DISCLAIMER: I personaggi di Buffy the
Vampire Slayer ed Angel: the Series appartengono a Joss Whedon, la ME,
la WB e la Fox. Non scriviamo a scopo di lucro e non intendiamo violare
alcun copyright.
AUTHOR: Mary & Sue
PAIRING: nessuno.
RATING: G, ANGST, AU (molto AU….in quantità
industriale), e, strano a dirsi, humor, moltissimo humor.
SPOILERS: Ovviamente Ephipany, la prima
stagione di Ats.
TIMELINE: Russia 1917/ Oceano Atlantico
1918. Los Angeles 2001
SUMMARY: “ Una delle peggiori minacce che
mai siamo stati costretti ad affrontare ci attendeva su quella nave
diretta a New York…
Terribile, spietata…
Mise alla prova l’anima di Angel.
Per non parlare del mio autocontrollo…”
<cut>
“Un demone?” Domandò Kate.
Spike scosse la testa. “Un demone? No…molto peggio, Kate, molto, molto
peggio.
DISTRIBUTION: Il nostro sito: Due Uomini e
Una Gatta, chiunque altro…basta che chieda.
NOTE. : dopo la maratona di Angst degli
ultimi capitoli, ecco finalmente una parte che definire più leggera
sarebbe un blando eufemismo!! Questa parte è nata nella cucina della
gatta Mary la seconda volta che il dinamico duo si è ritrovato insieme .
Una nottata bellissima che nessuna delle due potrà mai dimenticare
FEEDBACK:
Alla gatta Mary, da Sue:
Per le risate, tante, pazze, che mi hai regalato in questi mesi. Per
l’allegria che hai portato nella mia vita.
Perché ricorderò per sempre la sera in cui è stata concepita Joyce
McNamara come una delle più divertenti della mia vita.
Grazie!
|
Dal vecchio al
nuovo mondo |
Los Angeles 2001
Era incredibile quanto i macellai della zona in cui viveva Kate fossero
sospettosi, ci aveva messo quasi un'ora, per trovarne uno che non
l'avesse guardato in cagnesco quando aveva chiesto sangue.
L'omertà dei macellai era una delle poche cose che Spike rimpiangeva di
Sunnydale, il solo fatto di rimpiangere qualcosa di quella cittadina lo
spinse a ringhiare, mentre si passava una mano tra i capelli bagnati di
pioggia.
Aveva camminato a lungo, dopo aver terminato di parlare di Tanya, per
qualche minuto era sceso un silenzio pesante nel salotto di Kate, ed era
stata la donna a romperlo dicendogli che se aveva intenzione di
rimanere, avrebbe fatto meglio a procurarsi un po' di sangue.
«Generalmente non ricevo vampiri in casa,» aveva detto con un sorriso
amaro, "Quindi non posso aiutarti"
E lui era stato tanto scosso dai suoi ricordi, da non aver avuto nemmeno
la forza di fare qualche battuta o qualche riferimento ad Angel.
La verità era che aveva avuto bisogno di un po' di tempo. Era passato
quasi un secolo dalla morte di Tanya, ed anche se lui era tornato pian
piano alla vita - sebbene vita non fosse la parola più adatta -, anche
se era stato felice dopo, anche se aveva amato dopo Tanya...non era
riuscito a dimenticarla, e a quel punto della sua non vita, dopo gli
avvenimenti degli ultimi giorni, dubitava seriamente sarebbe mai
riuscito a farlo.
Pensare alla sua morte, era ancora doloroso, fottutamente doloroso,
quindi aveva camminato lentamente sotto la pioggia battente che da due
giorni ingrigiva Los Angeles e si era procurato sangue, sigarette...e
gelato, per Kate.
Sbuffò, mentre percorreva il corridoio che dava all'appartamento della
donna e si passò la busta nella mano destra, trafficando poi in una
tasca dello spolverino in cerca delle chiavi dell'appartamento della
donna.
Aveva ammiccato sorpreso, quando Kate prima che uscisse, gli aveva detto
di prendere le chiavi, non era riuscito a spiegarsi la strana sensazione
che quel gesto aveva provocato in lui al pensiero che la stessa Kate
Lockley, che per oltre un anno lo aveva guardato in cagnesco quando si
erano incrociati, gli avesse aperto il suo cuore prima, rivelandogli
particolari della sua infanzia, e donato le chiavi di casa poi.
La sua non vita era strana, e malgrado continuasse a pensare che Angel
avrebbe dovuto essere accanto a Kate, era contento di tornare da lei.
Anche se parte di se, continuava a rammentargli che era stato occupato
in ben altre attività quando Angel lo aveva chiamato chiedendogli di
occuparsi di Kate.
"Tesoro? Sono a casa!" esclamò entrando nell'appartamento dell'ex
poliziotta. Sorrideva, ma il sorriso gli scemò dalle labbra, quando vide
la donna: Kate era ancora seduta sul divano, nella stessa identica
posizione che aveva assunto poco prima che se ne andasse, un'ora prima.
Aveva ancora le ginocchia strette contro il petto e la testa piegata su
una spalla, i suoi occhi erano sgranati, ma non aveva l'aria di aver
pianto, o di essersi mossa, da quando se n'era andato.
Se il rimugino fosse stata una disciplina olimpica, la medaglia d'oro
sarebbe andata ad Angel, ma Spike cominciava a sospettare, che Kate si
sarebbe guadagnata un meritatissimo secondo posto.
Avanzò di un passo, rendendosi conto per la prima volta, che nessuno di
loro aveva pensato di accendere una luce da quando era arrivato, la
stanza veniva debolmente rischiarata dalle luci provenienti dalla strada
e dalla cucina...e sembrava che la cosa fosse andata bene ad entrambi.
"E' incredibile quante domande facciano i macellai di questo quartiere...uno
di loro voleva anche passarmi una ricetta per la carne alla tartara..."
Commentò il vampiro.
Kate sollevò la testa e sorrise debolmente, Spike strinse i denti prima
di dire. "Ah, ho comprato del gelato..."
"Gelato?" Domandò Kate, aggrottò le sopracciglia, sorpresa, e l'ombra di
un sorriso le comparve sul volto, ma svanì subito. La donna si passò una
mano tra I capelli prima di mormorare: “Non ho fame, grazie”
Spike strinse le labbra ed annuì leggermente.
“Beh, è un peccato!” la guardò per un istante prima di dire: “Io vado a
mettere queste cose in frigo”
Kate annuì senza guardarlo e Spike scuotendo la testa si avviò in
cucina.
Bel colpo vecchio mio! Angel, il tuo sire, il signore e padrone del
rimugino e delle camminate sui muri ti aveva chiesto di badare a lei,
non di deprimerla fino a spingerla al suicidio…di nuovo!
Pensò, mentre riponeva il gelato nel freezer e il sangue nel frigo.
Ti farà a pezzi e giocherà a ping pong con le tue pupille
Pensò con un esasperata scrollata di testa, quando tornando in salotto
vide che la donna era ancora seduta sul divano, con lo sguardo perso nel
vuoto.
Stava soffrendo.
E Spike si fermò al centro del salotto, aggrottando la fronte, stupito
dalla reazione della donna.
Certo, poteva convincere tutti, persino se stessa di essere una persona
fredda e controllata, di essere la regina delle nevi, ma Spike aveva
visto quanto la realtà fosse diversa, e lo aveva fatto molto prima di
quella sera.
Lo aveva intuito un anno prima, in un distretto di polizia, quando Kate
aveva evitato alla donna che amava di fare del male a se stessa e agli
altri.
Lo aveva capito quando l’aveva vista scoppiare in lacrime di fronte la
tomba di suo padre.
E quella sera…ogni volta che le sue dita, proprio come stava accadendo
in quel momento erano andate a sfiorare I segni lasciati dal morso di
Angel.
Le sue parole, nate per aiutarla a capire, le avevano fatto del male.
Credo che userà un pela patate…anzi no, ti sbuccerà come una mela!
Protestò una vocina dentro di lui e Spike quasi ringhiò.
Quasi.
Batté le mani, invece, sorridendo della sorpresa che si dipinse sul
volto di Kate.
Si sfilò lo spolverino, gettandolo sulla poltrona e vi si lasciò cadere
di traverso, esclamando: “Allora, dov’eravamo rimasti?”
Kate scosse la testa e sbatté gli occhi una volta, prima di dire:
“Avevate deciso di lasciare S.Pietroburgo.”
Spike annuì, voltando la testa in direzione della donna, sorrise e
disse: “In situazioni normali, avremmo scelto un itinerario a caso, ma
quella volta le cose andarono diversamente…”
***
Pietrogrado 1917
“In Norvegia? Perché in Norvegia? Non c’è niente in Norvegia! Non ci
voglio andare in Norvegia!”
“William…”
“William un cavolo! Che ci faccio in Norvegia? Non se ne parla nemmeno!
Prendi l’atlante e punta un dito a caso ma a me in Norvegia non mi ci
trascini!”
“E prendiamo l’atlante…”
Angel sospirò, andando fino alla libreria e sfilando un grosso volume
rilegato di blu, mentre il borbottio incessante di Spike continuava a
seguirlo anche quando lo riportava al tavolo e lo apriva, indicandogli
con l’indice la pianta dell’Europa.
“E adesso ragioniamo…” spostò l’indice sulla carta, tracciando delle
linee nelle varie direzioni. “Andiamo ad Est, c’è la guerra civile fino
ai confini con la Cina. Andiamo a sud, guerra civile, andiamo ad ovest,
ancora guerra civile fino alla Polonia, poi, guerra e basta, per cui, o
scaviamo un tunnel o si va a nord e scampati a questa lingua di Russia
che rimane attraversiamo Finlandia, Svezia e Norvegia, arriviamo in
Inghilterra, e, di lì, andiamo dove vuoi”
Spike guardò la pianta, domandandos…i come avesse fatto Angel a ficcarlo
in quell’angolo!!
“Come te la cavi col badile?” Rincarò l’altro, inclinando leggermente la
testa .
Seguì un lungo e basso brontolio, ed una serie infinita di improperi che
colpirono l’intero genere umano e la sua follia.
“Di guerre ne ho già viste abbastanza” Mormorò ancora Angel. “e non
vorrei ripetere l’esperienza. Ci sarebbero buone possibilità di venire
feriti, dovremmo vedere cose…”
“Okay, piantala!” Gracchiò Spike. “Vada per la Norvegia! Ma dopo si va
in America!” Sbuffò. “L’Europa mi ha davvero stancato!”
*****
Era la prova più difficile, dal giorno in cui era morta.
La prova più difficile, dal giorno dell’ addio.
Ed era assurdo che il cuore gli si torcesse tanto, dopo aver passato
battaglie così dure...
Dopo il tormento dei primi giorni.
Dopo il lento, lungo cammino per riportare Spike indietro.
Dopo i giorni di pioggia. E di pianto.
Durante i quali tutto il dolore era parso fluir via, insieme alle
lacrime…
Ed Angel si era illuso… che davvero fosse così.
Pur chiamano l’illusione col suo nome.
.
Il dolore, per lui, non poteva avere fine ...
E quando pure ne avesse avuto, probabilmente, anche lui avrebbe cessato
di esistere.
Ed infatti eccolo qui.
Il dolore.
Di nuovo. Sempre.
E quei semplici gesti diventavano la prova più dura.
Entrare nella camera da letto, dove tutto era rimasto immutato. Sfiorare
con gli occhi la cassapanca delle armi, aperta, e il letto, con la
coperta leggermente sollevata, dalla parte di Spike.
E la camicia da notte di Tanya, piegata ed appoggiata al suo cuscino.
Aprire i cassetti. Cercare. Appoggiare delicatamente nella grande
valigia.
E scoprire le sue mani che tremavano.
Mentre lo faceva.
E si sentiva un invasore. Un ladro.
Come se Tanya fosse potuta tornare da un momento all’altro, per cercare
le sue cose.
Le sue piccole, calde cose senza gran valore… più preziose di un tesoro…
Lasciò gli abiti di lei, le suppellettili, i gioielli…non erano quelli
che stava cercando…ma non abbandonò nemmeno una delle fotografie.
Quelle che Tanya aveva ordinatamente riposto in un album, quelle spurie,
i due ritratti del suo matrimonio, nella cornice richiudibile di cuoio,
che Angel osservò per un secondo , prima che il suo cuore cominciasse a
fare troppo… troppo male....
Nel primo c’erano loro…i suoi ragazzi…
Spike e Tanya…
E sarebbe parso un classico ritratto di nozze, se le loro espressioni
non avessero avuto così poco di classico.
Erano abbracciati, sorridendo, e mentre Spike fissava l’obiettivo, Tanya
fissava Spike. Ed il suo volto era il trionfo dell’amore...
Nell’altro c’erano tutti, Eleanor ed Angel compresi, e lui dovette
chiudere il portafotografie, per impedire ai pensieri e ai ricordi di
arrivare troppo a fondo… dove il corpo finiva, e incominciava l’anima.
Spike…Tanya…
La sua famiglia.
E, adesso, di quella famiglia non restavano che loro …
Deglutì, per ingoiare il groppo che gli serrava la gola, e ,con
riverenza quasi, continuò in quella prova.
Ancora una volta, la più dura…
Molto più di una battaglia. Più di una guerra.
Quella a cui nessun insegnamento e nessun allenamento avrebbero mai
potuto prepararlo.
Nel cassetto di Spike, trovò la scatola intagliata che Tanya gli aveva
regalato, e, ancora una volta, rimase ad osservare il piccolo cuore
d’argento ...
Il cuore di Tanya.
Di Spike. Per sempre.
Chiuse gli occhi.
Un’ora dopo, la valigia era quasi piena, e la sua anima piangeva.
Nulla di ciò che avrebbe portato con se valeva più di una manciata di
Rubli.
E nulla avrebbe mai potuto lasciare .
Appoggiò sopra il resto lo scialle bianco di Tanya, dopo aver esitato un
momento, senza sapere se prenderlo o meno, e tornò a casa, con la vaglia
in una mano e nell’altra la chitarra di Spike, e la balalaica di Tanya.
Di legno intagliato anche quella…tipicamente russa.
Come lei…
Portò la valigia nella sua stanza, e poi raggiunse Spike, nella camera
che avevano usato per allenarsi, e che ora serviva per i suoi esercizi.
Lo osservò piegarsi in avanti. Lentamente. Come gli aveva insegnato.
E un sospirò gli lasciò le labbra.
Ormai era quasi guarito. Merito della sua volontà, e della voglia di
ricominciare…
Assurdamente, stava diventando più forte di quanto non fosse mai
stato….eppure, ogni volta che Angel lo guardava, ritornava quella
identica pena….quegli identici dolore e senso di colpa…
Naturalmente, Spike lo senti, e sollevò immediatamente il viso,
alzandosi in piedi con l’aiuto della sbarra di legno fissata alla
parete.
“Allora?” disse, con tono casuale. “Hai finito?”
A chiunque altro sarebbe parso calmo.
A chiunque altro sarebbe parso che non gli importasse.
Ed invece gli faceva così male…
Sollevò il braccio, mostrandogli la balalaica.
“Non ancora…” Mormorò. “Ma volevo sapere… che devo fare di questa…”
Spike la fissò, stringendo leggermente le labbra.
Per controllare il suo dolore.
Per apparire calmo.
“Portiamola…” Disse infine. “Dall’Inghilterra la spediremo ad
Eleanor…chissà…magari il suo marmocchio imparerà a suonarla…”
Angel annuì, senza fare commenti.
Non ce n’era bisogno.
Spike sapeva che aveva sentito… e compreso.
Che aveva notato come avesse detto “spediremo” e non “porteremo”…
Spike non voleva rivedere Eleanor.
Non ancora.
Non era pronto, come non era pronto a rivedere la sua casa.
Anche se il dolore che, pur senza rivedersi, avevano condiviso, aveva
cancellato ogni residuo di animosità fra lui e l’osservatrice di Tanya.
