lo sapremo mai…” “ti sbagli bellezza!”
–so cosa fare.-

Era uscito dalla stanza, incazzato nero.
Non aveva mai tollerato che gli si dicesse cosa fare.
Un lampo d’ironia gli attraversò le iridi scure.
Quando era Angelus quelli che ci provavano non finivano nemmeno sul suo menù del giorno. Finivano e basta.
Solitamente in un vicolo, col collo spezzato.
L’orrore lo travolse. Si appoggiò alla parete con un braccio, perché si sentiva insicuro sulle gambe. Aveva ripensato a se stesso. Alle atrocità commesse.
E non aveva provato rimorso.
Cominciò a tremare impercettibilmente
–nononono-
aveva provato un vago senso di fastidio, questo si, ma il dolore che da anni lo atterriva…
quello non lo aveva sentito.
–non sono lui!non posso essere lui! Nonsonoluinonsonolui-
si era abituato, ormai da un tempo infinito a riferirsi a se stesso in terza persona.
Quando il pacco cosmico di posta celere contenente l’ anima era stato rimandato al mittente, lui l’aveva avvertita come un corpo estraneo, e aveva continuato a sentirsi padrone di se stesso.
Non era la sua anima quella, non era Liam.
Per fortuna.
Come Spike anche lui non aveva una grande opinione di sé, da vivo.
Vivo.
In un lontanissimo e sfumato passato, era stato vivo.
Cominciava a dimenticarsene sempre più spesso.
Poteva ignorare il pacchetto sempre più voluminoso e continuare a divertirsi.
Alle volte si scopriva a non aver voglia di uccidere e allora la dama bionda gli faceva trovare dei regalini nel letto.
E andava bene così.
Era la sua natura.
Non si poteva crucciare di un comportamento naturale.
La specie più forte si nutre di quelle inferiori.
Non si curava della catena di colpe che piano piano gli serrava il petto in una morsa.
Poi era venuto il dolore.
Sempre più forte, intenso a ogni vittima che trafiggeva coi canini.
Fino a che non era più stato possibile ignorarlo.
Aveva un’anima.
Un’appendice dolorosa che gli ricordava che era un assassino, invece che un vampiro che rispettava le usanze della sua specie. Gli ricordava che era un mostro.
–sono solosolosolo-
dissimulò un comportamento disinvolto quando vide di sottecchi Westly uscire dalla camera della piccola. Non avrebbe capito.
Come tutti gli altri, non avrebbe mai potuto capire.
Sapeva che qualcosa sarebbe accaduto presto.
Non aveva paura.
–sta tornando…-

Cordelia era molto soddisfatta di se stessa. L’aveva smosso.
Era ridicolo, alle volte, pensava di…ah non sapeva neanche lei cosa pensava.
Ma di sicuro non le piaceva. Non che fosse così isolato dal resto del mondo e soprattutto da lei e Wes, la sua famiglia. Specie nell’ultimo periodo.
Nascondeva qualcosa. Non che ne avesse le prove, era sempre il solito, adorabile Angel che si preoccupa di tutto e per tutti.
Ma… alle volte… c’era un rumore di fondo che strideva… qualcosa che gridava nelle sue orecchie -sta attenta ai segnali!-
anche se fuori la vita taceva
-ma quali segnali?-
doveva avere paura? Di Angel? Impossibile!
Lei amava Angel, come ogni persona se solo l’avesse conosciuto.
Come si faceva a non volergli almeno un pochino di bene? Era il suo sostegno, il migliore amico e prima ancora la sua ancora salda nel mare in tempesta di LA.
- <hai idea di quanto male circoli qui, di notte? E non parlo solo di demoni!>
gli aveva detto, infuriata, un giorno che si preparava ad andare di ronda nonostante una spalla ferita da una pugnalata e tre costole rotte. L’aveva guardata indulgente.
<la fuori stanotte ci sarà qualcosa di peggio!> aveva detto serio
<cosa?> aveva chiesto incredula.
Si era voltato
<io.>
Era uscito nel buio. -
Se lo ricordava quel momento. L’aveva presa come quello che era, una battuta rassicurante.
Fatta per tranquillizzarla. Era così?
Sconsolata guardò il lavello della cucina pieno dei piatti sporchi degli ultimi tre giorni.
Con tutto quello che era successo avevano trovato appena il tempo per mangiare.
Sospirò tirandosi su i capelli in un codino che lasciava libera qualche ciocca e infilò i guanti.

Era entrato nella stanza senza fare rumore.
Non la voleva svegliare.
Wes l’aveva avvertito che stava dormendo, di fare piano.
Rise.
L’amico tendeva a dimenticare che lui anche da li fuori poteva dirgli qual’era la sua pressione arteriosa e, naturalmente, poteva riconoscere lo stato di veglia da quello di sonno dal ritmo cadenzato dei respiri.
Non si era mai chiesto se Westly sapesse certe cose.
O se preferisse ignorarle.
La cosa non gli piaceva.
Si era seduto sulla poltrona affianco al letto, contemplando il cerotto sul collo di lei, che testimoniava come un vessillo che non sarebbe mai stato come gli altri.
Non avrebbe saputo dire quanto tempo gli ci volle, ma anche lui piano scivolò nel sonno.

Ah! Le prudeva la schiena!
Stava ancora facendo i piatti Cordelia quando un insistente ciocca di capelli aveva preso a solleticarle la schiena scoperta dalla scollatura della maglia azzurro polvere.
–detesto queste cose: non potermi grattare perché sono qui a giocare a fare la cenerentola! E pensa tu che prima di venire qui non ho mai toccato un piatto in vita mia! Mia madre diceva che “certe cose” era meglio lasciarle fare agli altri! Dio come le do ragione in questo momento! Si! E poi magari finisco anch’io sposata a un uomo che non amo…nemmeno per soldi…anche lei stava bene di famiglia, in fondo…no…per comodità!-
si era persa come sempre in un mare di riflessioni inutili, che certo non avrebbero asciugato i piatti al suo posto, ne le avrebbero grattato la schiena!
Scosse il collo come se quel movimento le potesse dare un po’ di sollievo e strinse gli occhi
–detesto avere le mani occupate-
si rilassò immediatamente come un gatto che fa le fusa sotto il tocco del padrone.
Chiuse gli occhi e fece un respiro profondo, completamente soddisfatta che il prurito era scomparso. Soffiato via da una carezza gentile.
La stessa che, forse, le avrebbe fatto Doyle se ne avessero avuto il tempo.
–Doyle se almeno fossi qui…-
sospirò impedendosi di continuare quel pensiero.
Un sussurro nelle sue orecchie…si.. le sembrava….le sembrava quasi di averlo sentito…
-sono qui, principessa-
un’ombra…