Così, appena giunta in Inghilterra, Eleanor aveva immediatamente scritto
ad Angel. Chiedendogli di Spike. E raccomandandogli ancora una volta di
avere cura di lui.
E Spike si era dimostrato contento quando gli era giunta la notizia che
la donna, finalmente, aspettava un bambino.
“Luce ne sarebbe felice…” Aveva detto.
Era stato quasi l’unico accenno a Tanya che si fosse concesso.
L’altro era venuto poco dopo aver ripreso a camminare, e non c’era stato
bisogno che gli spiegasse di cose stava parlando, quando, di punto in
bianco, aveva mormorato tristemente: “ Avrei dovuto riportarla a casa
io…
Ero suo marito…toccava a me….”
Angel aveva deglutito, e lo aveva guardato, senza osare toccarlo.
“Non credo sia così….” Aveva detto alla fine, dopo lunghi istanti di
silenzio. “Ti sei preso cura di lei quando eravate insieme, questa è la
cosa importante.”
Spike aveva sorriso, amaramente.
“Bel lavoro che ho fatto…”
“L’hai resa felice. Non avresti potuto farlo di più.”
Sospirò, pensando che ad Eleanor avrebbe fatto piacere avere quello
strumento. L’unica cosa che aveva portato via di Tanya era stato il suo
quaderno di poesie, cosa per cui Spike, assurdamente, le era stato quasi
grato.
Non credeva che sarebbe mai più riuscito a leggerle...
“E poi…” Mormorò, continuando a fissarlo, a disagio. “Volevo chiederti
se vuoi…”
“Le sue forcine…” Lo interruppe Spike, fissandolo negli occhi, con
un’intensità che parve bruciarlo. “solo le sue forcine…”
Angel annuì, e, appoggiata in un angolo la balalaica, tornò ancora una
volta nella casa di Spike e Tanya.
Ed, ancora una volta, si sentì un ladro.
Ed, ancora una volta, un groppo gli serrò la gola, aprendo quella porta,
e non udendo ad accoglierlo la risata di lei.
Si fece coraggio, ed entrò.
Quella… era ancora la prova più dura.
*****
Los Angeles, 2001
“E così, caricammo tutto in auto, dipingemmo i finestrini di nero, e
partimmo…
E lascia che ti dica una cosa: i viaggi On The Road sono divertenti nei
films e nei romanzi di Kerouac !
Immagina cos’è stato nel 1917! “
Kate sorrise alle sue parole, e mormorò: “Niente viaggio alla scoperta
di se stessi ?”
“No! Prova tu passare dodici ore di fila, in un’ auto con i sedili duri
come legno, e con Angel che canticchia!”
“Can-ticchia?” Sillabò Kate
“’L’Inno alla Gioia’ di Beethoven!
Cosa ci fosse da gioire poi…” Bofonchiò lui, e Kate si lasciò sfuggire
un altro sorriso.
“Ad ogni modo, quando il mio osso sacro stava cominciando finalmente a
riacquistare sensibilità, arrivammo ad Oslo….e fu lì che commisi una
delle azioni più criminalmente stupide della mia esistenza!
Vi erano segni ovunque che mi esortavano a non farlo…ma li ho ascoltati?
Ovviamente No!
Il mio demone mi urlava di non fare il coglione, ma l’ho ascoltato?
Ovviamente no!
Avremmo potuto rimanere ad Oslo, aspettare la fine della guerra, per poi
prendere una nave… insomma, quanto ancora poteva durare quella follia?
Invece, no…io non potevo aspettare,e quindi ci spostammo sulla costa…”
Attese per un attimo.
“Mai sentito parlare di notti bianche, Kate?”
La donna annuì leggermente, mentre con una mano si copriva educatamente
le labbra per nascondere il sorriso.
“Indovina in che periodo siamo arrivati noi due… vampiri? Hai due
possibilità, la prima non conta!”
“Notti bianche?” Domandò Kate.
Spike allargò le braccia: “Sono anni che dico ad Angel che potremmo dare
lezioni a quel tipo…Murphy…oltre che una sana dose di legnate” Scosse la
testa, prima di portarsi una sigaretta alle labbra. Trasse una lunga
boccata mentre l’accendeva con lo zippo, e scacciò il fumo con un gesto
nervoso della mano, prima di dire:
“Notti bianche, cielo terso neanche fossimo ancora in Spagna…e sei mesi
passati su un Fiordo!”
Urlò quasi le ultime parole.
“Un autentico fiordo Norvegese…due vampiri, uno con l’anima tormentato
da rimorsi, l’altro che aveva da poco perso il grande amore della sua
vita, rinchiusi in una casa per sei mesi”
Tacque
“Se non ci siamo uccisi allora, dubito accadrà mai.
Hai idea di cosa sia vivere su un Fiordo? Sprezzante del pericolo aprivo
la finestra solo per trovarmi davanti lo stesso, identico,
maledettissimo panorama.
Pietra, licheni…e cielo terso…
Affascinante la prima settimana, noioso la seconda…esasperante la
terza…da suicidio dopo il primo mese!”
Sbuffò.
“Ci avrei piazzato una bomba…se solo uscire di casa non mi avesse
ridotto in cenere…senza contare che…dove diavolo la trovavo una bomba su
un Fiordo?”
Scosse la testa, e si lasciò andare ad un sospiro prima di continuare.
“Credi che non abbia ripreso le mie vecchie abitudini per rispetto ad
Angel, per il ricordo di Luce? Ah!” Esclamò
“Anche volendo chi avrei potuto uccidere? Ero bloccato in casa col
campione mondiale del rimugino e dei silenzi carichi di significato…
Oh, certo abbiamo parlato…e tanto anche…beh,” Mormorò stringendosi nelle
spalle. “A dir la verità l’ho costretto fisicamente a parlare…ho
raccontato ad Angel la storia della mia vita: la noiosissima storia di
William Appleton, aspirante poeta, laureato cum laude ad Oxford nel
1878, gli ho raccontato di tutto…dal primo raffreddore alla notte in cui
ero stato vampirizzato …” Sollevò un sopracciglio e guardò Kate
maliziosamente prima di aggiungere.
“E questo credo la dica lunga sul livello di disperazione nel quale
eravamo precipitati. ”
Si appoggiò contro lo schienale della poltrona, e continuò:
“Beh, un lato positivo c’è: ho imparato tutto Marlowe e Shakespeare a
memoria!
Una volta la settimana costringevo Angel ad assistere ad un mio One man
show…lui sostiene che la cosa non gli pesasse…ma personalmente ho il
vago sospetto che abbia espiato parecchio in quel periodo”
Sogghignò
“Anche se, considerato il fatto che mi costringeva a fare Tai Chi con
lui, credo che la cosa non valga…e, per inciso, Kate…c’era una cosa sola
più deprimente di un Fiordo…” Tacque per un’istante, “fare Tai Chi,
guardando un fiordo!”
“Da come ne parli sembra…” Cominciò Kate.
“Un incubo” Disse Spike, eppure il suo volto si distese in un sorriso,
ripensando al fatto che ci fossero stati momenti, negli ultimi anni, nei
quali lo aveva rimpianto.
Scosse la testa.
“Non appena le acque si calmarono…letteralmente…ci lanciammo sulla prima
nave diretta in Inghilterra, un mercantile peggiore persino di quello
preso in Cina…
Eppure, ci sembrava un sogno rispetto alla casa sul Fiordo…
Beh, credo che a quel punto anche una bella crociera sul Titanic ci
sarebbe sembrato un passo avanti … dopotutto… non saremmo neanche
annegati…”
“Quindi tornaste in Inghilterra…”
“Già, e soltanto un residuo di orgoglio demoniaco mi impedì di baciare
il suolo della madre patria una volta toccata terra…” Si portò la
sigaretta alle labbra, rendendosi conto solo in quel momento che nella
foga del racconto aveva dimenticato di fumare, e che la sigaretta si era
quasi completamente consumata.
Sollevò gli occhi al cielo, quando la cenere gli cadde sulla maglietta,
e, scaciandola con un gesto della mano, disse: “Credevamo che il peggio
fosse passato…
Credevamo che avremmo fatto una traversata tranquilla…
Non sapevamo ancora quel che ci aspettava.
Una delle peggiori minacce che mai siamo stati costretti ad affrontare
ci attendeva su quella nave diretta a New York…
Terribile, spietata…
Mise alla prova l’anima di Angel.
Per non parlare del mio autocontrollo…”
Kate sgranò gli occhi, spostandosi in avanti sul divano.
“Ancor oggi, il suo nome provoca un brivido in Angel e me…”
Spike aprì piano gli occhi, stretti nella foga del momento, e vide come
Kate lo osservasse, la bocca leggermente dischiusa, le dita che per una
volta non si erano poggiate sul morso di Angel, ma sul piccolo
crocefisso che portava al collo.
“Un demone?” Domandò Kate.
Spike scosse la testa. “Un demone? No…molto peggio, Kate, molto, molto
peggio.
E fu tutta colpa di Angel.
Detesto dirlo, detesto quando Angel lo dice…ma quella volta fu davvero
colpa sua…”
“Spike?” Domandò Kate interrompendolo. “Cosa può esserci peggio di un
demone? Di una cosa ‘cattiva- cattiva’?”
“Joyce McNamara” Mormorò cupamente lui, e, mentre pronunciava quel nome,
non poté fare a meno di rabbrividire.
*****
Liverpool, 1918
Ad Angel non piaceva Liverpool.
A pelle.
Ma, forse, la verità era che non gli piacevano i porti.
Non gli erano mai piaciuti.
Non gli erano mai piaciuti la gente accalcata, vociante, e il
nervosismo, che sempre circondava una nave in partenza.
E il dolore, e la malinconia.
Non gli era mai piaciuto sentirsi soffocare dalla cattiveria che sempre
aleggiava in quei posti, che spesso era depravazione, spesso lussuria,
spesso disperazione.
E spesso era fine a se stessa.
Non esisteva un altro posto come un porto dove avvertire cosi tanto la
fetida presenza di borseggiatori, ladri e delinquenti di ogni genere…
Quando era stato così solo, disperato e spaventato dall’enormità dei
sensi di colpa da cercare Darla, e aveva voluto provarle che poteva
essere di nuovo quello di prima, era stato nei porti che aveva cercato
le vittime con cui darle questa prova.
Gli stupratori, gli assassini, gli sfruttatori.
E, forse, il motivo per cui li detestava tanto era perché tanto erano
piaciuti a lei….ed a lui, una volta.
Quando quell’aria pregna di malvagità lo aveva fatto sorridere.
Mentre ora…ora…
Ora l’unica cosa che lo colpiva più di quella malvagità era la
disperazione degli imbarcati di terza classe, due passerelle sotto la
loro, gente che la guerra aveva ancora più spezzato, e che cercavano nel
nuovo mondo la possibilità di costruirsi una esistenza rinnovata.
Sempre che, sulla loro strada, non avessero incontrato un vampiro, di
qualunque genere…
“Avanti, Angel, cammina!” Sbuffò Spike alle sue spalle. “Se resti fermo
così blocchi l’accesso a tutti!”
Angel lanciò un’occhiata alle sue spalle.
“Tutti chi? La maggior parte della gente si è già imbarcata stamattina!”
“Tutti me, va bene?” Sbottò lui. “Ho pagato il biglietto? Ci voglio
salire sulla nave, non la voglio solo ammirare!
Oh, capiamoci, non che la vista delle tue magnifiche spalle non valga il
prezzo del biglietto, ma francamente…”
“Passa!” Esclamò togliendosi dall’imbocco della passerella. “Hai paura
che la nave ti scappi?!”
“Sì!” Rispose lui, passandogli accanto e cominciando a percorrere sicuro
la passerella di legno.
Suo malgrado, Angel sorrise.
Ormai, Spike si era perfettamente ristabilito, e a guardarlo muoversi, o
combattere, nessuno avrebbe potuto dire che poco meno di due anni prima
era stato costretto su una sedia a rotelle…
Merito della sua forza…e di sei mesi di allenamento su un fiordo!
Scosse il capo. E si apprestò a salire a sua volta.
La Queen Anne era un grande transatlantico a tre camini, che con il suo
lusso sembrava sfidare gli anni di guerra appena trascorsi, e che
avrebbe raggiunto New York in sette giorni.
Un guscio stracolmo di gente in mezzo all’oceano… un vero vivaio per un
vampiro.
E anche questo gli riportava alla mente …
Strinse le labbra, e prese fra le mani il bordo della passerella, ma di
nuovo si fermò, attirato dallo strillo acuto di un bambino.
Di una bambina, per l’esattezza….
Una bambina, forse, di dodici anni, più bassa del normale, e non certo
graziosissima, che batteva i piedi in terra, rossa in volto, la pelle
coperta di lentiggini quasi più accesa dei capelli rosso- carota e un
cappotto cortissimo addosso. Letteralmente… furiosa.
Non piangeva, ma sembrava che stesse per scoppiare.
“Non voglio, non voglio, non voglio!” Gridava. “Voglio salire ora!”
“Ma come si fa…” Ansimò accanto a lei, una giovane donna, che, al
contrario, aveva l’aria di stare per svenire. Così pallida ed emaciata
che avrebbe fatto pena ad un vampiro. Alta e magra quanto una pertica,
il colore cinereo che contrastava col corvino dei capelli strettamente
annodati e degli occhi enormi, sgranati. “bisogna aspettare il
facchino…io non ce la faccio a portar su la vostra valigia…”
“Dovevi dirlo all’autista!” Sbraitò la bambina. “Io non aspetto qui!”
“Ma…signorina Joyce…perché non l’avete mandata con le altre…”
“Perché l’ho riempita per ultima! Che devo render conto a te?!”
“Vado…vado a chiedere a qualcuno della nave…”
“E io aspetto qua?!” Gridò lei. “Ma sei pazza! Me la porto io questa
fetentissima valigia!” E su queste parole afferrò la maniglia di
un’enorme valigia foderata di broccato ricamato, tirando rabbiosamente,
mentre la giovane al suo fianco si guardava disperatamente attorno, le
braccia, a sua volta, ingombre di bagagli.
Mentre la ragazzina pareva sul punto di scoppiare davvero per lo sforzo.
Con un sospiro, Angel si avvicinò, inclinando leggermente il capo.
“Permettete?” Mormorò, con un leggerissimo sorriso, e senza attendere la
risposta della bambina, che aveva alzato su di lui uno sguardo tra il
bellicoso e lo stupito, le prese dalle mani la valigia, sollevandola
senza la minima difficoltà.
“Prego” Disse, indicando la passerella, mentre l’espressione di lei, che
adesso era diventata di stupore assoluto, gli strappava quasi una
risata.
“Ma…veramente…” Mormorò la donna più pallida.
“Claire!” La zittì la piccola. “Se un uomo vuole aiutare una bella
signora, perché fare tanti convenevoli?!”
Bella…signora?
Di nuovo, Angel si sforzò di non ridere, mentre lei, che lo precedeva
sulla passerella, lo faceva ampiamente.
A suo totale “vantaggio”
“Lo sapevo!” Esclamò non appena Angel ebbe consegnato la valigia a “due”
marinai, afferrandogli la mano in un modo che lo mise estremamente in
imbarazzo. “Sapevo di dover riempire quell’ultima valigia! Una forza
misteriosa mi spingeva a farlo…” Angel vide il sopracciglio di Spike,
che lo fissava con le mani sui fianchi, sollevarsi all’inverosimile.
“perché doveva essere il pretesto per questo nostro incontro!”
Sorrise, cercando di sottrarre la mano, ma lei non glielo permise.
“Non vi ringrazierò!” Esplose la bambina. “Perché ringraziarvi per
qualcosa che sarebbe dovuto avvenire?! Perché se questo incontro
cambierà le nostre vite?!”
“La mia è molto difficile…” Disse lui, consapevole degli sguardi di
tutti i presenti, riuscendo finalmente a sottrarle la mano.