Meg si fermò di scatto, decisa a non muovere più un passo.
“Spike” lo chiamò lamentosa “sono stanca, fermiamoci un momento” era vero.
Camminavano da un tempo interminabile.
Non avevano ancora perso quella fastidiosa abitudine e cercavano di quantizzarlo in qualche modo senza molta fortuna.
Si accasciò a terra.
E Spike tornò verso di lei con uno sguardo indecifrabile.
Le afferrò il braccio e la fece alzare
“cammina, forza muoviti” la trascinò per come poteva, ma anche lui stava crollando.
Meg non riuscì a proferire parola troppo sorpresa di quell’atteggiamento freddo e arrogante.
“Spike, ma che ti prende”
lo strattonò per liberarsi e caddero tutti e due, instabili com’erano sui loro piedi.
“che mi prende? Di un po’ vuoi morire?”
arrancò fino a lui e gli afferrò le spalle incurante dei pezzetti di pelle squamata che le si attaccavano alla mano. Incurante del dolore che gli provocava.
“morire, se voglio morire? Siamo già morti, questo è l’inferno e non c’è nessun altro posto in cui potremo arrivare anche se continuiamo a camminare fino a sfinirci!”
Spike soffocò il dolore in una risata ironica
“hai carattere, dolcezza! Non c’è che dire. Ma ti conviene mollarmi le spalle prima che un pezzo di pelle troppo grosso ti rimanga in mano scoprendo le ossa!”
un lampo di puro stupore le passò negli occhi neri.
“mi dispiace” sussurrò abbassando lo sguardo.
“me lo dici davvero spesso. Ma non impari!”
rialzò gli occhi risentita “questa è la prima volta che te lo dico e tu…” si bloccò.
Lui la stava fissando con quello sguardo, quello da –che ti ho appena detto?-
“d’accordo non imparo mai.” Mormorò sconfitta.
“non importa, sei giovane. Avrai tempo per imparare quando tenere la bocca chiusa. Quanti anni hai? A occhio e croce direi che sei sui venticinque”
“ventitre. E tu? Voglio dire.. è da molto che sei un vampiro? Tu sei un vampiro giusto?”
“perché non si vede?”
“bé…vedi sei tutto.. cioè.. nello stato.. no, perché nel…Spike non voglio essere meschina e ricordarti … lasciamo stare”
l’aveva guardata per tutto il tempo sinceramente divertito per come lei si impegnava a fare la brava bambina. Le si avvicinò un pochino di più e allungò una mano verso il suo viso per sfiorarle la guancia, dimenticandosi che le avrebbe fatto paura, o schifo.
Ricordandosene immediatamente quando le sue dita massacrate stavano per toccare la sua pelle che perfino sotto quel fango sembrava luminosa.
E ritirando la mano prima di venire scacciato.
Scosse la testa “ah, lo so. Al momento il mio fascino è un tantinello offuscato, ma vedrai che presto sarò di nuovo bello come un fior…”
si voltò stupito, con gli occhi quasi fuori dalle orbite.
Gli aveva preso la mano e ora gliela sfiorava per non ferirlo.
E quando lui la guardò per capire fino a che punto era pazza, la vide.
Stava sorridendo.

Era un bel posto quello.
Aveva un vago sentore di familiarità, eppure ricordava di non esserci mai stato.
Ed erano pochi i posti in cui un vampiro di 250 anni come lui non era stato.
Guardò fuori dalla finestra: una strada illuminata da qualche lampione, aiuole di fiorellini gialli e rossi, niente auto, niente rumori.
“è bellissima vero?”
a sua voce lo fece voltare verso il divano.
Strano come fino a quel momento non si fosse accorto che lei era li.
“dove siamo?”
la ragazza sbuffò “cosa vuoi che ne sappia?”
si alzò dalla poltrona e si avvicinò alla finestra andandogli accanto
“non pensi che si ora di finirla con questi trucchetti? Vuoi dirmi chi sei?”
lo contemplò come se fosse uno scocciatore impertinente “quante domande difficili! Rilassati!”
la guardò bene: davvero molto bella, diversa da come la ricordava.
Forse perché in questo sogno lei non doveva per forza avere quel corpo tormentato dagli artigli del male.
Già, sogno! Nessuno glielo aveva mai spiegato come riconoscere il sogno dalla realtà, ma aveva sognato talmente tante volte cose che non avrebbe mai avuto, che ormai si destreggiava bene.
“allora… tutto questo è opera tua?”
la ragazza si era andata a stendere di nuovo sul divanetto di pelle rossiccia
“vorrei poterti rispondere di si, ma spiacente ti sbagli”
Angel notò che per poco non digrignava i denti “noto un leggero atteggiamento ostile”
“è vero, chiamalo istinto” quella risposta gli piacque e le concesse un sorriso obliquo mentre si versava un bicchere di liquido ambrato
“non credevo bevessi..”
Angel riflettè un secondo su ciò che stava facendo, era vero lui non beveva mai.
Gli ricordava…no, lui non beveva.
Posò il bicchiere sul tavolo di marmo e quando si voltò se la ritrovò a pochi centimetri dal viso.
Se si fosse chinato, avrebbe potuto baciarla.
Le tirò su il mento osservandola con movenze da intenditore “come sei graziosa”
“come sei scontato”
“hai carattere, non c’è che dire! Mi piacciono le donne di carattere”
“già, anche a me piacciono gli uomini di carattere! Peccato che scarseggino”
Sorrise,si stava rivelando una compagnia interessante
“allora, vuoi dirmi almeno il tuo nome?”
“divertente! Come se tu non lo sapessi”
la guardò concentrando su di lei tutta la sua attenzione, che diavolo significava che avrebbe dovuto saperlo? Non poteva saperlo, non l’aveva mai vista!
-questa situazione diventa ridicola-
“non so il tuo nome, e non so perchè sei qui. Non so chi sei. Dimmelo”
La ragazza gli sfilò un sigaro dalla tasca della giacca, lui seguì la traiettoria delle sue mani e solo allora fece caso a come era vestito.
Un tempo aveva avuto una giacca simile…si toccò il mento…aveva la barba.
Guardò lei. Deliziosa nell’abitino di velluto rosa pallido con la scollatura rotonda e il merlettino, poteva intravedere i bottoncini di madreperla sulla schiena.
Quelli non erano vestiti che una ventenne del ventunesimo secolo avrebbe mai indossato.
Il fumo del sigaro gli arrivò alle narici
“dimmi chi sei” stava iniziando a perdere il controllo di se stesso,
la ragazza lo sfiorò con uno sguardo annoiato
“se ci tieni tanto a sentirti ripetere un nome che già sai…Kate”
Aprì gli occhi tirando un lungo artificioso sospiro.
Si guardò distrattamente intorno e riconobbe il familiare arredamento della camera.
Si era sbagliato…quello non era un sogno.
Era un ricordo.