“Signorina Joyce…” Supplicò la giovane Claire. “andiamo in camera…”
“Claire!” Esclamò lei. “Non posso negare la mia presenza!”
Non sapeva bene perché…probabilmente per puro istinto…ma Angel
cominciava a sentirsi inquieto.
“Ma se sbaglio con le valigie…” Insistete la donna “voi poi ve la
prenderete con me!”
“Claire!” Sbottò lei, voltandosi. “Così il mio ammiratore mi prende per
un despota!”
Alle parole “ammiratore”, approfittando del suo attimo di distrazione,
Angel svoltò l’angolo del ponte.
Con Spike, ovviamente, dietro di lui.
“Ma tu te la farai mai una forchettata di fatti tuoi?!” Sbottò, mentre
dietro di loro si udiva l’urlo della bambina.
“Non farla tanto lunga…” Rispose lui.
“Lunga? Quella ti violentava sul ponte!”
“Spike!” Gridò quasi Angel. “E’ solo una bambina!”
“Quella…cosa?!” Sbottò l’altro avviandosi al suo fianco. “Io ne ho visti
di bambini, Angel! E quella non è una bambina! Altro che bambina!
Quella è una rapa! Una cavia rossa!
Angel… è pure brutta!”
“I bambini non sono brutti…”
“Gli altri…quella è…è una cavia!”
“Io ero piuttosto … bruttarello, da bambino…per quanto possa esserlo un
bambino…”
Spike lo guardò, sospettoso.
“Non ci credo!”
“Giuro.
Dai, guarda qual è il numero della cabina…” Allungò una mano, in un
gesto istintivo, e Spike fece un salto di lato.
“Che cos’è quella mano?!” Esclamò. “Non ti azzardare!”
Angel sollevò la bocca, sorridendo.
“Scusa!” Si schernì.
“Mmm” Mugugnò lui, prendendo i biglietti dalla tasca. “…e comunque…
quella è una cavia rossa!”
*****
Los Angeles, 2001
“Kate, io avrei dovuto menarlo!
Io avrei dovuto tramortirlo!
Avrei dovuto rompergli le ossa!
Kate, io avei dovuto tagliarle, quelle mani portatrici di bagagli
altrui!
E avrei dovuto farlo prima che salisse sulla nave!
E dopo avrei dovuto buttarlo a mare, chiuderlo in una delle caldaie…
Kate, lo avrei dovuto impiccare con la catena dell’ancora!”
“Spike?”
“Eh?!”
“Calmati”
La guardò come se avesse detto la più grande assurdità della terra, e si
lasciò cadere sulla poltrona, uno sguardo allucinato negli occhi.
“Non puoi capire…” Ansimò. “non puoi sapere…”
“Magari…” Si azzardò a suggerire lei, premendosi disperatamente una mano
sulla bocca per impedirsi di ridere. “se mi raccontassi…senza
distruggere nulla nella foga…” Una risata le sfuggì dalle labbra, e lui
la fissò.
“E dai” Si difese. “non mi pare poi così drammatico.”
“No?” Esclamò lui. “Io me la sogno ancora!”
*****
Oceano Atlantico, 1918
Angel si voltò a guardare Spike, chino sulla valigia aperta, e appoggiò
i libri che stava per sistemare su una mensola.
“Aspettavi qualcuno?” Mormorò aggrottando la fronte.
“Sì, il re in persona che mi viene a salutare! Chi vuoi che conosca, a
bordo, Angel?! Spiegamelo a parole semplici! E poi …è alla tua porta che
hanno bussato, che cosa c’entro io?”
Angel non aggiunse una parola, e con Spike che, a dispetto di ciò che
aveva appena detto, lo seguiva, attraversò la cabina, comunicante con la
propria, e raggiunse la porta.
“Non capisco chi possa essere…” Mormorò piano. “Nemmeno io conosco
nessuno su questa…”
“Ciaoooooo!” Strillò letteralmente la bambina, così forte da far
trasalire sia lui che Spike trasalirono. “Avete casualmente dimenticato
di dirmi il vostro nome!”
Per un momento, Angel rimase paralizzato.
Letteralmente paralizzato.
Mentre osservava la bambina che aveva aiutato all’imbarco piantarsi i
pugni sui fianchi e fissarlo sorridente come…come….
Oh Dio, come davanti ad un giocattolo nuovo!
Dietro di lei, la giovane donna emaciata li fissava, torcendosi le mani,
sul volto un’espressione imbarazzata.
“Ma del resto che importa!” Proseguì imperterrita la bambina. “Volontà,
venti dollari al commissario di bordo, una bella descrizione, ed eccomi
qua!”
Angel mosse appena la bocca, ma quella non lo lasciò continuare.
“Ah, su con quell’espressione!
Non ce l’ho mica con voi! Si sa, alle volte la bellezza abbaglia, e fa
perdere la ragione!
Ma io, tra le mie doti, e ne ho ante, posseggo anche una gran pazienza e
comprensione per le miserie altrui, per cui, mettiamoci una pietra sopra
e andiamo avanti!”
“Dove?” Era la terribile domanda che Angel si poneva.
“Io sono Joyce McNamara! Già sentito parlare di me? No, credo di no,
sono troppo giovane, sebbene chi mi conosca difficilmente riesca poi a
dimenticarmi”
“Non stento a crederlo…” Mormorò alle sue spalle Spike.
“…ma sicuramente conoscerete mio padre, Edmund McNamara! Lavorava
all’ambasciata americana in Inghilterra, e ora è tornato negli Stati
Uniti , addetto alle relazioni pubbliche con gli Inglesi…lavoro noioso,
ma lo conoscono tutti, è una persona molto importante… e molto ricca!”
“Mai sentito nemmeno di striscio…” Gracchiò Spike, guadagnandosi
un’occhiata di fuoco..
“L’ignoranza è un brutto animale!” Esclamò la bambina, per poi ritornare
a sorridere. “Non trovate…Angel!”
Oh, mio Dio!
Angel deglutì forse per la cinque o seicentesima volta, prima di
riuscire a parlare.
“Pare che…non ci sia bisogno che ci presentiamo…” Mormorò incerto, e
prima che potesse ricominciare. “desideravate qualcosa Miss McNamara?”
La bambina gli rivolse un sorriso che sarebbe stato a trentadue denti,
se non gliene fossero mancati parecchi!
“Certo! Voi!”
Quel poco di colore che chissà come la natura di vampiro gli aveva
permesso di conservare abbandonò all’istante il corpo di Angel, mentre,
dietro di lui, Spike stava affogandosi con l’aria.
“Me?!” Ripeté incredulo, mentre Claire si sosteneva al muro per non
cadere.
“Ma certo, voi! Non di sicuro il broccolo alle vostre spalle!”
“Ehi!” Esclamò Spike. “sorta di sorcio spelacchiato…”
“Spike…” Ansimò Angel. “ti…prego.
Ehm…signorina…sono veramente lieto di aver fatto la vostra conoscenza,
ma temo che mi abbiate…preso…per una persona diversa…”
“Non direi!” Esclamò lei, fissandolo da capo a piedi come un bue al
macello. “Quello che vedo mi piace e quello che mi piace…” Scosse le
spalle. “Me lo prendo!”
“La posso ammazzare…” Supplicò Spike alle sue spalle.
“Ch ti ha interpellato!” Scattò la bambina. “Questi non sono affari
tuoi! Posso dargli del tu, vero Angel? Visto che io e te ormai siamo
così intimi e lui è un tuo amico…”
“Miss. Joyce…” Pianse Claire alle sue spalle. “vi prego, andiamo in
cabina…è quasi ora di cena…”
“Anche se non so come tu possa avere per amico un tale impiastro!
Sta zitta, Claire!
Cenate nel salone, stasera, vero?”
“No!” Gracchiò Spike, mentre Angel non diceva nulla.
Non riusciva a dire nulla.
Non poteva dire nulla.
Letteralmente paralizzato per l’orrore.
“Nessuno te lo ha chiesto!” Sputò Joyce. “Io chiedevo al mio caro
Angel!”
Spike lo sorpassò, mettendosi fra lui e la soglia.
“Angel non mangia!” Esclamò. “Beve sangue!” E su quella sbatté la porta
con una tale violenza che la nave sembrò vibrare.
“Sarai contento ora!” Sbraitò, rivolgendosi a lui.
Angel lo fissò, lottando contro lo stato di sbigottimento in cui era
caduto.
Sbatté gli occhi più volte, allontanandosi poi dalla porta.
“Non riesco a crederci…” Mormorò.
“E invece si! Siamo scampati al fiordo per finire… in pasto a una
piranha ninfomane minorenne!”
Angel si passò una mano sul volto, riprendendo il controllo.
“Cerchiamo di stare calmi…” disse. “E’ solo una bambina…io…avrò colpito
la sua fantasia….può essere imbarazzante, può essere sgradevole…ma le
passerà, non è una tragedia.”
“Uh, uh!” Si udì, al di là della porta. “Io sto alla 1B…ti aspetto
sempre!”
Angel sgranò gli occhi, incontrando quelli di Spike.
In cui non c’era nulla, nulla di divertito.
“Credi davvero?!” Esclamò.
*****
Oceano Atlantico, 1918
All’inizio, il picchiare contro la porta della sua cabina non aveva
svegliato Spike, che, al contrario del suo sire, aveva di solito il
sonno pesante. E anche quando il rumore si era fatto insistente,
penetrando la coltre del sonno, Spike non aveva aperto gli occhi,
limitandosi a girarsi su un fianco, mentre le lenzuola gli si
attorcigliavano attorno ai piedi e la coperta scivolava per metà in
terra.
Ma nel momento in cui al picchiare si era aggiunta la voce di
quella…bambina, Spike aveva ficcato la testa sotto il cuscino,
coprendosi le orecchie, pur sapendo che i suoi sensi avrebbero colto
comunque quello stridulo tono nasale.
Avrebbe potuto turarsi le orecchia con il cemento… e continuato ad
udirla!!
“Angel? Angel? Ci sei? Perché non apri la porta?”
No…non è possibile! Pensò Spike, trattenendo a stento un ringhio.
“A-Angel?” Cantilenò imperterrita lei, continuando a bussare alla porta.
“Guarda che continuerò a bussare, tanto lo so che ci sei!”
Spike scalciò la coperta e le lenzuola, e si mise a sedere sul letto.
Ed incredibilmente, Angel sembrava non aver sentito nulla!
Meglio così
Pensò.
Mi occupo io del mostriciattolo!
Recuperò un paio di pantaloni dal pavimento e l’infilò, saltellando
mentre si avviava alla porta, che guardò con aria truce, sperando che
quello sgorbio si fosse stancato ed avesse deciso di andarsene.
“Angel? Angel? Perché non apri la porta!?”
“Non è possibile!” Sussurrò lui sconsolato.
Strinse gli occhi ed afferrò la maniglia, con tanta forza che fu
sorpreso a non trovarsela tra le dita. Digrignò i denti, mentre il suo
sguardo si posava prima sulla bambinaia che, pallida, si tormentava le
mani e poi su quella specie di peste a grandezza naturale.
“Dov’è Angel?” Domandò lei mettendosi le mani sui fianchi.
“Angel non c’è!” Replicò Spike spostandosi su un lato.
Angel avrebbe davvero fatto I salti di gioia se si fosse fatto
incenerire dalla luce che filtrava in corridoio .
“Dov’è?” Domandò di nuovo la bambina, provando a fare un passo avanti.
Spike socchiuse la porta impedendole di entrare, ed esclamò: “Ho l’aria
della segretaria?”
“Non è nel salone ristorante…avevo fatto preparare la colazione per
lui…insomma, dov’è?”
Spike si strinse nelle spalle.
“Non ne ho idea” disse.
“Tu menti!” esclamò lei petulantemente, battendo un piede in terra.
“Ah, sì?” Domandò il vampiro.
Era incredibile! Stava davvero parlando con un mostriciattolo dalle
lunghe trecce rosse di prima mattina?
Davvero gli era stato dato del bugiardo da una bambina?
E perché poi non l’aveva ancora uccisa?
No.
Non era possibile!
Quello *doveva* essere un incubo!
“Sì, non lo sai che I bugiardi vanno all’inferno?”
Spike sbuffò.
Inferno? Scommetto che assomiglia a quello fottuto fiordo!
“Bene, ti conserverò un posto, ora sparisci!”
La bambina sgranò gli occhi e per un istante Spike pensò che stesse per
scoppiare.
“Tu…tu sei un cafone!” Esclamò e la sua voce divenne così stridula che
sia Spike che Claire trasalirono.
Di nuovo Spike si strinse nelle spalle. “Fammi causa” borbottò
“Tu non sai chi sono io!” strillò la bambina facendo un passo indietro.
L’angelo nero? Pensò Spike
“Oh, sì” Disse invece, “una rompiscatole!”
La bambina si raddrizzò nelle spalle e gli rivolse un sorriso che gli
fece accapponare la pelle, quando si rese conto di aver combattuto con
demoni molto meno spaventosi.
“Bene!” Esclamò lei. “Me ne vado! Ma solo perché sono *io* che voglio
farlo! Dì ad Angel che sono passata! Claire? Andiamo, ho fame!”
Senza degnarlo di uno sguardo Joyce McNamara si allontanò battendo così
forte I piedi a terra che Spike non sarebbe stato sorpreso se avesse
aperto qualche falla nello scafo della nave.
…parte di se sperò che lo facesse.
Claire, la bambinaia, gli rivolse un’occhiata mortificata, e piano
raggiunse la bambina…il mostro…o quello che diavolo era.
Spike scrollò la testa, incredulo.
No…quella non poteva essere la realtà
Eppure, quando chiuse la porta non poté trattenersi dal girare due volte
chiave .
Si buttò sul letto, affondando il volto nel cuscino, ma per ore la voce
stridula di Joyce McNamara gli risuonò chiara nelle orecchie.
Odiava quella bambina.
Tanto.
*****
“L’ammazzo! La scanno! La sgozzo!
La devasto! La…la…la riduco a uno spezzatino gigante di ratto con
lentiggini, denti da sorcio e trecce rosse!”
Angel strinse più forte le spalle di Spike, in un gesto simile a quello
con cui, quasi vent’anni prima, gli aveva impedito di correre in
soccorso di sua madre, imponendogli di riconoscere la verità su se
stesso.
Solo che ora, tenerlo fermo…era molto più difficile!
“Calmati…” Lo incitò. “Non serve a niente arrabbiarsi in questo modo!”
“Siii che serve!” Sbraitò Spike, e Angel dovette usare tutta la sua
forza per impedirgli di trascinarlo verso la porta…e colei che aspettava
dall’altra parte. “Lo vedrai come serve!
Quando le avrò spaccato quelle gambe da sorcio vedrai come serve!”
“Sboccato e volgare!” Sbottò Joyce McNamara dall’altra parte. “Certa
gente dovrebbe viaggiare nella stiva!”
“Arghhh!” Ruggì Spike. “Lasciamela ammazzare, Angel! Fallo per gli anni
passati insieme!”
“Smettila!” Angel strinse i denti “Sta calmo. Me ne libero io….”
“No! Tu non te ne liberi! Tu non l’ammazzi!”
“E sei anche ripetitivo e scocciante!” Gracchiò Joyce.
“Basta!” Spike diede uno strattone alle braccia di Angel. “Lasciami. Non
l’ammazzo! Non mi faccio ridurre così da uno sgorbio carotoide!
Lasciami, Angel!”
Esitando, fissandolo dal lato della sua spalla per essere certo che
dicesse sul serio, Angel lo lasciò, allentando da prima la presa e poi
sciogliendola del tutto.
“Ah!” Scattò Spike. “Tanto non sei in grado di mandarla via!”
Angel non rispose. In verità non aveva la minima idea di cosa avrebbe
potuto rispondergli.
Si limitò a sospirare, a chiamare a raccolta tutte le sue forze per la
battaglia e ad aprire la porta.
Dopo di che si pentì, e decise che non poteva aver commesso così tanti
peccati!
Nell’attimo stesso in cui Joyce Mc Namara, in un terrificante abito
giallo-verdognogolo quasi interamente ricoperto di fiocchi allargò le
braccia e si buttò su di lui in quello che aveva tutta la terrificante
apparenza di voler essere un abbraccio.
La schivò. Letteralmente.
Solo grazie ai suoi riflessi da vampiro.
E se ne infischiò altamente se a lei, o alla solita Claire, che li
fissava con un fazzoletto premuto sul naso, la cosa poteva sembrare
strana.
E quando la bambina rischiò di finire addosso a Spike, e i due si
fissarono con un’espressione di mutuo ribrezzo, valutò seriamente l’idea
di scappare.
Solo…non fece in tempo.
“Aaaaaaaangeeeeel!” Guaì Joyce, voltandosi verso di lui. “Da quanto non
ci vediamo.”
Lui fece per aprire bocca, dandosi dell’idiota, poi, per averci anche
solo sperato.
“Troppo, troppo, troppo!” Fece la bambina. “Il destino che ci unisce non
vorrebbe questo da noi!”
“No, vero?” Ringhiò Spike.
Al che, decise di farsi coraggio.
Dopotutto non poteva ucciderla, ma era pur sempre un uomo….
“Miss. McNamara…” Cominciò. “Non ho idea di cosa abbiate visto nel mio
comportamento che vi possa aver indotto a…”
“Ho visto te! Tanto non basta?!”
“credere a…qualsiasi cosa voi crediate, ma…qualsiasi cosa voi
crediate…vi state macroscopicamente sbagliando!”
“Macroscopicamente!” Ripeté lei, sorridendo. “Che bella parola…”
“Ne saprei tante carine io…” Ripeté Spike dietro di lui.
“Bé, tienitele!” Scattò Angel, per poi tornare a rivolgersi a lei.
“Miss. McNamara, per favore, ascoltatemi…”
“Vieni stasera al ricevimento?”
Angel aggrottò la fronte. Non sapeva neanche di cosa stesse, ma
qualunque cosa fosse, la risposta sarebbe sempre stata la stessa.
“No. Non credo.”
“Ma perché?!” Esclamò la bambina, imbronciandosi. “E io dovrò passare la
sera con tutti quei tacchini imbalsamati!
Su….vieni….” Si avvicinò di un passo, e Angel, per reazione, arretrò.
“Vuoi che ti supplichi?!”
“No!” Esclamò lui, afferrando una sedia e piantandola tra loro. “Odio le
feste.”
“Ma si ballerà!”
“Odio ballare!”
“E ci sarà tantissima gente!”
“Odio la gente!”
“E ci sarò io!”
“Odia anche te,” Gridò Spike. “sgorbio!”
“Zitto, lombrico!” Rispose lei.
“Per favore!” Esclamò Angel. “Spike, fammi il piacere, Miss. McNamara…”
Prese un sospiro a dir poco enorme. “non mi piacciono le feste, e questo
è quanto. Resterò in cabina. Sono molto stanco e spero di riposare!”
Per un istante, Joyce lo fissò, uno sguardo irritato e imbronciato negli
occhi.
Ma fu solo un istante.
Purtroppo.
“Ho capito!” Proruppe poi. “Cosa meglio dell’intimità di una cabina… per
rinsaldare un’amicizia!”
Angel spalancò la bocca, così stupito e sconvolto che non riuscì ad
emettere un solo suono.
E se la sua espressione somigliava anche solo vagamente a quella di
Spike doveva essere veramente ridicola!
Fuori, probabilmente, e da quel che si vedeva oltre il fazzoletto,
Claire era scoppiata a piangere.
Mentre Joyce non aveva notato né lei né loro, e proseguiva imperterrita
nelle sue ferali elucubrazioni.
“Ma si!” Esclamò, saltando letteralmente da terra. “Io, tu, e il mare
che ci dondola! E parleremo per tutta la notte.
E sono anche certa che riuscirò a convincerti a fare un salto alla
festa!
Oh, non vedo l’ora!
E saremo soli! Senza questo….
Claaaaaaaaaaaaire? Devi acconciarmi i capelli! Claaaaire, ma dove sei?!”
“Qui…” Ansimò la donna. “sono sempre stata qui….”
Joyce scosse la mano, uscendo.
“Va bene, va bene, sempre da ridire tu, eh!
Non so chi ti vorrà mai con quel caratteraccio!
Comunque andiamo! Devo farmi bella!
E devo ordinare una meravigliosa cena!
E…oh…a stasera, mio caro Angel…”
E su quella parola mimò il gesto di dargli un bacio.
Dopo pochi istanti era scomparsa.
E di lei non restavano che il chiacchiericcio incessante lungo il
corridoio, e la porta della cabina spalancata.
Perché sia Angel che Spike erano troppo sconvolti per richiuderla.
Angel deglutì.
Una. Due volte.
Cercando di ricordarsi perché avesse fermato il vampiro più giovane,
poco prima.
E non riuscendoci.
“Spike…” Mormorò infine, continuando e fissare la porta.
“Tira fuori la cravatta.”
*****
Quella serpe dai capelli rossi era riuscita in un’impresa che mai
avrebbe creduto possibile.
Indurre il suo sire ad unirsi ad un ballo!!
La prospettiva di essere ancora perseguitato da quella versione ridotta
delle piaghe d’Egitto era persino riuscita a vincere la ritrosia a
ritrovarsi in mezzo ad una folla di gente, tirato a lucido come un
pinguino!!
Era incredibile, pensò Spike afferrando al volo una coppa di champagne
da un tavolo.
Angel…che riusciva abilmente a confondersi tra le ombre.
Angel… silenzioso come la notte.
Angel…
Angel… non riusciva a sfuggire a una bambina!
Scosse la testa e si guardò attorno, mentre con le dita allentava il
nodo della cravatta che era stato costretto ad indossare.
Fece qualche passo nella grande sala…
Spike non ricordava nemmeno più quando era stata l’ultima volta in cui
si era trovato in mezzo tanta gente…sicuramente non negli ultimi due
anni…
Il vampiro corrugò la fronte. Negli ultimi due anni il suo unico
compagno, il suo unico legame col mondo esterno era stato Angel…
Angel…che in quel momento si dirigeva verso di lui…un’espressione nello
sguardo nocciola che credeva di avergli visto una, forse due volte
nell’ultimo lustro….e di solito dopo un incubo nel quale riviveva le
atrocità di Angelus con dovizia di particolari.
Si avvicinava velocemente, scostando persone, quasi spingendole via
dalla sua strada, e, quando gli fu di fronte, Spike gli udì dire
qualcosa che mai avrebbe immaginato :
“Aiutami !”
Apparentemente, sembrava calmo, molto calmo, ma una semplice occhiata
alle mani del vampiro più anziano, mani che stava torcendosi
nervosamente, spezzandosi probabilmente le dita in vari punti, fu
sufficiente a convincerlo del contrario.
Spike sollevò un sopracciglio, ma prima che potesse parlare, Angel gli
si avvicinò, sibilando: “Vuole ballare!!”
Spike ammiccò sorpreso.
“Stai scherzando!” Esclamò. “Non puoi dire sul serio!” Continuò, mentre
il suo sguardo vagava nella sala.
“William Appleton! Scherzerei mai su una cosa del genere?”
Spike strinse gli occhi.
“Suppongo di no” Disse .“Anche perché,” continuò spingendo Angel di
lato, perché il gruppo di uomini fermi al loro fianco ne coprisse,
almeno in parte, la figura. “La locusta rossa sta venendo da questa
parte…”
“Oh, mio Dio…” Esclamò Angel.
“Sparisci!” Gli ordinò Spike.“Ci penso a quell’… essere!”
Angel annuì e si dileguò velocemente tra la folla. Spike appoggiò il
bicchiere che ancora aveva in una mano su un tavolino e raddrizzò le
spalle, andando incontro al suo nemico.
“Dov’è Angel?” Domandò Joyce McNamara, le mani sui fianchi che
spiccavano sull’orrido verde pistacchio del suo abito.
“Buona sera anche a te!” Rispose Spike.
“Piantala con I convenevoli, voglio sapere dov’è il *mio* Angel! L’ho
visto…noi…noi dovevamo ballare ! Guarda!” Esclamò mostrandogli tutto il
suo carnet . “Deve ballare con me tutta la sera… che razza di gentiluomo
è?”
Il gentiluomo che ti lascia ancora viva…pensò Spike, gettando
un’occhiata al carnet della bambina, su cui il nome di Angel occupava
tutti i fogli.
“Non l’ho visto…”
Fece un passo verso di lei, rinfrescando le tecniche intimidatorie
apprese nei suoi primi vent’anni da vampiro.
Joyce però non sembrò farci caso, e strinse gli occhi in una fessura,
dicendo: “Ti credi tanto furbo, vero?
Beh, non lo sei!
Io ottengo sempre quello che voglio! E adesso fammi passare, Angel ed io
*dobbiamo* stare insieme!”
“Signorina McNamara” Azzardò Claire, immancabile ombra silente alle
spalle del mostro.“Perché non torniamo in cabina? Potreste mettere
qualcosa di più…”
“Non ora, Claire!” La zittì, stizzita, la bambina, senza smettere di
guardare Spike.
Il vampiro biondo incrociò le braccia contro il petto, sibilando: “E se
ti prendessi a sculacciate fino a farti lampeggiare il sedere?”
Le labbra sottili di Joyce si stesero in un ghigno sbilenco, che per un
istante gli ricordò Darla : “E se ti prendessi a calci negli zebedei,
razza di impiastro Inglese?”
Ma di chi è figlia questa…di Vercingetorige?
“Provaci sgorbio!” Ringhiò Spike, facendo un passo verso di lei. Erano
vicinissimi, ormai, e Spike guardava in volto quella bambina bassa, con
I pugni chiusi contro I fianchi ed uno sguardo di furia omicida negli
occhi.
Per l’inferno
Pensò.
Altro che Darla!!
Ma le sue riflessioni furono interrotte dal bruciore improvviso che gli
scoppiò al piede destro.
Provocato da un piccolo, costosissimo tacco !!
“Permesso!” Esclamò la bambina, spingendolo di lato ed approfittando
della sua sorpresa per passare oltre.
… da quando le bambine portavano tacchi così alti?
“Non è una bambina” mugugnò.“E’ il male…ed io la ucciderò!”
Ruggendo, uscì dal salone, avviandosi verso la sua cabina.
“La sua morte potrà essere più o meno lenta…”
Sarà così lenta che morirà sbadigliando
Protestò una parte di lui.
“Potrà essere più o meno coreografica” continuò mentre percorreva piano
il corridoio.
Sarà più coreografica del “Lago dei Cigni”
“Ma sarà dolorosa…incredibilmente dolorosa…il suo…sangue?”
Spike si fermò, attirato dall’odore di sangue fresco.
Sangue umano appena versato.
Chiuse gli occhi e sospirò: “Ti prego, fa che sia lei…”
Ma quando piano riaprì gli occhi e voltò la testa, seguendo l’odore del
sangue, non vide il corpo straziato di Joyce McNamara, ma semplicemente
quello di un uomo, appoggiato contro una porta, il capo chino da un lato
e grossi rivoli di sangue che si allargavano sulla camicia bianca di
seta.
“Oh…” Fu l’unica cosa che gli riuscì di dire.
Ma complimenti! Laurea cum laude ad Oxford !
Spike ringhiò, scacciando I suoi stessi pensieri. Si guardò attorno,
avvicinandosi poi al corpo dell’uomo.
Ad una prima, casuale occhiata, dedusse che era morto.
Quanto lui.
Ed andiamo di bene in meglio!
Pensò, riguardo l’arguzia delle sue deduzioni.
“Che meraviglia” Esclamò rimettendosi in piedi.
Ok. Il viaggio non era iniziato nel migliore dei modi: il suo sire era
perseguitato da una ragazzina psicotica.
Una ragazzina psicotica che gli aveva bucato un piede.
Ma Spike era un’ottimista di natura.
Un omicidio a bordo gli avrebbe certamente, certamente risollevato il
morale !!
*****
Los Angeles, 2001
“Risollevarti il morale?” Domandò Kate stupita, quando Spike interruppe
il suo racconto per andare a prendere un po’ di sangue dal frigorifero.
“Kate, hai una tazza che detesti?” Domandò l’altro ad alta voce,
ignorando per il momento la sua domanda.
“Uh? Dovrebbe essercene una azzurra nel colapiatti…” Tacque per un
istante, poi aggiunse sottovoce: “Uhm…Spike? Ho cambiato idea su quel
gelato”
Spike sorrise mentre versava il sangue nella tazza e lo metteva a
scaldare nel microonde.
Estrasse il gelato dal freezer e recuperò due cucchiai da un cassetto.
Tornò in salotto pochi istanti dopo, notando che la pioggia stava
diradandosi, passò il barattolo a Kate e si sedette, pendendo a
sorseggiare un po’ di sangue.
“Cosa stavamo dicendo?” Domandò .
Kate aprì il barattolo e gli scoccò un’occhiata sorpresa prima di
mormorare: “cioccolato e nocciola…”
Spike inarcò un sopracciglio, e Kate sorrise prima di portarsi il
cucchiaio alle labbra. La donna deglutì, e poi mormorò: “Sono sempre
stati I miei gusti preferiti”
Spike ricambiò il sorriso, sorseggiò un po’ di sangue, si allungò e posò
poi la tazza sul tavolino, prima di commentare: “Strana coincidenza,
vero?”
Kate annuì: “Ormai non riesco più a stupirmi di niente.” Giocherellò col
manico del cucchiaio per un istante, poi lo guardò aggrottando la fronte
prima di continuare: “Quindi…un omicidio ti risollevò il morale?”
Spike si strinse nelle spalle: “Naturalmente! Dopo I sei mesi in
Norvegia che, diciamocelo francamente, me le avevano *spappolate*, e
dopo l’incontro con la locusta rossa, un omicidio, un po’ di sana
violenza era una piacevole novità, anche se, suppongo, la cosa ti
sembrerà un po’…”
“Morbosa?”
“Patetica…sarebbe stata la mia scelta, ma anche morbosa non è male.”
Si passò una mano dietro il collo, continuando:
“Ad ogni modo, me ne fregavo di chi avesse ucciso quel tipo, e del
perché lo avesse fatto, avvisai Angel solo perché…”
“Perché era Angel?” finì Kate per lui.
“Già” Sorrise. “Naturalmente il mio sire, essendo il paranoico che è, si
preoccupò per la nostra ahem…condizione…insomma, come al solito, Angel
trovava l’inghippo anche dove non c’era”
Tacque per un istante, poi domandò:
“Ah, Kate…mi passeresti il barattolo?”
*****
Oceano Atlantico, 1918
Angel si voltò di scatto, sentendo la porta aprirsi.
Sapeva che era stata aperta con la chiave.
Sapeva che si trattava di Spike .
Eppure, per un attimo, solo per un attimo, irrazionalmente, fu colto dal
panico.
Afferrò con entrambe le mani il bordo del lavandino, mentre l’acqua
continuava a scorrere, riunendosi a quella che gocciolava dal suo viso e
dai suoi capelli, e si sporse, verso la camera da letto, e la porta di
comunicazione.
Tendendo i sensi all’inverosimile.
Terrorizzato.
“Spike?” Mormorò piano.
“No, mia nonna paterna!” Sbottò lui, entrando nella sua stanza, mentre
già di disfaceva la cravatta. “La odio questa cosa…” Sbuffò, gettandola
in terra. “Perché poi non se ne possa fare a meno…”
“Sei…solo…”
Spike lasciò cadere le spalle.
“Angel…vabbé che me ne hai fatte parecchie, e che sono un demone, ma
consegnarti al ratto….andiamo, non sono così crudele!”
Inclinò la testa, fissandolo.
“Wow…hai un aspetto veramente terribile! Dì, lo sai che la scalmanata
aveva riempito il suo carnet con il tuo nome?! “
Angel chiuse con un gesto secco il rubinetto, ed afferrò l’asciugamano
passandoselo sulla faccia .