§§§

Spike sfinito si lasciò cadere sul terreno melmoso e umidiccio.
Avevano sguazzato in quel pantano fino a che non ne erano usciti.
Un tempo interminabile.
Meg inginocchiata al suo fianco gli sosteneva amorevolmente la testa con le mani.
“non possiamo rimanere fermi qui, dobbiamo trovare un posto per riposare, possibilmente dormire, tutti e due” sospirò.
Da quando erano stati attaccati durante il sonno da una specie di lupo mannaro più feroce del previsto avevano stabilito i turni di veglia e sonno.
Ma ora non potevano più continuare così.
Le ferite di Spike non accennavano a migliorare e il fango che gli si era seccato addosso le aveva infettate. “non capisco Spike, dovrebbero rimarginarsi” gli carezzò la fronte aggrottata.
Spike aprì gli occhi e le sorrise “ce ne hai messo di tempo per iniziare a preoccuparti!”
cercò di rialzarsi, faticando incredibilmente.
Non voleva che lei lo vedesse come un digustoso relitto affondato nel fango.
“perchè vuoi fare l’eroe? Sta giu, approfitta di questo momento di pausa e riposa”
si rassegnò incredibilmente più sollevato e cercò inutilmente una posizione comoda.
Con gli occhi chiusi la sentì sedersi al suo fianco.
“dai ho capito. Non mi dai mica fastidio, sai!”
gli sorrise sbarazzina mentre lo aiutava ad appoggiare la schiena martoriata sulle sue ginocchia.
Lo fissò negli occhi blu e le venne da pensare che era strano che in tutto quel marroncino di pelle bruciata l’unica nota di colore erano quegli occhi, che le avevano impedito di abbandonarlo, che le avevano dato il coraggio di implorare di non venire abbandonata, e che in qualche modo le permettevano di affezionarsi.
-Bè certo… anche quei capelli!-
Cercò di non mostrarsi imbarazzata e soprattutto di non scivolare con gli occhi più in basso del torace.
Un leggero rossore le imporporò il viso e Spike alzò il braccio verso di lei per spingerle indietro la fronte con un dito.
Come si fa con i bambini stupidi.
“ehi!!?” esclamò lei indispettita,
lui la guardò sornione “a che stai pensando?”
Meg diventò praticamente un’aragosta sognando di sprofondare nella melma di poco prima.
E poi lo sentì ridere.
La prima sincera risata da che l’aveva visto.
Una cosa incredibile: irresistibile e argentina.
No, quello non poteva essere un demone!
Una risata del genere stava bene su un ragazzo gentile e sicuro, che ama i libri e la partita la domenica.
Era una risata talmente cristallina che non poteva essere stata sporcata dal sangue.
–me lo dirai prima o poi chi sei?-
Rise con lui.

Da quando si era svegliata in quella umida mattinata, tre ore prima, aveva desiderato scuoterlo. Parlargli. Mentre era lì, su quella sedia.
Sembrava stesse sognando.
L’aveva osservato con attenzione muovere rapidamente gli occhi sotto le palpebre.
Ricordava vagamente qualcosa sulla fase rem… i suoi studi del liceo, ma aveva scelto un’altra strada; dimenticando.
Riportò gli occhi su di lui. Niente.
Le era mancato il coraggio. Ed era rimasta intontita a fissarlo.
L’avrebbe uccisa, l’aveva quasi uccisa. E lei stupida non trovava di meglio da fare che aspettare di vedere quei due spiragli di notte ambrata dischiudersi, e riconocerlo.
Il suo salvatore, nascosto sotto la faccia di un bellissimo uomo.
E lei non aveva paura, perché l’aveva strappata al pericolo.
Due volte, contando il morso.
Difesa da se stessa.
Era ancora in debito.
Si stropicciò gli occhi distrattamente e si sollevò dal letto.
La testa le girava ancora un pochino.
Il tizio buffo…Wes..le pareva, si…Westly.. diceva che non c’era da preoccuparsi.
Non era in pericolo di vita.
Era viva.
Era stata fortunata.
O forse non era fortuna, forse c’era una ragione per la quale lei era stata risparmiata…forse Meg… si asciugò silenziosamente una lacrima dispettosa.
Per niente al mondo avrebbe voluto farsi trovare da lui mentre piangeva.
Cercò di calmarsi distendendo le giunture intorpidite dalla lunga degenza.
In fondo se lei era viva questo significava che aveva una speranza.
Doveva pur significare qualcosa.
Le avrebbe trovate. Vive o morte.
Avrebbe riabbracciato i loro corpi caldi o le loro tombe.
Ma non si sarebbe accontentata di un feretro vuoto.
Ora lo sapeva.