“E’ assurdo” Mormorò. “è semplicemente ridicolo!”
“Io direi piuttosto patetico.” Lo contraddisse Spike, che si era seduto
sul letto e lo fissava, con un braccio appoggiato al ginocchio. “Perché
non le torci il collo e basta!”
“Spike, non sono dell’umore…”
“Tanto, omicidio più, omicidio meno…”
Angel aggrottò la fronte, fissandolo.
“Che vuoi dire?”
“Che…” Rispose lui, tendendosi leggermente all’indietro e appoggiandosi
contro la parete. “il corridoio, lì fuori, è inondato di sangue, e la
fonte, che io speravo vivamente essere l’insetto-topo-rapa, è invece un
tipo vestito da ufficiale che stava facendo la corte ad una porta. ”
Angel si passò una mano nei capelli leggermente umidi.
“Mmm…dev’essere stato… dopo che sono passato….”
“O eri così assorbito dalla tua fuga da non averlo notato!”
“Io non ci scherzerei sopra, se fossi in te…”
“Ma non mi dire!” Sbottò Spike, che decise di cambiare nuovamente
posizione e si buttò a pancia in alto sul letto. “C’è una strategia
nascosta che io non vedo!”
Angel sospirò, raggiungendolo, e sedendo a sua volta sul bordo del
letto.
“Oltre al fatto che un uomo….”
“Sono un demone, sorvola!”
Un altro sospiro.
“Hai pensato a cosa succederà quando inizieranno le indagini?”
“Mmmm…non caveranno un ragno dal buco?”
“Controlleranno i documenti…e i bagagli…”
“Oh…” mormorò Spike e dopo un attimo scosse le spalle. “Bè, io i
documenti ce li ho!”
“E hai anche delle belle bottiglie di sangue in fresco nel ghiaccio
della cucina!”
“Vabbé, se ci scoprono … mega scorpacciata!! “
Angel non scomodò nemmeno un’espressione severa.
“William…”
“E che sei noioso!” Sbuffò Spike, saltando in posizione seduta e poi in
piedi. “Non scopriranno nulla, va bene?” Si assestò un attimo prima di
continuare. “Me ne occuperò io!”
“Non è così facile…soprattutto se era un ufficiale. Se facessimo sparire
il corpo noterebbero ugualmente la sua mancanza….”
Spike lo fissò, e un vero e proprio sogghignò gli salì alle labbra.
“Veramente…” Disse. “io non avevo pensato a far sparire il corpo. Avevo
pensato di trovare l’assassino!”
“Spike!” Esclamò, fissando l’espressione sul suo volto…e avendone paura.
“Che cosa vuoi fare?”
“Una buona azione!” Si difese immediatamente lui. “Aiutare questi poveri
esseri umani in un arduo compito, e, contemporaneamente, portare in
salvo il vampiresco deretano!”
“Spike” Ripeté pazientemente Angel. “non è un gioco. E non si tratta di
scovare un demone.
Tu non sai nulla di metodi investigativi, non sei un detective. Ti
maschereranno immediatamente.”
“Non sarò un detective…” Lo sfidò lui, allargando le braccia. “Però ho
letto tutto Conan Doyle!”
“E questo dovrebbe ingannare … chi?”
“Sono umani, certo che li ingannerà! E ora, bel tenebroso, lascia
lavorare l’artista!”
“Pensavo di essere io l’artista…” Mormorò, mentre Spike,
disinvoltamente, metteva mano a uno dei suoi blocchi da disegno a carta
sottile, appoggiato alla scrivania, e senza neanche sedersi metteva mano
alla penna e al calamaio.
“Vero…” Concesse Spike. “Io sono quello che combina guai…”
Angel sospirò, appoggiandosi di più contro la parete.
“Tanto non cambierai idea” Mormorò. “qualunque cosa io dica!”
“Ecco, bravo! Positività! Questo è il giusto atteggiamento!
Senti un po’, per chi potrei aver lavorato io…Scotland Yard…”
Angel si schiarì la voce. “Meglio i servizi segreti, allora…magari
quelli della marina….” Fissò un punto davanti a se, mentre Spike gli
lanciava uno sguardo fra l’ammirato e lo stupito. “è più difficile da
controllare…specialmente da qui…”
“E con la confusione che ci sarà…il comandante avrà come prima priorità
levarsi dagli impicci….”
“Continuo a dire che non è un gioco!”
“Sì, sì, intanto hai avuto uno sguardo di puro divertimento!”
“Non è vero!”
“Si che lo è!”
“No!”
“Guardati in uno specchio! E…”
Aggiunse, lasciando per un attimo la sua stanza, per scomparire nella
propria, e tornare, dopo qualche attimo, con una delle sue valigie più
piccole. – visto che dobbiamo farlo…-
“che vuoi farlo..”
“che mi diverto un mondo a farlo… usiamo un tocco di genio!
Aprì la valigetta, e cominciò a tirare fuori cianfrusaglie di ogni
genere, appoggiandole al suo scrittoio.
“Spike… che ci fanno un paio di pantaloni in mezzo a quella roba…?”
Spike gli lanciò uno sguardo distratto mentre, finalmente, tirava fuori
quel che cercava.
“Oh…”Esclamo.” Ecco perché non li trovavo! Ce l’hai un tampone per
l’inchiostro?”
“Nello scrittoio…”
“inchiostro rosso?”
“Anche…”
“Come si vede che è una nave inglese!”
Incapace di resistere alla curiosità, Angel si alzò, raggiungendo Spike
e mettendosi al suo fianco proprio mentre apponeva su un foglio una
vistosissima firma…falsa.
“Eccoci qua!” Esclamò poi, sollevando il foglio e osservandolo
orgoglioso.
“Una lettera di garanzia per le autorità americane per quell’esempio di
virtù e amor patrio di William Longstreet, che poi sarei io, e che per
tutta la durata del conflitto ha prestato i suoi servigi per il re in
Germania, Russia, Bessarabia…”
“Bessarabia?!” Esclamò Angel.
“Sì. Mi piaceva come suonava! Il tutto controfirmato dall’ammiraglio
Southighs in persona, che, come riportato da tutti i giornali, è al
momento in missione in Giappone… ”
“Dove sarebbe molto difficile raggiungerlo per controllare le tue
referenze…”
“Sono un genio?”
“Sei un’incosciente!”
“Andiamo, Angel, chi mi possono fare?”
“Impalettarti!”
“Me lo vedo il capitano: ‘Non mi fido, per cui invece di sparare o dare
ordine di farlo distribuisco i paletti!’”
“O invitarti per il tè sul ponte scoperto!”
“Dì, non sarà che lo vuoi fare tu?!”
Angel lo guardò per un attimo, mettendo in pericolo le sue orbite, dopo
di che tornò indietro, e si stese sul letto, chiudendosi un braccio
sugli occhi.
“Ci rinuncio!” Esclamò. Ma dopo un attimo ritornò a guardarlo.
“Tuttavia…non abbiamo pensato al fatto che sulla nave c’è un assassino
in libertà…e che potrebbe rappresentare un pericolo per il resto dei
passeggeri…”
“Personalmente…” soffiò Spike. “spero di prenderlo solo dopo che sarà
inciampato in Joyce McNamara, con tanto di coltello in pugno!
Ehi non potrebbe essere la bambinaia il pericoloso assassino?
Mmm..no…non ce la farebbe nemmeno a sferrare il colpo, poveretta!
Sembra un fantasma!”
“Spike…”
“Che c’è?”
“Non ti pare che prima di tirare a indovinare chi sia l’assassino
dovresti scoprire chi era la vittima?”
“Uh…” Spike inclinò la testa di lato. “dici davvero?”
Angel si scoprì gli occhi e lo fissò, quindi si mise a sedere sul bordo
del letto, sempre guardandolo.
“Vengo con te…” Annunciò.
“Joyce McNamara mi ha frantumato un piede col tacco, pochi minuti fa…”
“D’altronde, puoi cavartela benissimo da solo…
Però…”
“Che c’è ancora?” Sbottò lui, già con la mano sulla porta.
“Non tirare troppo la corda…”
“Va bene…”
“E…Spike…”
“Mi ci impicco con la corda! Ma che vuoi?!”
“Chiudi la porta.”
“Ma va!”
Angel lo fissò.
“A chiave…per favore.”
*****
“Bene” Disse fra se Spike rientrando nel salone.
“E’ semplicissimo! Ti avvicini al capitano, gli dici che c’è un tizio
che ha pensato bene di farsi ammazzare…metti in atto il tuo piccolo
spettacolino…”
Sospirò
“E già che ti trovi gli chiedi anche se possiamo chiudere il mostro
nella stiva”
Dove sarai lieto di rinfrescare I tuoi trascorsi con I chiodi da
ferrovia.
Il capitano della nave, era un uomo sulla sessantina, pelato, con labbra
sottili e penetranti occhi verdi. Era in piedi, in un angolo del salone,
discuteva col primo ufficiale. Spike infilò le mani in tasca e si
avvicinò loro a grandi passi.
“Posso aiutarvi?” Domandò il capitano, guardandolo incuriosito.
“Non vorrei allarmarvi,” Rispose Spike. “Ma ho appena rinvenuto un
cadavere”
Prima che il capitano potesse dire qualsiasi cosa, l’urlo di una donna,
poco distante da loro, riempì la sala, fermando la musica.
Gli occhi di tutti si posarono su di loro, ed il capitano fece un passo
avanti, avvicinandosi a Spike, prima di dire: “Signori e signore, è
tutto sotto controllo, non c’è ragione di farsi prendere dal panico”
“Assolutamente” aggiunse Spike, trattenendosi a stento dallo scoppiare a
ridere.
Il capitano guardò per un istante il primo ufficiale, che annuì e lasciò
il salone, poi si voltò a guardare Spike, dicendo: “Quanto a lei,
signor…”
“Longstreet, William Longstreet, e sono un….”
“Amico di Angel!” schiamazzò implacabile Joyce McNamara facendo un passo
avanti.
Il capitano lanciò a Spike un’occhiata incuriosita ed il vampiro sbuffò
prima di dire: “Un vecchio amico, siamo salpati insieme da Liverpool”
“Signor Longstreet” Disse il capitano
“Vi ringrazio per il vostro…ahem…intervento, ma credo che da questo
momento la faccenda…”
Spike annuì e si mise una mano in tasca, cavandone poi la lettera che
aveva preparato poco prima, la consegnò al capitano e vide l’uomo
sgranare gli occhi mentre leggeva, lanciandogli nel frattempo, occhiate
piene di ammirazione.
È incredibile.
Pensò.
La sta bevendo!
“Signor Longstreet” Disse infine il capitano, aggiustandosi la giacca
della divisa, prima di restituirgli il foglio.
“Vi sarei grato se acconsentiste a darci una mano nel corso delle
indagini”
…era come rubare caramelle ad un bambino…posto che il bambino non fosse
stato Joyce – diavolo rosso- McNamara, naturalmente.
“Perché?” domandò Joyce, facendo un altro passo avanti.
“Chi diavolo è?”
“Il signor Longstreet ha lavorato per i…”
“Voglio vedere quel foglio!” Esclamò la bambina, allungando un braccio
ed agitando le dita.
Spike si guardò attorno, il capitano lo stava osservando, così come gran
parte dei presenti in sala.
Avrebbe potuto impedirle facilmente di leggere quel foglio…e se avesse
ascoltato il suo istinto, quel mostro in quel momento sarebbe stata
appesa per gli intestini al grande lampadario del salone…ma se aveva
cominciato quella pagliacciata, era stato proprio per evitare che
nascessero sospetti sul chi fosse realmente.
Angel, io ti odio!
Pensò, mentre allungava il foglio a Joyce. La bambina glielo strappò
letteralmente dalle mani e corrugò la fronte, mentre leggeva la falsa
lettera di presentazione.
“Io non ti credo!” Sentenziò alla fine, incrociando le braccia contro il
petto ed inarcando un sopracciglio
Spike scosse la testa.
No.
Non era incredulo.
Si sarebbe stupito se quella peste *non* fosse stata in grado di capire
subito che quella lettera era un falso.
“Ma davvero?” Domandò, soddisfatto del tono casuale della sua voce.
“E lo dimostrerò, perché mio padre conosce tutti e sono sicura che…”
“Tuo padre è americano, io no. Tuo padre lavora per l’ambasciata
americana, io no. Tuo padre ha giurato fedeltà al presidente Wilson, io
alla Corona…quindi, ti dispiacerebbe…”
Impiccarti, darti fuoco, morire in modo incredibilmente doloroso?.
“Lasciarmi fare il mio lavoro?”
La bambina gli restituì il foglio, accompagnandolo a quello che nelle
sue intenzioni avrebbe voluto essere un doloroso pugno nello stomaco.
Spike infilò la lettera in una tasca del pantalone, accartocciandosela
tra le dita, e immaginando che fosse il collo lentigginoso di quel
mostriciattolo.
Calmo.
La ucciderò.
La ridurrò a tocchetti…
Oh, sì, lo farò….
“Tanto a me non importa niente di te!
È Angel che voglio!
Lui sarà mio!”
Spike non sapeva il perché, ma aveva l’impressione che I giorni seguenti
sarebbero stati caotici e pieni di sangue.
Sangue di Joyce McNamara
Le avrebbe fatto versare tanto, tanto sangue.
*****
Los Angeles, 2001
“Hai presente Agatha Christie?” Domandò Spike, continuando a parlare e
contemporaneamente ficcandosi in bocca una cucchiaiata di gelato così
grande che Kate si chiese come ci fosse entrata.
“Sì, certo.” Annuì.
“Bè, siamo lì.
Un giallo in piena regola.
Il mare, una guerra appena trascorsa, una nave piena zeppa di
diplomatici, politici e potenti fin troppo bramosi di rinverdire i
rapporti Anglo/Americani o di dare il cambio ai colleghi che il
conflitto aveva bloccato. L’unica differenza era che io non ero una
vecchia signora né un grasso belga con la testa d’uovo!”
Kate sorrise.
“In effetti, ti vedrei più un tipo alla Phillip Marlowe…”
Spike la fissò, con il cucchiaio inclinato verso l’alto stretto fra le
labbra.
“Kate…” Mormorò dopo un attimo.
“Intuitiva?” Lo prevenne lei. “Sì, grazie, già detto…”
“Non hai idea quanto!”
Di nuovo, lei sorrise.
“Comunque ci cascarono tutti?”
“Come delle pere mature.”
“Io non ci sarei cascata…”
“E io ti avrei buttata in mare…”
“Sì, certo…”
“Puoi giurarci, tanto Angel ti avrebbe salvata!”
Kate strinse per un attimo le labbra.
“Divaghiamo ancora molto?”
“Hai fretta?”
“No, ma vorrei sapere chi era l’assassino.”
Spike fece una smorfia quasi comica.
“Non lo penseresti mai” Mormorò, e finalmente si decise ad appoggiare
sul tavolino il barattolo di gelato. “Comunque l’ammazzato era il medico
di bordo, il dottor Ronald Gustavson. Uomo a detta di tutti tranquillo e
bonario, anche se un po’ dedito al gioco…ehm…ma questo lo avrei scoperto
poi, e la porta a cui lo avevo trovato appeso era quella della cabina
degli amorevoli Lord e Lady Cattons-Farthingbell…e ti giuro, li avrei
arrestati solo per il nome!
Lui, il tipico sciupafemmine selvaggiamente geloso della moglie, lei la
solita verginella che un motivo per essere geloso non glielo avrebbe mai
dato neanche se obbligata.”
“E tu…” Disse calma Kate. “hai subito pensato al delitto passionale…”
Spike sbuffò. “Veramente io lo avevo escluso a priori perché troppo
semplice, ma poi mi sono detto che forse partivo prevenuto, e che avrei
dovuto battere tutte le piste…si sa, spesso la soluzione più semplice è
quella giusta…”
Sospirò afflitto.
“Che c’è?” Chiese subito Kate.
Lui scosse le spalle.
“Capirai…” Mormorò solo. “per ora ti dirò che cominciai proprio dai due
sposini”
“Spike?”
“Cosa?”
“E Angel?”
Le sopracciglia di lui partirono verso l’alto.
“Non t’interessa l’assassino?”
Kate si mosse a disagio sul divano.
“Sì…certo…”
“Bé, non era Angel!”
Kate strinse le labbra, e, contemporaneamente, le braccia al petto.
“Mi vuoi dire che per tutto il tempo se ne rimase in salvo in cabina per
fuggire a una mocciosetta di dodici anni!”
“Ma magari!” Scattò Spike.
“Magari?!”
“Magari fosse stato in salvo!”
*****
Oceano Atlantico, 1918
Lady Cattons-Farthingbell…sangue nero, l’avrebbe arrestata solo per il
nome, era una delle creature per scialbe e noiose che Spike avesse mai
conosciuto.
Certo, esistevano sicuramente legioni di uomini pronti a trovarla
irresistibile, con quei capelli neri e gli occhioni verdi da gattina…un
po’ i colori di Eleanor…ma che differenza dall’osservatrice di Luce!
Questa sembrava una bamboletta di porcellana, che se ne stava seduta sul
divano col fazzoletto di pizzo premuto sotto il naso che gli aveva fatto
venire voglia di annusare se stesso per controllare se puzzasse!
Pareva avesse paura dell’aria stessa, della nave, delle ombre, e
soprattutto del pensiero che suo marito potesse trovare sbagliata una
delle sue parole.
Lo fissava in continuazione, fermo alle spalle di Spike, come se
cercasse il suo permesso per ogni sillaba.
E vista la profondità delle sue risposte, ce n’era proprio bisogno!
“Non lo so…” Balbettò, guardando per l’ennesima volta il marito.
“Non lo sapete?” Ripeté Spike, spazientito e incredulo. “Non sapete cosa
avete pensato del dottor Gustavson quando lo avete visto per la prima
volta?”
“Non lo so…” Ripeté lei. “che era un uomo…”
“Ah. Si, certo. E poi?”
“Poi che?” Chiese lei, in preda al panico.
“Poi che altro avete pensato?”
“Che era…un uomo?”
Spike si passò una mano tra i capelli.
“Andiamo…” Sbuffò Lord Cattons-Farthingbell alle sue spalle. “che cosa
volete che importi cosa la mia Clorinde ha pensato di quell’uomo?
Dovete scoprire chi lo ha ucciso, non se era simpatico o no!”
“A volte…” Disse lui. “scoprire se qualcuno era ‘simpatico o no’ aiuta
anche a capire chi lo abbia ucciso!”
Tornò a rivolgersi alla donna.
“Avete idea del perché fosse fuori dalla vostra porta?”
“Non lo so…”
“Lo avevate visto spesso, prima?”
“Io…non lo so…”
“Ehi!” Intervenne di nuovo il marito. “Che cosa volete insinuare ”
Spike sollevò gli occhi al cielo.
Dopotutto fare il detective non si dimostrava poi così divertente, il
che voleva dire che…doveva liberarsi al più presto possibile di quei due
impiastri e farlo diventare divertente!
“Niente!” Esclamò. “Cosa volete che insinui!
Vostra moglie è…” La fissò. Mamma, quanto era insipida… “al di sopra di
ogni sospetto!”
“Certo che lo è!” Scattò l’uomo “E voi la state importunando!”
“Sto indagando!” Sibilò, stringendo i denti. “Tuttavia,”
Si alzò, lentamente. “Se preferite aspettare che arriviamo negli Stati
Uniti, dove la cosa passerà alla polizia, e ai giornali….
O che se ne occupi la sicurezza della nave…credo…che la prima cosa che
faranno sarà perquisire la vostra cabina.”
“Non oserebbero!” Sibilò lui.
“Credete?”
“Ambus…” Ansimò lady Cattons-Farthingbell. “apriranno i miei cassetti….”
Sembrava che stesse per svenire, e quando si sventagliò col fazzoletto,
e suo marito le corse accanto con una fialetta di sali, Spike si ritrovò
a pensare, con orrore, a quanto quella donna somigliasse a Cecily.
Non fisicamente, no, e non ne aveva la malizia…ma molti gesti, molte
affettatezze erano esattamente uguali alle sue.
E lui si ritrovò a chiedersi, sgomento, come avesse potuto mai amare una
donna del genere. Come avesse potuto volerla sposare. Come avesse potuto
credere che fosse l’unica donna al mondo.
E ripensò alla donna che era stata l’unica al mondo, che era stata il
mondo.
Che lo aveva amato con tutta se stessa. E che lui amava ancora così
tanto…
La donna con i lunghi capelli color del grano e gli occhi grigi.
Che, cingendogli con le braccia il collo e baciandolo piano, gli
sussurrava che non aveva mai visto il mare.
Si avvicinò all’oblò, stringendo le labbra.
E si chiese se quel dolore atroce si sarebbe mai placato….
Avrebbe voluto mostrare il mare , a Tanya…
Lo avrebbe voluto così tanto…
“Sei mio! Hai capito?! Mio! Il destino non mente!”
Spike sgranò gli occhi, mentre quelle urla belluine gli trapanavano il
cervello.
No. Non era possibile.
Guardò fuori.
Sì. Sì, era possibile.
“Non ci posso credere…” Ansimò fra se e se. Mentre Angel gli sfrecciava
davanti.
Letteralmente.
In un’ondeggiare di giacca nera e lunghi capelli scuri.
Un’ombra contro l’oscurità della sera, illuminata dalle luci della nave.
Una grande ombra.
Una grande, grande ombra.
Inseguita da una rapa rossa con le gambe!
La cui espressione atterrita contrastava con quella bellicosissima della
rapa in questione…
Che strillava come una matta!
Facendo voltare tutti quelli che incontrava.
“Fermati!” Gridava. “Non essere così timido! Mio amore!
Angel! Tanto sei mio, lo sanno tutti!”
Appoggiò la fronte all’oblò, mentre preda e predatore, una dopo l’altro,
scomparivano dalla sua vista.
Lasciandosi alle spalle un ripetersi di grida. Sempre più forti.
E sempre più…
“No. Non ci voglio credere!”
Si voltò, di scatto.
E per poco non ringhiò.
Meglio concentrarsi sul lavoro.
Perché se pensava al pasticcio immane in cui Angel si era cacciato, da
solo, gli veniva voglia di urlare.
Davanti a lui, i coniugi Cattons-Farthingbell sembrarono, per un attimo,
atterriti dalla sua espressione.
E anche se non poteva vedersi in uno specchio, capiva benissimo perché.
*****
“Rilassati!” esclamò Spike entrando nella stanza.
Angel era sobbalzato, il libro stretto tra le mani.
“Per la miseria, Angel!” Continuò il vampiro biondo. “Nota le differenze
tra me e la piccola Erinne! Io non ho un battito cardiaco…”
“Hai ragione” Ammise stancamente Angel.
“Senza contare il fatto che io sono più bello…e meno rompiballe!”
aggiunse Spike.
Angel sorrise stancamente. Spike sospettava che il suo sire avesse
dormito molto poco, temendo probabilmente qualche irruzione diurna da
parte del ratto dai capelli rossi.
“Com’è andato l’interrogatorio a Lord…”
“Lord Cognome impronunziabile e puzza sotto il naso da qui a New
Orleans? ”
“New Orleans?” Domandò Angel incuriosito.
Spike scrollò le spalle, si tolse la giacca e gettò il suo taccuino su
un tavolo, si versò un po’ di sangue in una tazza e disse. “E’ geloso
marcio di Lady Manico di Scopa…ma se vuoi la mia opinione…”
“Dal momento che sei tu a condurre le indagini, sì mi piacerebbe”
Commentò Angel, alzandosi ed avviandosi alla sua camera da letto.
Spike appoggiò la sua tazza su un tavolino e si alzò seguendolo.
“Allora: secondo me non ha il midollo per uccidere…anche perché, Angel,
diciamocelo francamente, il tipo è stato ucciso in modo abbastanza
cruento…e Lord sciupafemmine mi sembra più il tipo da veleno, da lavoro
pulito senza sangue ed interiora in bella vista”
Angel aggrottò la fronte, mentre recuperava un altro libro dalla piccola
libreria improvvisata.
“Pope?” Esclamò Spike occhieggiando il libro che Angel aveva scelto.
“Una lettura leggera, eh?” continuò.
Angel si strinse nelle spalle: “A me piace” spiegò.
“Lo so, e ti piace anche John Donne…e vogliamo parlare di Platone?”
“Cos’hai contro Platone?” Domandò Angel incrociando le braccia contro il
petto.
Spike scosse la testa sorridendo. Se qualcuno gli avesse detto che un
giorno avrebbe discusso dei suoi gusti letterari con Angel, gli avrebbe
probabilmente dilaniato la gola.
Poi c’era stata la Russia…
E tutto era cambiato…
Deglutì, sforzandosi di scacciare il consueto dolore, e disse: “Oh, io
niente…per carità…ma ne ho tradotto abbastanza da ragazzo per sapere che
riesce ad essere incredibilmente noioso…”
“Noioso non è proprio la parola che userei per…”
“A-Angel?” Cantilenò la voce di Joyce McNamara.
Angel chiuse gli occhi, e Spike per un istante pensò che sarebbe
scoppiato in lacrime .
“Apri questa porta, dai!” Continuò la bambina. Ormai non bussava neanche
più, e solo il fatto che Spike avesse chiuso a chiave la porta, le aveva
impedito di fare irruzione.
“Posso ucciderla?” Domandò Spike. “Ti prometto che non la farò neanche
soffrire…troppo”
“Spike…” disse Angel.
“A-Angel…voglio farti vedere il mio vestito nuovo, ma non posso farlo se
non mi apri…”
La bambina – e Spike trovava sempre più difficile considerarla tale… era
sicuro di aver visto cuccioli di demoni del caos più pacifici… – tacque
per un istante, per poi aggiungere con voce quasi stizzita.
“So che sei timido, quindi ti aiuterò io…Claire? Sfonda la porta!”
“M..ma…signorina…i…io…” Spike poté udire la bambinaia balbettare.
Spike scrollò le spalle.
“Nasconditi!” Disse al suo sire. “Questa storia dell’umanità mi ha rotto
le scatole…” borbottò.
“Farei un *favore* all’umanità se scannassi quella serpe!”
Angel non gli rispose, e Spike spalancò la porta proprio mentre Claire,
la probabilmente anemica, anoressica e depressa Claire, stava
preparandosi a sfondarla.
La giovane donna gli rovinò tra le braccia e Joyce approfittò della
distrazione di Spike per entrare nella stanza, guardandosi attorno e
chiamando a gran voce Angel.
Spike allontanò Claire da se più gentilmente di quanto avrebbe
voluto…vale a dire che non la scaraventò contro Joyce che stava ficcando
il naso praticamente ovunque, inclusa la *sua* stanza
“Ehi!” Esclamò, avvicinandosi a lei.
“Cosa diavolo credi di fare?”
Joyce lo degnò a malapena di un’occhiata quando disse. “Sto cercando
Angel…sono ore che non riesco a trovarlo”
“Beh, Angel non è qui!” Esclamò Spike.
Joyce si fermò. “Oh, no signor spia! Questa volta non ci casco! Questa
volta controllerò di persona!”
“Signorina McNamara, per favore…cosa direbbe sua madre?” Domandò Claire,
prima di lanciare un’occhiata a Spike.
“Chi se ne frega!” Annunciò Joyce continuando a guardarsi attorno. Il
suo sguardo si posò sulla porta ancora aperta della camera da letto di
Angel ed un ghigno da predatore le salì alle labbra: “Ah, ah!” annunciò,
“Angel? Mio adorato, sto per arrivare!”
Partì letteralmente alla carica e Spike quasi fu travolto dalla furia
della bambina.
“Dove credi di andare?” Domandò , occupando lo stipite.
“Da Angel…lui ha bisogno di me…ancora non lo sa, ma noi siamo fatti
l’uno per l’altra!”
E’ delirante…pensò Spike
“Angel non c’è…mi hai sentito sgorbio?” Disse, ostruendole ancora il
passaggio.
La bambina smise di spingere, ed incrociando le braccia contro il petto
disse: “Ah, sì? E allora perché non vuoi farmi entrare?”
E se le staccassi la testa dal collo? Di netto…certo, dopo dovrei
ripulire la stanza…perché non berrei il suo sangue nemmeno se fossero le
ultime stille disponibili sulla faccia della Terra…però…
Le sorrise, uno di quei sorrisi che avevano fatto urlare le sue vittime,
quando ancora uccideva. Joyce arretrò di un passo, ma Spike sentì che
non aveva paura.
No.
Non lei.
“Non voglio farti entrare perché Angel tiene ai suoi spazi!” Esclamò, e
rimase a bocca aperta quando Joyce scoppiò in una fragorosa risata.
“Oh, non temere! Angel non se la prenderà…lui ed io siamo fatti l’uno
per l’altra…siamo anime gemelle!”
Di Angelus sei l’anima gemella…mostro maledetto! Pensò Spike, e Joyce
approfittò della sua momentanea distrazione per sgusciargli tra le gambe
ed entrare nella stanza.
Amico, ci ho provato…pensò Spike sconsolato, chiudendo gli occhi ed
aspettando gli inevitabili schiamazzi della bambina.
“Dove diavolo è?” urlò invece lei, e Spike aprì gli occhi, ammiccando
sorpreso.
Se si è impalettato per questo mostro giuro che mi faccio una maglietta
con la sua pelle! Pensò entrando nella stanza.
Si guardò attorno, in cerca di ceneri di vampiro, e non poté fare a meno
di trarre un sospiro di sollievo quando non ne vide. Ma il sospiro quasi
si trasformò in guaito, quando vide che Angel si era abilmente nascosto.
…sull’armadio.
Si era appiattito contro la parete, confondendosi con le ombre, dietro
una valigia, tanto che solo lui avrebbe potuto scorgerlo.
“Insomma, dove cavolo si è cacciato?” Domandò di nuovo Joyce,
strattonandogli una manica della camicia fin quasi a strappargliela.
Spike abbassò la testa, fulminandola con uno sguardo prima di dire: “Sei
sorda? Non c’è, non so dove sia, non voglio saperlo…ed ora alza le
tende, prima che ti stacchi la testa a morsi!”
Joyce allentò la presa e si guardò attorno. “Io sento che è qui!” Disse.
“Angel? Non nasconderti…è vero, in amore vince chi fugge…ma non ti
sembra di esagerare un pochino?”
Si allontanò da Spike e cominciò a guardarsi attorno e il vampiro biondo
si ritrovò a sperare, per la prima volta negli ultimi diciott’anni, che
Angel rinfrescasse i ricordi di Angelus…e sperimentasse qualche nuova,
simpatica tecnica di tortura sulla peste rossa…
…d’altro canto, ora c’era l’energia elettrica, che quanto a possibile
mezzo di tortura prometteva bene.
Joyce aprì l’armadio, e rimase per un istante come imbambolata, ad
osservare la lunga sequela di giacche e cappotti del suo sire.
“Non c’è…” Disse Spike.“In che lingua vuoi che te lo ripeta?
Vuoi che ti strappi la tua e la usi per spiegartelo?”
Joyce si voltò, lanciandogli un’occhiata di fuoco, e sibilò: “Mi
piacerebbe vederti provare”
Spike inclinò la testa, realizzando in quel momento, che se pure la
bambina aveva capito della sua vera natura, non sembrava esserne
spaventata.
Joyce si avvicinò, come di consuetudine gli piantò un tacco nel piede, e
disse: “Dì ad Angel che sono passata…” Si allontanò e Spike rimase lì a
fissarla, mentre diceva mentalmente addio *anche* a quel paio di scarpe.