Una figura grottescamente distorta apparve nel freddo grigiore innaturale della camera.
Un vento che odorava di stantio recava con sé alcuni strani bagliori.
La donna, meravigliosa nell’abito rosso attillato, troneggiava al centro della stanza stridendo incredibilmente col resto dell’ambiente.
Allungò una mano in direzione della figura dal volto ombreggiato chinandosi a baciarne la bocca lasciandosi andare a un sorriso voluttuoso quando un’appendice squamata della creatura le si avvolse attorno alla vita.
“non essere impaziente”
rise carezzandosi le labbra con le dita in un gesto fintamente pudico.
La sua espressione s’indurì quando uno dei baluginii luminosi che sembravano alimentare quell’alito infernale le raggiunse l’orecchio.
“il vampiro…può essere un problema...”
La figura che era con lei parve estendere la sua massa muscolare e riempire tutto lo spazio con la sua sola presenza.
Cominciò lentamente a svanire, percorso da piccole onde trasparenti.
Quando la mano di lei lo bloccò.
“non essere impaziente” ripetè.
Una luce crudele le dipingeva lo sguardo.

Kate lo vide riaprire gli occhi.
Erano come buchi neri luminosi.
C’erano storie mai raccontate e già vissute sotto quella superfice lucida.
C’erano vite, e passione.
Dolore.
Ricordi.
E voci. Suoni lamenti preghiere.
E ancora dolore.
Lo vide piegare il collo per distendere i nervi indolensiti.
E rimase incantata a fissare la linea perfetta della fronte leggermente aggrottata.
“ciao. Ben svegliato.”
Angel alzò lo sguardo verso la direzione della voce e una piccola insistente contrazione dei muscoli della schiena lo fece irrigidire sulla poltrona.
Era la stessa ragazza che aveva appena lasciato in un salottino vittoriano illuminato scarsamente da tenui candele.
Nella sua mente.
Aveva razionalmente pensato che fosse molto più bella, nello stato onirico del suo ricordo.
Ma questo prima di rivederla.
“ciao a te” le sorrise improvvisamente imbarazzato.
Eppure qualcosa in quella ragazza, che continuava a rimanere per lui ostinatamente un mistero, lo faceva sentire a suo agio.
Controllò la confusione rilassandosi, a dispetto della tensione accumulata che non era stato in grado di smaltire neppure nelle ore di sonno che si era concesso.
“come ti senti questa mattina?”
Kate lo fissò incuriosita “come fai a sapere che è mattina?”
le persiane abbassate impedivano qualsiasi visuale e la stanza era fiocamnte illuminata dalla lampadina sul comodino.
“se ti concentri puoi sentirlo..” disse mentre socchiudeva gli occhi distendendo il capo
“…il sole?” chiese lei titubante.
Lui la guardò accennando un risolino “no. Il ticchettio dei tacchi di Cordelia”

Spike indicò con un gesto la sporgenza solida che se fossero stati sulla terra avrebbe definito rocciosa.
“è lì.”
Si voltò aspettando che Meg lo raggiungesse.
E si avviò verso la profonda voragine che si apriva improvvisa al di là di quel rialzo.
La mano di Meg lo carezzò piano una spalla
“non credo di voler sapere cosa c’è dopo”
“non hai altra scelta” le prese la mano ignorando il dolore che ormai si faceva sempre più insistente e si incamminarono.

“credi di potermi dire finalmente il tuo nome?”
la sensazione di dejavù non fu affatto piacevole.
Si ritrovò a stringere impercettibilmente i pugni
–fa che non sia lo stesso-
“Kate, ma non mi pare che tu me l’abbia chiesto prima di ora. O che io mi sia rifiutata di dirtelo” Angel sentì un subitaneo calore invadergli il corpo, come se fosse febbricitante.
Il che era assurdo. Una nuova vampata gli strappò quasi un gemito.
Fu come se un artiglio gli lacerasse le viscere e le divorasse, mentre appartenevano ancora al suo corpo. Si piegò sulle ginocchia dissimulando il dolore in un eccesso di tosse.
Sperando con tutto se stesso che lei ignorasse che la sua condizione di immortalità lo poneva al riparo da qualsiasi tipo di malattia umana.
Inalò profondamente come se quell’aria fosse un refrigerio gelato per le sue membra trafitte.
E il dolore così come era arrivato scomparve.
Dal suo sguardo incuriosito capì che doveva essere durato poco più di qualche secondo.
“sembri davvero a pezzi”
gli andò incontro volendo posare una mano innaturalmente fredda sulle sue tempie.
Angel avrebbe voluto sottrarsi a quel contatto.
Sapeva che non avrebbe mai più dovuto toccarla.
Non dopo quello che le aveva fatto.
Si alzò annullando tutto lo spazio intorno con la sua magnetica figura.
Ponendo fine a quel leggero sfiorarsi.
“scusa ora devo andare”
“dobbiamo parlare…”
si allontanò andando verso la porta. Fermandosi appena un’istante, il tempo di sentirla mormorare “…Angel”
voltò il capo inchiodandola al pavimento, mozzandole il respiro.
Solo con uno sguardo.
“si. Lo faremo” uscì dalla stanza.

Meg avanzò con fatica cercando di stare al passo di Spike.
Nonostante tutto era sempre lui il più veloce. Gli regalò un’occhiata di sincera ammirazione.
Da quando se lo era visto crollare addosso rischiando di schiacciarla non aveva mai pensato di poter provare qualcosa di molto simile alla comprensione per un vampiro.
Spike ricambiò lo sguardo “è fatta piccola. Siamo in cima”
Erano sulla sommità di una specie di rupe che avevano scalato con fatica senza preoccuparsi di quanto questo avrebbe potuto sfinirli.
Meg si avvicinò a lui che già guardava il territorio sotto di loro e istintivamente fece per afferrargli una mano prima di autocensurarsi per un gesto davvero stupido
–si brava! Magari bacialo pure!-
gli si affiancò e sbirciò da dietro la sua spalla tumefatta, come se potesse essere l’unico scudo contro il male in agguato.
Sigillò istantaneamente le palpebre, colpita da un tremito che la costrinse ad accasciarsi sul terreno scivoloso.
Al suo fianco Spike dominò il panico che si insinuava nella sua mente digrignando i denti; prima di trasformare il suo volto automaticamente in quello della caccia.
La prima volta da che era all’inferno.
Sapeva, al contrario di lei, ciò che evrebbe potuto vedere. Eppure non era preparato…a quello.
Guardò Meg che si contorceva ai suoi piedi, in preda a una crisi di panico.
Neanche faceva caso a lui.
Un dolore improvviso lo colse al petto.
Un bruciore che allontanava da lui qualsiasi pensiero razionale che non fosse la sofferenza.
In un ultimo sprazzo di coerenza sentì, senza riuscire a spiegarselo, che quello non era un dolore suo. Svenne.