Joyce si fermò per un istante sulla porta e disse: “Ah, dì ad Angel che
adoro quel panciotto rosso…”
Se ne andò sbattendo la porta, e solo in quel momento Spike si rese
conto che Claire era ancora in camera da letto. La fissò per un istante,
prima di dire: “Lo sapete, vero, che la stricnina fa miracoli?”
Claire si strinse nelle spalle: “Conoscendola?” Domandò stancamente
“Potrebbe non funzionare…ho già provato col bromuro.”
La donna lasciò la camera da letto con le spalle afflosciate tirandosi
dietro l’uscio.
Spike però lo riaprì, ed assicuratosi che la donna ed il piccolo mostro
si fossero allontanate si voltò e disse: “Avanti…scendi!”
Con un agile balzo, Angel atterrò sul pavimento. Aveva la faccia sporca
di polvere ed uno sguardo negli occhi che per qualche istante gli
ricordò l’Angelus dei tempi d’oro. Si cavò il fazzoletto dalla tasca dai
pantaloni e laconicamente disse: “Dobbiamo fare qualcosa per la cima di
quest’armadio…è piena di polvere”
“E se usassimo lo scalpo della piccola rompiballe per pulire?” Propose
Spike.
Angel strinse gli occhi verso di lui e Spike sollevò le braccia: “Non
prendertela, era solo una proposta!”
L’altro scrollò le spalle: “Non importa…” Sospirò.
“Spike?” Mormorò dopo qualche istante di silenzio.
“Ricordami di bruciare quel panciotto!”
*****
Los Angeles, 2001
“Panciotto rosso?” domandò Kate, interrompendo la narrazione di Spike,
ed il vampiro ebbe la netta impressione che l’apparentemente fredda Kate
Lockley avesse, probabilmente per la prima volta nella sua vita, parlato
senza riflettere.
“Oh, sì!” Esclamò Spike. “Era un bel panciotto, rosso scuro, di
velluto…si addiceva perfettamente…”
“Ho capito, vai avanti…” disse Kate, in fretta. Molto, molto in fretta.
Spike sorrise e ritornò alla narrazione, pensando.
Angel, vecchio mio…ti ho mai detto che sei un’idiota?
***
Oceano Atlantico, 1918
Spike non aveva mai immaginato che il locale caldaie di un
transatlantico potesse essere così grande.
In verità…non ci aveva mai nemmeno pensato.
Ma, ora che lo vedeva, sentiva dentro una strana eccitazione,
un…formicolio a cui sarebbe stato difficile dare un nome.
Non che gli piacesse nel significato stretto del termine, ma in un certo
senso quell’antro enorme, buio, in cui il fuoco delle caldaie sfidava e
vinceva la luce elettrica come un drago antico un giovane guerriero
baldanzoso e senza esperienza, con quell’intreccio infinito di tubazioni
e le macchine gigantesche, massicce, come mostri addormentati dalle cui
viscere si spandevano suoni innaturali e bassi borbottii, lo
affascinava.
E non era solo il suo demone ad esserne colpito.
Era anche l’uomo.
L’essere di carne ed ossa che scrutava fra le ombre alla ricerca di ciò
che in essa si ritraeva, spinto da un misto di paura ed eccitazione.
E anche se i suoi occhi non erano più quelli di un uomo.
Anche se le sue pupille erano in grado di fendere le tenebre e lui era
l’ombra che si nascondeva in esse, il fascino restava.
E Spike si ritrovò a guardarsi attorno, come un bambino nel ventre di
uno squalo.
Osservando ogni dettaglio. Inspirando l’odore del fuoco, del carbone,
del vapore, dell’olio delle macchine, e del sudore, della fatica umana.
E del sangue.
Sangue forte. Giovane.
E chissà perché non lo stupì.
Senza una ragione apparente, non pensò che fosse strano, ma, al
contrario, una parte di lui, irrazionale e istintiva, gli suggerì che
quel luogo avrebbe odorato di sangue anche se non ci fosse stato il
ragazzo seduto poco lontano da lui, vicino a una caldaia, che il secondo
medico di bordo stava medicando, seduto in terra, mentre la maggior
parte degli altri operai, incuranti di tutto, continuava a lavorare.
“Per ora va bene così…” Stava dicendo l’uomo abbastanza anziano, per
assurdo più di quanto non lo fosse il medico in carica di cui era stato
aiutante. “Ma vieni in infermeria non appena finisci il turno…e sta
attento, con quella pala.”
Il ragazzo, che sembrava volersi scusare per essersi ferito, si fissò
imbarazzato la caviglia fasciata, e, dopo essersi reinfilata la scarpa,
sorrise timidamente, tornando al suo lavoro.
“Di solito…” Mormorò l’anziano medico, avvicinandosi a Spike “Chi presta
servizio come medico su questo genere di nave pensa di dover avere a che
fare solo con i malori delle signore della prima classe…ricordo…” Fissò
di nuovo il ragazzo ferito. “che rimasi sconvolto la prima volta che
scesi quaggiù. Non avevo mai visto un posto del genere, e avevo la
terribile paura, la certezza quasi, che mi sarei perduto…ora invece, sto
più qua sotto che in coperta…”
Spike annuì, fissandolo, e valutando se per caso quell’uomo minuto
potesse avere la forza dell’assassino che cercava. Ed escludendolo
immediatamente.
Comunque sia, il medico era su quella nave, l’uomo che meglio aveva
conosciuto l’assassinato, per cui…
“Mi dicevano invece che il dottor Gustavson non scendeva spesso qui
sotto…”
Di nuovo, l’altro scrollò le spalle.
“Ci sono sempre stato io per questo.
Lui... non era a suo agio quaggiù. E io non lo ero nei…piani alti…”
Sospirò, e un sorriso malinconico gli sfiorò il volto.
“Voi siete così giovane…” Mormorò. “e le mie parole vi sembreranno
assurde, ma ormai mi sento a casa quaggiù. Questa è gente che lavora,
molti non sanno neanche leggere, o scrivere, o contare, ma mi fanno
sentire utile, e io li capisco…non come i signori che viaggiano in
prima, e ti guardano come se non esistessi…o non dovessi esistere… e poi
si giocano al tavolo verde somme così grandi che una famiglia ci
vivrebbe un anno…”
Spike sorrise. Ma neanche il suo fu un sorriso dei più allegri.
Come se non esistessi…o non dovessi esistere…oh, sì sapeva come ci si
sentiva.
“Ronald sì…” Continuò il dottor Bewinds. “lui amava frequentare
aristocratici, politici….ne aveva il carattere….gli piacevano la
mondanità, il gioco. Credo che abbia perso delle fortune al tavolo
verde. E poi era sempre allegro, gioviale…sebbene…”
Aggrottò la fronte
“Sebbene?” Lo incitò Spike.
“Non so…è solo un’impressione…ma ultimamente mi sembrava nervoso…più
scostante…e per due volte ha mandato me ad assistere una signora molto
ricca e con un gran mal di mare, dicendo di avere delle cose più
importanti da fare… sebbene… non so cosa ci potesse essere più
importante per lui di una donna ricca!”
“Mmm…” Mugugnò Spike. “Gli piacevano le donne?”
“E i soldi, sì…il che può essere utile?”
Come no…pensò Spike, riduceva la rosa dei sospetti “solo” a tutte le
donne imbarcate e ai rispettivi coniugi! Bene!
“Un’altra cosa…” Mormorò, continuando a valutare le parole dell’uomo.
Ma la sua domanda fu interrotto dall’urlo di uno dei fuochisti.
Sia lui che il medico si voltarono immediatamente, per ritrovarsi
assieme a guardare un altro ragazzino letteralmente piegato in due,
ansante, mentre Angel, davanti a lui, lo guardava mortificato.
“Ma da dove cazzo sei sbucato?!” Esclamò il giovane. “Mi hai fatto una
paura! Ero sicuro che non ci fosse nessuno!”
“Mi dispiace.” Si scusò Angel, lanciandosi uno sguardo alle spalle,
mentre i compagni del ragazzo, senza smettere di lavorare, cominciarono
a schernire il loro giovane amico. “Non volevo spaventarti…”
Alla parola “spaventarti” un’altra risata si diffuse per il locale, e il
ragazzino arrossì vistosamente.
“Okay, okay..” Esclamò superando Angel. “basta però…finitela!
Non l’ho visto… è sbucato dal buio!”
“Si” Lo schernì un altro. “dalle ombre!”
Angel sospirò, e tornando a guardarsi alle spalle si avvicinò a Spike.
“Salve…” Mormorò: “sono venuto a vedere come andava…”
E di nuovo, si guardò alle spalle.
“Come no…” Esclamò lui. Chissà perché aveva la netta impressione che ci
fosse qualcos’altro sotto…e chissà perché aveva la sicurezza assoluta di
sapere anche “chi” fosse il qualcos’altro. “Peccato che tu abbia la
faccia di un’animale in fuga!”
Angel sollevò le sopracciglia, tossicchiando.
“Davvero? No… io… mi chiedevo che facessi…”
“Lavoravo!” Esclamò Spike. “io!”
“Scusate…” Li interruppe il dottor Bewinds. “ma se abbiamo finito io
dovrei tornare al mio studio.
Non c’è nessuno…e se qualcuno ha bisogno di me…”
“Sì…certo…” Rispose Spike. “solo un attimo…”
“Intanto ricontrollo il ragazzo….”
Spike annuì, e quando tornò a guardarlo, Angel, le mani affondate nelle
tasche dei pantaloni, stava esplorando con gli occhi l’enorme locale.
“Interessante” Mormorò.
“Già…” Disse Spike. “con un sacco di posti in cui nascondersi!”
Angel si schiarì la gola, quindi si passò una mano nei capelli.
“Improbabile… che possa sistemarmici una branda, vero…?”
“Angel…”
“E del resto non sarebbe la prima volta che dormo in terra…”
“Angel!” Scattò Spike. “Ma ti rendi conto del livello a cui stai
arrivando?”
“…ato”
“Cosa?”
“A cui sono già arriv-ato.”
Di nuovo, si passò la mano fra i capelli.
“Ti giuro che mi sembra un incubo…Dio, Spike, quella fa sul serio!”
Lui sollevò le sopracciglia, affondando a sua volta le mani in tasca.
“Non eri tu a dire che si trattava solo di una bambina?”
Angel sospirò.
“Sì, ma…no!” Si bloccò. “No. Non è possibile!”
“Cosa…”
Spike non fece neanche in tempo a chiedere.
Non fece quasi in tempo a vedere Angel muoversi.
A vederlo andar via.
A vederlo scappare, se doveva essere brutalmente onesto.
Il suo sire che scappava come un cuccioletto spaventato non appena le
sue orecchia da vampiro avvertivano, come ora l’avvertiva lui, la
cacofonia stridula di suoni miscelati che in Joyce McNamara occupava,
per un motivo oscuro e inspiegabile, il posto che avrebbe dovuto
occupare la voce.
Vide gli uomini alle caldaie voltarsi e fissarsi fra loro mentre
l’ennesimo “Angeeeel” risuonava nel locale, come uno stridulo colpo di
gong.
“Una bambina?!” Esclamò uno. “Che ci fa una bambina qua sotto?!”
Spike ringhiò, e si ritrovò ad occhieggiare ferocemente una pala.
“No.” Sibilò. “quella non è una bambina!
Quella è la peste bubbonica! E’ la lebbra!
Quella è…un sorcio assassino!”
“Angeeeeeeeeeeel!” Gracchiò di nuovo Joyce, comparendogli davanti, fra
lo sgomento stupore di tutti. “Lo so che sei qui! Ti ho visto imboccare
il passaggio!
Tesooooooooro!”
Si guardò intorno, e fra gli sguardi allibiti dei fuochisti cominciò a
frugare nei depositi di carbone, nelle nicchie, e persino nelle caldaie!
“Angel! Ma dove ti sei cacciato?!
Vieni fuori mio piccolo pasticcino!”
Mio – piccolo- pasticcino! No!
Se qualcuno non la buttava in una caldaia lo faceva lui con le sue mani!
“Angel, pesciolino, vieni fuori che qui fa caldo!”
Passò accanto a Spike, non senza lanciargli uno sguardo disgustato.
“Ma tu che vuoi, sempre in mezzo, si può sapere?!
Tanto è inutile che mi vieni sempre dietro! Io voglio Angel!”
Spike boccheggiò, come non credeva di aver mai fatto.
Mentre allungava le mani per afferrarle il collo.
E lei, senza nemmeno notarlo, si allontanava, a afferrato un attizzatoio
cominciava a pungolare una catasta di carbone.
“Angel, sei qui per caso? E tu levati!” Esclamò, scostando con la mano
un allibito macchinista.
Contemporaneamente, dal punto in cui era comparsa Joyce McNamara emerse
un altro operaio, che portava tra le braccia, abbandonata come un
cencio, e rossa per la vergogna, una Claire semi incosciente.
“Scusate” Mormorò. “E qui il dottor Bewinds?
Questa signora è caduta dalle scale.”
*****
“E’ sicuro di non aver bisogno d’aiuto?” Domandò a Spike uno degli
ufficiali.
Erano nello studio del medico di bordo, la vittima di quell’omicidio le
cui indagini stavano cominciando seriamente ad annoiare Spike.
Il vampiro biondo scosse la testa.
“No” Disse. “Credo di potermela cavare ”
Il giovane ufficiale sembrò imbarazzato, le sue false credenziali
avevano fatto rapidamente il giro della nave, ed ora il ragazzo si stava
probabilmente domandando se avrebbe finito la sua carriera a pelar
patate
“Io…non volevo dubitare…”
“Ho capito!” lo interruppe Spike, più bruscamente di quanto avesse
inteso.
Riuscì persino a sorridergli quando disse: “Ora però vorrei lavorare…”
Il giovane annuì, e si affrettò ad uscire. Spike sollevò gli occhi al
cielo.
Gli umani erano decisamente molto strani.
Si guardò attorno, annuendo leggermente col capo.
“Allora” Disse, facendo qualche passo al centro della stanza.
“Se io fossi un medico, nervoso per qualche motivo, ed avessi intenzione
di finire ammazzato…cosa farei? Cosa nasconderei? Ah…” Disse
occhieggiando lo schedario.
Si avvicinò e provò ad aprirlo, notando che era chiuso a chiave. Si
guardò attorno, poi con un solo, rapido, movimento, lo forzò.
All’interno del cassetto vi erano le cartelle cliniche dei membri
dell’equipaggio. Spike diede un’occhiata, senza trovare nulla
d’interessante, rigettò le cartelle nello schedario, e quando esso non
si chiuse aggrottò la fronte.
Infilò una mano nel cassetto, tastando le pareti e, in fondo, la sua
mano toccò quella che aveva l’aria di essere una cartellina.
Aggrottò la fronte, realizzando che doveva essere attaccata alla parete,
la strattonò e recuperò la cartellina… oltre ad una buona parte della
parete.
Si strinse nelle spalle, andandosi a sedere sul divano.
Nella cartellina vi erano documenti, pagine su pagine dattiloscritte. E
Spike non ebbe difficoltà nel riconoscere che erano in tedesco.
“Questa sì che è una simpatica novità” disse sottovoce. Quei documenti
rivelavano particolari interessanti sull’affidabile medico di bordo,
ufficialmente fedele alla corona britannica.
“Gran figlio di…” sussurrò. La sua conoscenza del tedesco era piuttosto
arrugginita, ma non tanto da non capire quanto era scritto su quei
documenti.
Gettò uno sguardo alla cartellina e la sua attenzione fu attirata da
alcuni ritagli di giornale, alcuni erano tedeschi, altri, erano di
giornali inglesi…e tutti parlavano di spionaggio.
“Non eri nemmeno un granché furbo, amico…” commentò posando I documenti
nella cartellina.
“Non stupisce che tu sia finito ammazzato davanti la porta di quei
deficienti…”
Continuò a guardarsi attorno nello studio, ma non notò nulla di
particolare, tranne il fatto che il medico aveva avuto un ottimo gusto
in fatto di alcolici…e di donne.