Mentre le due figurette patetiche si ripiegavano su loro stesse, un vento fetido e improvviso scavò un piccolo sentiero fluorescente intorno a loro.
Come se tutto fosse orchestrato da un macabro regista, improvvisamente lo spazio parve dilatarsi e fu come se l’obbiettivo di una gigantesca telecamera si focalizzasse sopra di loro per riprenderne dall’alto gli spasmi, minacciandoli con la propria ombra.
L’osservatore spostò compiaciuto la sua attenzione su ciò che circondava i due insulsi avventurieri. Dietro di loro si estendeva ciò che non ha nome.
Una landa grigia e percorsa da vapori soffocanti. Un percorso obbligato per le anime dannate che dovevano giungere.
Un labirinto concentrico intricato di sentieri che conducevano tutti allo stesso punto.
Il nucleo.
L’occhio dell’inferno.
Che bruciava.
Buoni e cattivi, anime e dannati.
Un mondo completamente inimmaginabile e diverso da ogni altra cosa che potevano aver visto.
Di estensione imprevedibile se paragonata al limbo che si stagliava alle sue spalle.
L’osservatore sorrise quando sentì la donna dall’abito rosso comparire al suo fianco
“ci sarà da ridere!”
sussurrò lei con voce roca prima di chinare la fronte verso la sua bocca e lasciarvisi deporre un bacio
“ne sono sicuro. Figlia mia.”

Meg fu la prima a riprendersi dallo stato di stordimento catatonico in cui era inconsapevolmente scivolata. I gemiti sommessi di Spike la attirarono verso il suo corpo privo di sensi.
Gli carezzò delicatamente quello che un tempo doveva essere stato uno zigomo
–chissà se sei carino..-
“Spike come ti senti?”
Spike sobbalzò e la fissò per un attimo senza riconoscerla .
Gli occhi accecati da un lampo di puro dolore. “Spike…sono Meg”
“scusa” scosse velocemente la testa per scacciare la stanchezza. Lo guardò con occhi incerti
–non chiedermi che facciamo adesso…ti prego-
“cosa…” Meg non terminò neanche la frase, era ovvio che non lo sapesse e si sentì irritata e tradita per questo
–avevi detto che sapevi cosa fare!-
e alla fine disse “tu lo sapevi!”
Spike guardò dietro di sé, l’inferno peggiore dei suoi incubi che cominciava.
“avevo un’idea di quello che avremmo trovato…”
“un’idea? Tu avevi un’idea? Mi hai trascinata fin qui per chilometri, a costo di finire squartati in ogni momento da quegli esseri digustosi che ci venivano vomitati addosso sulla base di un’idea?” “mi dispiace” sibilò Spike con un atteggiamento pericolosamente vicino alla perdita totale della ragione. Quella ragazza lo esasperava.
“sai cosa me ne faccio della tua contrizione?”
“ho già detto che mi dispiace” le si avvicinò minaccioso, ma Meg non ci fece nemmeno caso. Sbuffò “ma tu guarda con chi dovevo capitare!”
–che stronza- “senti ragazzina cosa ti aspetti da me?”
Spike le afferrò il mento per costringerla a guardarlo in faccia
“credi che il fatto di essere un demone mi renda le cose semplici? Che mi faccia sentire a… casa?
A dispetto di quanto puoi pensare non ero mai stato qui, e la cosa mi sconvolge come e più di te!
O credi forse che io non provi dolore…o che…mi piaccia? Credi che essendo un vampiro io non provi sentimenti umani? Eppure io non faccio che –sentire-!
Non so più nemmeno da quanto siamo qui, e non sento nemmeno più la fame,
l’unica cosa che sento è il dolore!
Mi vedi?”
Meg distolse lo sguardo dai suoi occhi e Spike la strattonò
“guardami! Sto cadendo a pezzi!
Le mie ferite non si rimarginano! Te lo sei chiesto perché?
Il sangue. Non ce n’è abbastanza nel mio corpo.
Eppure mi hai mai visto provare a succhiarti? Avrei potuto farlo in qualsiasi momento.
Ogni volta che sei svenuta.
Mentre…dormivi. Anche ora. E tu non potresti opporti.
Perché sono ancora io il più forte.
Sai che succede a un vampiro che non si nutre?
Ne hai mai visto uno?
Sono cadaveri che camminano, ossa prive di ragione che desiderano solo una cosa: mangiare.
E prima di arrivare a quello stato dovremmo essere usciti da qui, o dovrò trovare il modo di uccidermi una volta per tutte se voglio impedire a me stesso di aggredirti!
Lo capisci questo?”
la strattonò di nuovo. Spike si aspettò le grida, oppure i calci, gli insulti e altre recriminazioni mentre la fissava svotato.
Per questo fu sconvolto quando sentì le braccia di lei che si stringevano piano attorno alle sue spalle e sorpreso di sentirsi bagnare la pelle dalle lacrime
“tu avevi detto che ne saremmo…saremmo usciti. Tutti e due. E… e io t-ti ho creduto”
Meg singhiozzò disperatamente.

§§§

“E così sei una strega!”
Westly aveva tutta l’aria di voler prendere appunti, ma un’occhiataccia di Cordelia lo fece desistere. Kate annuì dal divano su cui era rannicchiata.
Incredibilmente non faceva che rabbridire.
Soprattutto da che aveva parlato Angel.
–certo se quello si può considerare parlare-
“Westly io comprendo che tu voglia capire cosa mi è accaduto, ma non posso spiegarti cose che io stessa ignoro.”
Wes la guardò abbozzando un sorriso di scuse “immagino sarai stanca, forse vorrai andare a riposare…”
Cordelia seduta al pesante tavolo di noce la vide irrigidirsi alle parole di lui, si protese col busto in avanti come se volesse raggiungerla
“è tutto a posto cara?”
“si…si, solo…non voglio dormire.”sorrise a Wes titubante
“Soprattutto non voglio stare sola…ogni volta che chiudo gli occhi…”
Cordelia si sollevò in piedi “allora immagino ti andrà di aiutarmi a preparare la cena!”
Kate le sorrise davero riconoscente “con molto piacere”…

Erano passati sei giorni da che Angel aveva trovato Kate.
Cinque dei quali lei li aveva passati a dormire pressochè ininterrottamente con l’esclusione del momento in cui aveva dato il meglio di sé trasformandosi.
Aveva paura. Anche solo a pensarlo.
–nonsonoiononsonoiononsonoio-
Quella non era lei, era un corpo estraneo, un virus che la infettava e –alle volte- prendeva il sopravvento.
Non sapeva neanche dire se fosse buona o cattiva
–che cosa ridicola dividere il mondo in bianco e nero, con tutte queste sfumature-
Doveva essere tardi. Fuori dalla stanza non sentiva più rumori.
Cercò disperatamente di addormentarsi, ma dopo tutto il tempo passato in quel letto la cosa le faceva orrore.
Fosse per lei sarebbe andata a ballare!
Si sentiva esplodere di energia repressa, ma non appena aveva accennato al desiderio di uscire Westly era inorridito. “non mi sembra il caso di compromettere la tua convalescenza con sconsiderate e avventate passaggiate!”
se lo sentiva ancora rimbombare nelle orecchie col suo tono impettito.
Probabilmente gli sarebbe scoppiato il fegato se lei gli avesse imprudentemente rivelato che sarebbe volentieri andata a un Rave Party!
Senza pensarci ancora sollevò il plaid di lana lilla a fiorellini azzurri e scivolò via dal letto ancora in ordine. Aprì furtivamente la porta della camera dopo aver controllato che tra poco l’orologio avrebbe metaforicamente battuto le tre del mattino –è al quarzo!- e mise piede in corridoio.
Sapeva per intuito che alla sua destra c’era la camera di Angel.
Ma non sarebbe andata da lui per niente al mondo, anche se voleva.
Era rimasta molto sorpresa dal suo comportamento, sembrava avere per lei una strano rifiuto.
Erano ormai ventiquattro ore che era completamente cosciente e lui l’aveva debitamente evitata. Quella sera poche ore prima le aveva dedicato qualche parolina scontata e un sorriso di circostanza. E poi c’era l’altra faccenda… il morso che avrebbe potuto ucciderla e che invece le aveva permesso di riacquisire la lucidità necessaria per riprendere il controllo.
Comunque la mettesse riusciva a esercitare su di lei un fascino che non credeva possibile.
Aveva una buona conoscenza dell’occulto, quindi anche dei vampiri.
Ma li aveva considerati sempre e solo pericolosi nemici.
Non aveva idea potesse esistere un vampiro con un anima.
–non so nemmeno se esiste davvero, poi, l’anima!-
Un enigma! Dopo aver infestato i suoi sogni e i suoi incubi.
Dopo che per ore era stato una presenza costante che avvertva al suo fianco indistintamente.
Ora la rifiutava.
No, non sarebbe entrata nella sua camera
–è sveglio-
cercando conforto tra le mani gelate che l’avevano cullata in quelle notti.
Non gli avrebbe chiesto perché l’aveva portata a casa sua, invece che affidarla alle cure del più vicino ospedale
–aveva già intuito quanto era grave? Allora perché perdere tempo a a cercara soluzioni tra i libri?-
No, non avrebbe fantasticato sui bagliori luminosi dei suoi occhi.
Scese le scale scuotendo la massa di capelli arruffati.
–si, mi preparerò un the!-
Senza immagginare che, dietro la porta, lui ascoltava i suoi respiri.

La stanza era buia. E c’era lei.
Sapeva che c’era, ne sentiva l’odore, il battito, il movimento ritmico del torace.
Così come sapeva che lei ignorava lui fosse lì.
La ragazza si fermò al centro della stanza sibilando
“che situazione di merda!”
In effetti la poteva capire. Senza candele in una casa con quattro vampiri.
Sola.
“avanti so che ci sei. Non è divertente!”
aveva girato lentamente su se stessa per fendere l’oscurità e cercare di stabilire la sua posizione.
Angelus adorava quei giochetti. “sicura?”
Sentì la mano di lei afferrargli una spalla “ti sei tradito”
Repentinamente lui le afferrò entrambi i polsi e la fece aderire al suo petto
“o forse no…” si chinò verso la tempia della ragazza e la baciò come un padre gentile.
O un’amante rispettoso.
Prima di succhiarle avidamente le labbra e lottare gioiosamente con la bocca di lei che lo respingeva.
Senza troppa convinzione.
La lasciò ansante staccandosi da lei con un unico movimento di bocca e mani.
Sapeva che Darla, tutt’uno con le tenebre, l’aveva visto.

“sei stanca piccola?” Spike si era voltato verso di lei
“no, sto bene!” aveva sorriso poco convinta.
“è tutto ok?” Meg aveva vigorosamente annuito accellerando il passo.
Lui si era accorto che aveva cominciato a rallentare. “non sono stanca, davvero! Andiamo”
Spike la guardò di sottecchi prima di decidersi a parlare “non volevo spaventarti prima. Io…non farò niente che…non ti farò del male!”
I suoi occhi! Dio emanavano una tale lucentezza!
Come potevano esprimere una forza così incrollabile nonostante il corpo assomigliasse sempre più a uno scheletro. Sempre più magro.
Con la carne viva esposta a quei vapori velenosi.
Meg per l’ennesima volta si chiese se avrebbe potuto guarirlo.
–e se fosse una tattica? Mi rassicura così io me ne sto qui tranquilla e lui può progettare con calma il suo pranzo. Ma allora perché aspettare tanto? È ridotto così male! Forse potrei guarire solo le ferite più superficiali…così da mantenerlo innocuo…ma non è innocuo, nemmeno così, non sarà mai innocuo-
Spike la fissò “piccola, a che stai pensando?” era diventato molto più…gentile
Meg si fermò davanti a lui “tu chi sei? Io ti ho r-raccontato…ogni cosa…ma tu…”
“che vuoi sapere?”
“perché sei qui? È molto importante che tu me lo dica”
Aveva temuto quella domanda dal primo momento in cui gli aveva raccontato chi era.
Poteva dire alla donna che aveva di fronte, che aveva perso tutto per un sacrificio così nobile, che lui, un essere indegno, era lì per lo stesso motivo?
Non voleva mentirle.
“ci sono finito per sbaglio…”

Sollevata. Ecco come si sentiva, incredibilmente più sollevata.
Spike le aveva raccontato di avere un’anima.
Non che questo la rassicurasse particolarmente.
Come tutta la sua famiglia, lei non era mai stata religiosa, quindi le risultava molto difficile credere che potesse esistere qualche creatura
-umana o demoniaca-
che ne possedesse una.
Ma ora poteva scegliere di fidarsi. Dargli una possibilità.
E credergli.
Avevano deciso che era il momento di riposarsi.
Si stesero sul terreno che via via che si avvicinavano al nucleo si faceva sempre più arido.
“Meg…”
Spike trovò finalmente il coraggio di guardarla di nuovo
“…mi credi, vero?”