Sbuffò, mentre lasciava lo studio. La situazione poteva essere
potenzialmente più complicata di quanto si fosse aspettato.
Vista l’efferatezza dell’omicidio, aveva pensato si fosse trattato di un
delitto passionale…ma quei documenti aprivano piste come un intrigo
spionistico…
…che francamente era l’ultima cosa di cui aveva bisogno.
Stava riflettendo sul da farsi, sui possibili indiziati…e sul perché il
medico di bordo fosse stato ucciso proprio fuori dalla porta dei coniugi
cognome impronunziabile, quando l’ormai tristemente voce stridula di
Joyce McNamara sembrò riempire l’intero corridoio.
“Tu sarai miooooooooooooooooooo” Chiosò la bambina…e detto da lei,
sembrava una minaccia.
Il destinatario della minaccia, il suo Sire, Angel…conosciuto un tempo
come Angelus…il terrore d’Europa, stava stabilendo probabilmente un
record mondiale… lo vide letteralmente sfrecciare davanti a se, tanto
che I fogli che stringeva tra le mani svolazzarono e finirono calpestati
da Joyce che lo seguiva a ruota.
La bambina lo spinse e Spike fu sicuro di averle sentito borbottare
oscenità degne di uno scaricatore di porto dei Docks di Londra.
Si chinò a raccogliere I fogli solo per farli ricadere di nuovo quando
Angel e Joyce ripassarono nel corridoio, pochi secondi dopo.
Spike voleva piangere.
Spike voleva piegarsi in due dalle risate isteriche che sentiva
nascergli in gola.
Spike desiderava giocare a calcio con la testa di Joyce Mc Namara,
usando una gamba della bambina per scalciare la palla improvvisata.
Rimase in silenzio, stringendosi I fogli contro il petto, e solo quando
passarono alcuni minuti, si decise ad avviarsi alla sua cabina.
Non fu sorpreso quando trovò la porta comunicante chiusa a chiave, e
sospettava che dietro quella della cabina di Angel fosse stata messa in
piedi una barricata.
“Angel?” Disse bussando alla porta.
“Sei solo?” Domandò il suo sire…e sembrava realmente spaventato….oltre
che furioso.
“Sì…”
Spike corrugò la fronte quando sentì la chiave nella toppa girare tre
volte.
Angel non lo lasciò entrare nella cabina, fu lui ad entrare nella sua,
ignorando per una volta il disordine cronico. Si chiuse la porta dietro
le spalle e vi si appoggiò contro.
“Lo so che ho fatto tanto male…lo so che ho ucciso, seviziato,
torturato, eviscerato..”
“Hai reso l’idea..” Disse Spike interrompendolo.
Angel annuì nervosamente.
“So che dovrò espiare…e che nessuna delle vite che salvo potrà…”
“Potrà mai cancellare l’atrocità di anche una sola delle vite che ho
spezzato…conosco questa parte Angel…” commentò Spike.
“Ma…ma non credo di meritare questo! È un incubo Spike…
E’ un incubo! Ovunque io vada…qualsiasi cosa io faccia, lei mi segue!
Quando…quando chiudo gli occhi sento la sua voce…è come…unghie che
stridono su una lavagna…è un…”
“Incubo?” Lo interruppe Spike. “Lo hai già detto e questo mi sembra sia
stato ampiamente appurato., quel mostriciattolo è…”
“Conosco la differenza tra il bene e il male… e quella bambina è il
male!”
“Bene!” Disse Spike.
“Bene?” ripeté Angel. Sembrava incredulo.
“Lei è il male. Noi, combattiamo il male…è un’equazione semplice
semplice….la strega deve morire!”
“Spike…” Protestò Angel scuotendo la testa.
“Per favore, la posso ammazzare?” L’interruppe Spike. “So che va contro
tutto quello che…”
“Spike” ripeté Angel interrompendolo
“Tanto io non proverò rimorsi, e al diavolo! Ammetterai che la mia vita
negli ultimi due anni ha fatto alquanto schifo!”
“Fallo” disse Angel sottovoce.
“Fallo per il tuo childe preferito che…eh?” Spike ammiccò sorpreso.
“Puoi ripetere per favore?” Domandò.
“Fallo” ripeté Angel.
“E che Dio mi perdoni” disse abbassando la testa.
Spike non credeva di esser mai stato tanto sorpreso in vita sua. Davvero
Angel gli aveva dato l’assenso per uccidere un essere umano…sebbene solo
tecnicamente tale?
Spike era più che sorpreso.
Spike era basito.
“Uh…va bene…” Disse.
“Se non…” cominciò Angel.
“Non voglio? NON VOGLIO? Angel sono la vergogna di tutti i demoni, ma
sono *ancora * un demone…e comunque, stiamo parlando di…quell’essere”
Spike sorrise mentre si avviava alla porta.
“Spike?” Domandò Angel fermandolo.
“Sì?” rispose il vampiro biondo voltandosi.
“Non farla soffrire troppo” mormorò Angel.
Spike annuì.
“Sarà una cosa veloce ed indolore…niente chiodi, promesso!”
Angel annuì, sembrò esitare per un istante prima di aggiungere: “Ah,
Spike?”
Spike sbuffò: “Cosa ancora?”
“Stai attento”
Spike sollevò gli occhi al cielo e piano si chiuse la porta alle spalle.
Percorse il corridoio a passo svelto, rispondendo a stento ai saluti di
alcuni passeggeri e membri dell’equipaggio.
Gran fregatura, quella di essere diventato una celebrità.
Cominciò a cercare la bambina: negli ultimi tre giorni aveva fatto
l’impossibile per evitare quel mostriciattolo ed ecco che in quel
momento era lui a cercarla.
Era lui che stava ispezionando quella nave con più meticolosità di
quanta ne avesse adottata fino a quel momento per trovare l’assassino
del medico di bordo.
Era lui che stava sforzandosi per non mostrare il volto del suo demone.
Avrebbe ucciso Joyce McNamara.
Con la benedizione, se pur recalcitrante, del suo sire.
La sua “non vita” cominciava a sorridergli.
*****
Era lì.
Il mostriciattolo era lì.
Sola.
Si sporgeva dal parapetto della nave.
Un vero e proprio invito all’omicidio.
…o mostricidio come nel suo caso.
Il ponte era deserto e in altri momenti forse Spike si sarebbe
soffermato ad ammirare la bellezza del panorama, il modo in cui la luna
si stesse riflettendo sull’oceano, creando affascinanti giochi di luce.
D’altronde, in altri momenti non si sarebbe finto una spia.
Non avrebbe dovuto infilarsi una cravatta come un dannato damerino, ed
il suo sire non sarebbe stato tanto esasperato dal consentirgli di
uccidere un essere umano.
“Un elefante, si dondolava sopra il filo di una ragnatela, e reputandola
una cosa interessante andò a chiamare un altro elefante.”
Spike ringhiò.
La sua non era stata una mossa prevista. Non avrebbe voluto ringhiare.
Ma sentire Joyce McNamara cantare era una delle esperienze più
agghiaccianti della sua esistenza.
Era sicuro di aver sentito qualcosa di vagamente simile solo un’altra
volta, a Parigi…con Angel, quando avevano distrutto un demone I cui
versi mentre moriva erano stati quasi altrettanto cacofonici.
Si avvicinò piano. Joyce non sembrava aver sentito il suo ringhio ed
implacabilmente continuava con la sua filastrocca.
Manca poco
Pensò, mentre già pregustava il momento in cui la bambina sarebbe finita
in mare.
Inizialmente aveva pensato di spezzarle il collo, ma poi, quando l’aveva
vista sporgersi da quel parapetto aveva cambiato idea.
Certo, non avrebbe sentito il collo lentigginoso della piccola Erinni
infrangerglisi tra le dita.
Certo, non avrebbe potuto farla a tocchetti.
Ma era un sacrificio disposto a compiere, pur di liberare Angel da
quella peste.
Era alle sue spalle ormai, allungò le mani e…sobbalzò quando Joyce, con
dei riflessi che si ritrovò quasi ad invidiarle, si voltò di scatto.
“Si può sapere cosa diavolo vuoi ancora da me? Te l’ho già detto
impiastro! Io amo Angel! Ed è inutile che tu mi venga dietro e provi a
dividerci…tanto l’amore trionferà!”
Spike aveva voglia di guaire.
Ma cosa aveva fatto di male?
Oltre che uccidere svariate centinaia di persone nei suoi primi
vent’anni di vita come vampiro, naturalmente.
“Io ti odio” sibilò.
“E chi se ne frega!” urlò stizzita, la bambina.
Di nuovo, Spike si mosse verso di lei, lasciando che un ringhio gli
fuoriuscisse dalle labbra, mentre il suo volto mutava in quello del suo
demone.
Una persona normale avrebbe urlato.
Una persona normale sarebbe scappata.
Avrebbe implorato pietà.
Non Joyce McNamara, però.
E la cosa non stupì Spike.
La bambina strinse gli occhi per un solo istante prima di dire. “Ed ora
che vorresti fare?
Vuoi uccidermi?
Farmi vomitare a morte?
Perché non te ne vai?
Sei brutto!!”
Spike ammiccò, basito, pensando che quell’espressione dovesse sembrare
ridicola sul suo volto.
Sul volto del suo demone.
Okay, il volto di nessun demone avrebbe incontrato il favore del gentil
sesso.
…ma quel mostriciattolo era l’ultima persona da cui si sarebbe lasciato
offendere!
Joyce sembrava non badare a lui, si stava allontanando, dandogli le
spalle, I pugni stretti sui fianchi.
Borbottava qualcosa a proposito di impiastri inglesi e di come avrebbe
convinto il suo Angel a liberarsene, una volta sposatisi.
…e Spike aveva voglia di piangere.
Dove si sarebbe arrivati, se una marmocchia era capace di ridurre un
vampiro quasi in lacrime?
Da nessuna parte, probabilmente.
Spike aveva bisogno di un piano.
*****
Los Angeles, 2001
“Brutto!” Esclamò Spike, che, in piedi davanti a lei, stava gesticolando
come un matto. “Brutto, capisci? Brutto! Mi ha detto che sono brutto!”
“Spike…” Cominciò pazientemente Kate, che non riusciva ad impedirsi di
sorridere. Ma fu bloccata da lui che, letteralmente, si buttò in
ginocchio ai piedi del divano, facendola sobbalzare, e sbattendo le mani
aperte ai due lati delle sue spalle, con la testa vicinissima alla sua,
mutò volto in quello del suo demone.
“Ti sembro brutto?” Esclamò, ringhiandole praticamente in faccia. Kate
boccheggiò, così vicina a lui che se avesse respirato avrebbe rischiato
di batterci contro!
Per un attimo rimase immobile, ad occhi sgranati.
Fino a che il fiato, finalmente, non si decise ad uscirle di gola.
“No” Esclamò, e la voce le venne fuori un filo più stridula del normale.
“No, assolutamente!”
Spike aggrottò la fronte, senza spostarsi di un pollice.
“Ecco!” Esclamò. “Lo sapevo!” Si sollevò di scatto, tirando un calcio al
nulla, come un bambino stizzito. “”
*****
“Uno scotch, liscio…” disse Spike sedendosi al bancone.
“Anzi un doppio…anzi…” Sospirò.
“Lascia qui tutta la bottiglia…”
Spike appoggiò I gomiti contro il bancone.
“Brutta serata, signor Longstreet?” Domandò il barista, appoggiando la
bottiglia ed un bicchiere sul bancone.
Il vampiro biondo inarcò un sopracciglio, scuotendo poi la testa mentre
si versava da bere.
“Bell’eufemismo!”
“Le indagini procedono bene?” Domandò il barista incrociando le braccia
contro il petto.
Spike ingurgitò tutto d’un fiato l’enorme bicchiere di scotch prima di
mormorare.
“Quelle procedono bene…”
Come no! Sherlock Holmes dovrebbe inchinarsi al mio cospetto.
“Ah…” Commentò laconico il barista.
Spike aggrottò la fronte, sollevando lo sguardo verso l’uomo. Era
giovane, poco più che un ragazzo.
“Ah?” Domandò.“Ah, cosa?” Continuò riempiendo di nuovo il bicchiere.
“Donne” Commentò il barista, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
Spike sbuffò, mentre col pollice sfiorava la claddagh.
“Non è una donna”Mormorò.
“Lei…lei…”
Scosse la testa disgustato, ingurgitando un altro bicchiere di scotch
tutto d’un fiato. Si guardò attorno.
La sala era praticamente vuota. L’omicidio del medico di bordo aveva
spaventato gran parte dei passeggeri.
“Signor Longstreet?” Chiamòò il barista e Spike, per un istante, fu
certo che gli avrebbe coperto la mano con la sua ,quando disse: “E’
sicuro di star bene? Qualsiasi cosa questa persona le abbia detto o
fatto, non vale sicuramente la pena di bere così tanto…”
Così tanto?
Quel ragazzo non aveva idea di quanto gli ci volesse per ubriacarsi
davvero.
“Qualsiasi cosa mi abbia detto?” Domandò sollevando la testa.
Giocherellò col bicchiere, osservando il ghiaccio sciogliersi in esso,
confondendosi alle poche gocce di scotch rimaste sul fondo del
bicchiere.
“Lo vuoi davvero sapere?”
Il barista parve esitare, confuso forse, dal tono aspro della sua voce,
eppure forzò un sorriso ed annuì.
“Mi ha detto che sono brutto!” Esclamò Spike, senza nemmeno rendersi
conto del mutamento avvenuto nel suo volto.
Il barista però dovette accorgersene, perché si appiattì contro la
parete bar, facendo tintinnare alcune bottiglie.
“Sono brutto?” Domandò Spike, sporgendosi in avanti, verso di lui.
Il barista impallidì vistosamente sotto I suoi occhi, e forte alle
narici di Spike arrivò l’aroma della sua paura, eppure non vi badò.
Si puntellò sui gomiti, avvicinando ulteriormente il volto a quello del
barista, le cui ginocchia stavano cominciando a cedere, almeno a
giudicare da come si stava aggrappando ad una mensola.
“Sono brutto?” ripeté.
Il barista scosse debolmente il capo in segno di diniego.
“N…no” balbettò.
Spike sorrise attraverso I canini.
E nelle sue intenzioni quello avrebbe voluto essere un sorriso
amichevole, persino bonario.
Evidentemente, però, il barista dovette interpretare quel gesto in modo
diverso, perché Spike udì chiaramente l’urlo strozzato che gli uscì
dalle labbra, mentre gli occhi gli si ribaltavano nelle orbite e finiva
letteralmente a gambe all’aria, svenuto.
Spike si appoggiò sullo sgabello, aggrottando le sopracciglia,
sinceramente confuso per quanto era avvenuto. Si strinse nelle spalle,
sconsolato, mentre il suo volto tornava alla sua maschera umana.
“Lo sapevo!” Disse qualche istante dopo, frugandosi nelle tasche dei
pantaloni.
Appoggiò delle banconote sul bancone, dando nel frattempo un’occhiata al
barista, che era ancora privo di conoscenza.
Si rimise in piedi ripetendo: “Lo sapevo!
Sono brutto!”
*****
Kate si mosse sul divano, più stupita che a disagio.
Mentre Spike si agitava per la stanza con l’espressione di qualcuno che
avesse la voglia irrefrenabile di spaccare qualunque cosa.
Con la chiarissima, inconfondibile sensazione che ci fosse qualcosa di
terribilmente sbagliato.
Quello…ancora una volta…quello non poteva essere un vampiro di
centovent’anni!
E lei…non poteva aver voglia di mettere il braccio attorno alle spalle e
consolare un vampiro di centovent’anni!
Era…già…assurdo…il che corrispondeva alla normalità ormai, per lei!
“Spike…” Sussurrò piano.
“A Angel non lo avrebbe detto che era brutto!” Scoppiò lui, ma stavolta
Kate non si fece prendere di |