Cordelia era stesa al centro della sua camera da letto.
Era proprio una di quelle serate.
Quelle in cui aveva bisogno di una buona seduta di yoga per rilassare i muscoli indolensiti.
La musica di sottofondo era una di quelle cassette che uscivano allegate ai corsi per principianti comprati nelle edicole.
Ed era una vera schifezza.
Non riusciva a distenderla, anzi la stava facendo innervosire.
Con uno scatto si alzò dal tappetino e spense lo stereo.
–mi ci vorrebbe una doppia dose di valeriana per sortire qualche effetto!-
si slegò i capelli strappando via l’elastico in un gesto meccanico e scuotendo la massa lucente.
E fu in quel momento che lo vide.
Sulla porta, con un’espressione impacciata e colpevole, stava Westly.
“Cordelia…” si schiarì la voce in modo cerimonioso “…mi dispiace moltissimo di averti interrotto, so quanto tieni alla tua privacy per cui spero che tu possa…”
“Wes” un gesto della mano l’aveva fatto zittire “non mi disturbi. Cosa c’è?”
solo in quel momento fece caso al suo sguardo tanto serio.
Wes non era più a Sunnydale, ed erano anni che aveva imparato che tirava fuori quell’attegiamento solo in particolari, definite occasioni
“dobbiamo parlare!”
quando c’era in ballo qualcosa di molto, molto serio.

Angel era già sveglio; o meglio, ancora.
Non era certo una novità che spesso non dormisse.
Era stato Wes a distoglierlo dalla lettura.
Quando ne avvertì la presenza familiare sullo stipite automaticamente chiuse il libro e lo ripose sul piccolo mobiletto intarsiato posto al fianco dellla poltrona.
“è tutto a posto Wes?”
Westly entrò nella camera in penombra a passi larghi e posò i tre libri dal’aria antica che portava con sé sul grosso tavolo di noce sul lato sinistro della stanza.
“no, Angel. Niente è a posto.” Cominciò nervosamente a giocare col colletto della camicia
“ho fatto delle ricerche, e…”
lo interruppe con un gesto della mano “ma io ti avevo detto di aspettare che parlassi con lei, prima di fare qualsiasi cosa!”
“Angel…ma tu ti stai praticamente rifiutando di incontrarla! Non credere che non ce ne siamo accorti! Non avevo scelta.”
“avevo intenzione di parlarle tra poco” rispose infastidito
“nel prossimo secolo?...” Wes fece rapidamente marcia indietro non appena intravide lo sguardo torvo dell’amico “va bene, non è il momento per l’ironia. Scusa.”
“credo sia importante farle capire che di noi può fidarsi. Non otterremo niente se agiremo alle sue spalle. Si sentirà tradita. E poi…qualunque cosa le sia successa…nessuno dei tuoi preziosissimi volumi te lo potrà dire! Solo lei.” Angel incrociò le braccia al petto aspettando.
Alla fine Westly cedette “su questo hai ragione. Noi non possiamo sapere come mai sia finita nelle mani del primo, solo lei può dircelo. Purtuttavia c’è una cosa che posso scoprire attraverso i miei
-preziosissimi volumi-…”
si scambiarono un’occhiata d’intesa
“la sua natura.”
Angel non aveva pensato a quella possibilità “non credi che sia umana?”
Wes si sfregò le mani nervosamente “non necessariamente. Probabilmente lo è in parte. Hai visto anche tu la trasformazione che ha subito…”
“hai detto bene: subito. Non c’era consapevolezza nei suoi occhi, io lo so”
“Angel io capisco che tu possa sentirti protettivo nei suoi confronti, non credere, anche io…tutti noi qui abbiamo fatto del nostro meglio per salvarle la vita, e questo indubbiamente ci ha permesso di affezionarci… voglio dire…è una ragazza deliziosa…non si lamenta mai, gentile, sempre sorridente…” allungò lo sguardo sulla sua figura ancora seduta in poltrona.
Angel mani incrociate lo guardava scettico con un sorrisetto negli occhi a sottolineare quanto reputasse inutili i preamboli “Wes, arriva al punto prima che sia notte!”
“il punto è: non sappiamo se può rappresentare una minaccia. Se possiamo fidarci di lei.”

Angel prese a camminare per la stanza
“fammi capire, che vorresti fare? Chiuderla in cantina? Farle firmare un documento in cui dichiara che non ci ammazzerà nel sonno?”
“Angel tu sembri non capire! Dico solo che non è necessario che giri liberamente per casa. Credo che dovremmo evitare che acceda alla biblioteca o alla sala delle armi. Prudenza, solo prudenza.” “no Wes scusami, ma questa è paranoia! La sua condizione è critica. La verità è che noi fino ad ora ci siamo preoccupati unicamente di salvarle la vita. Ora che il problema è risolto cominci a porti gli interrogativi. Cosa che io ho già fatto! E le cose, per come la vedo io stanno così: o ci fidiamo, la aiutiamo e scopriamo cosa le è successo e se questo può avere conseguenze, col suo aiuto; oppure… la uccidiamo.
Westly sobbalzò “non…n-non credi sia un p-po’ drastico come mezzo?”
“drastico? È questo che facciamo tutte le sere! Sarebbe diverso ora? E perché? Se fosse un nemico, se giungessimo alla conclusione che fosse pericolosa sarebbe nostro dovere liberarcene. Un demone sanguinario di meno. Credimi, nessuno piangerebbe!”
Wes lo fissò sconcertato “Angel non posso creder che tu…la situazione è molto diversa! Anche se fosse un demone non potremmo liquidare la cosa con un paletto!”
“odio ripetermi, ma…perché? Perché l’hai vegliata, le hai preparato il brodino? Oppure perché lei è stata gentile? Credi che se volesse ucciderti questo la fermerebbe?”
“è solo una ragazza! Quand’anche riuscissi a dimostrare che sia un demone, non sarebbe sicuramente consapevole delle sue azioni. L’hai detto prima tu stesso, posseduta! E tu vorresti farla fuori a scopo preventivo? Di un po’, come ti sentiresti? Riusciresti a guardarla mentre la uccidi.
A fissarla negli occhi senza rivedere quel fiore calpestato che hai portato qui non più di sei notti fa? Rispondi a queste domande Angel!”
Westly era furente gli andò vicino afferrandogli il bavero della camicia.
Angel gli regalò uno dei suoi sorrisi più disarmanti
“vedi…”
rise
“era esattamente questo che intendevo!”

“ripetimi come abbiamo fatto a finire in questa situazione!”
Spike sospeso a una sporgenza acuminata ciondolava bellamente nel vuoto.
Teneva il peso di Meg, saldamente ancorata alle sue spalle, sulla schiena.
“tu hai detto che poteva essere una scorciatoia e…”
“lo so, lo so! Era metaforico!”
“oh, metaforico! Siamo qui come due idioti a dondolarci nel nulla sopra un precipizio infernale di cui non si intravede nemmeno la fine e tu…”
Spike la interruppe “prendi fiato tesoro! Ricorda che devi respirare, il morto sono io!” “Spike…ehm…se ti dico la cattiveria che ho pensato, non è che tu mi lasci cadere, vero?”
le fece l’occhiolino anche se sapeva che non poteva vederlo “a tuo rischio e pericolo baby!”
Meg sospirò “ce la farai?” “abbiamo alternative?”
“stavo pensando… a che serve? Siamo già morti, tu eri morto perfino prima di arrivare qui, e se ci lasciassimo cadere?”
stavolta fu Spike a sospirare “ho una mezza teoria in proposito”
“ti ascolto.”
“no. Te la dico quando arriviamo in cima!”
si issò su un altro sperone.

§§§

Aveva sentito le sue parole.
Ed era scivolata via silenziosamente, trattenendo la frustrazione e le lacrime.
Come poteva spiegare quello che lei stessa ignorava?
Come poteva convincere quelle creature che erano state così generose con lei di non rappresentare una minaccia?
Kate richiuse dietro di lei la porta della prima camera che aveva trovato.
Si lasciò scivolare a terra e si abbracciò le ginicchia.
Non voleva piangere, veramente non voleva piangere.
Specie perché assurdamente avvertiva che lui l’avrebbe sentito.
Se lei piangeva.
Ed era l’ultima cosa che avrebbe potuto tollerare in quello stato, dopo quello che aveva sentito.
Che lui la consolasse.
Perché, ne era certa, lui sarebbe corso a sincararsi che stava bene.
Pronto a rassicurarla, a…proteggerla.
Perché lei sapeva, nonostante il tono assurdamente lucido e poi ironico delle sue parole, che Angel non le avrebbe mai e poi mai fatto del male.
Che Angel si tormentava per il solo fatto di averci provato…ed era per questo che, contrariamente al suo carattere impulsivo, aveva rispettato il desiderio di lui di non volerla vedere.
Si disperò infantilmente trattenendo il fiato per un singhiozzo sfuggito al controllo.
Il suo cuore accellerò irrazionalmente i battiti quando sentì chiaramente dei passi lungo il corridoio.
Non voleva assolutamente essere trovata in lacrime mentre si disperava come una bambina nella camera della mamma.
Cominciò a sentire la taticardia quando avvertì il rumoroso ticchettio proprio fuori dalla porta.
–probabilmente Cordelia-
e si rilassò unicamente nel momento in cui li percepì allontanarsi.
Stesso identico preciso momento in cui discretamente qualcuno bussava piano, con le nocche sul legno duro.
–nononono. Maledizione non ora!-
Kate si asciugò rapidamente le lacrime, sbavando il mascara che le allungava le ciglia in modo innaturale, facendola sembrara la caricatura di Bambi.
Si sollevò in piedi, spolverandosi con finta non curanza il pantalone di velluto che non era suo.
Tirò un respiro profondo prima di spalancare la porta a due mani.
Angel con uno sguardo colpevole che gli condizionava l’espressione del viso, si protese verso di lei “va tutto bene…Kate?”
Kate ricambiò il suo sguardo con un misto di incredulità e rancore
–come se nella mia vita ci sia mai stato qualcosa che andava bene!-
“si certo tutto perfetto, benissimo!” ansimò tutto d’un fiato e si portò una mano alla bocca per cancellare un singhiozzo.
Angel fece automaticamente marcia indietro “va bene, allora scusami!”
–codardo-
Si voltò pronto a sparire richiudeno la porta dietro di sé.
Facendola ripiombare nel freddo della solitudine.
La stessa che provava da quando suo padre era morto, ogni volta che gli ostacoli sembravano troppo grandi per le sue forze.
-papà, vorrei che fossi qui!-
si lasciò sfuggire un gamito, e dopo un altro. E poi ancora una cascata di lacrime…
-dio come è sbagliata la mia vita!-

Angel non aveva fatto nemmeno in tempo a girare le spalle, che erano arrivati i singhiozzi.
Si maledisse per la sua imprudenza. –ha sentito-
Non sapeva che fare con lei. Ed era una sensazione nuova.
L’incertezza non era tra le sue note caratteristiche. Lui sapeva sempre cosa fare.
Quello era il suo compito: prendere le decisioni.
-quali decisioni?-
Non voleva avvicinarsi, non voleva scoprire cosa rappresentavano le manifestazioni del suo inconscio. Non voleva assolutamente creare alcun tipo di legame.
Perché ricordava la fame che aveva provato.
Di lei.
E che aveva rimosso.
Erano frammenti che faticosamente ricomponeva, un ricordo ignorato per anni.
Un ricordo che era un sogno e un desiderio.
Un ricordo che era ragionev