DISCLAIMER:
I personaggi di Buffy the Vampire Slayer ed Angel: the Series appartengono
a Joss Whedon, la ME, la WB e la Fox.
Non scriviamo a scopo di lucro e non intendiamo violare alcun copyright.
AUTHOR: Mary .
PAIRING: Angel/Kate e Spike/ … vediamo se lo
capite.
RATING: PG13, ANGST, AU (molto AU….in
quantità industriale)
SPOILERS: Prodigal.
TIMELINE: Los Angeles 2000, durante la prima
serie di "Angel".
SUMMARY: Kate e Spike riallacciano i fili di
una storia che riguarda Angel, il suo passato, e il modo in cui Kate è
caduta in una trappola crudele preparata apposta perché lei possa odiarlo…
DISTRIBUTION: Il nostro sito: Due Uomini e
Una Gatta, chiunque altro…basta che chieda.
NOTE. Attenzione!!
Questa non è una novelization, per cui la trama di Prodigal è stata in
parte sconvolta, e molti particolari sono stati radicalmente cambiati…
FEEDBACK:
A Sabrina, che ci ha fatte incontrare, che ci regala ogni giorno il dono
inestimabile della sua magia, e che ha riempito una fetta dei nostri cuori
con qualcosa di inestimabile e prezioso... lei stessa.
Da Mary a Sue.
Non esistono parole per esprimere quello che sei diventata per me.
E, forse, non devo neanche cercarne perché tu comprenda.
Solo… apri il tuo cuore…
A David e James, due attori meravigliosi, per aver dato un sogno a due
ragazze, e, follia per follia, a Angel e Spike, che a questo sogno hanno
dato un nome.
Grazie.
Los Angeles, 2001
Kate si prese la testa fra le mani, scuotendo leggermente il capo.
"Oh, mio Dio… " Mormorò, con qualcosa che somigliava ad un piccolo
singhiozzo.
Davanti a lei, Spike sollevò un sopracciglio, sorpreso dalla sua reazione.
Naturalmente…
Lui… lui non poteva sapere…
"Bè…" Esclamò, prendendosi una sigaretta. " è una storia… credo… toccante,
almeno per un essere umano…
Per lo meno la parte in cui io aspetto Angel fuori da casa mia tremando al
pensiero di quello che… no. A pensarci bene quello era patetico!
Comunque sia, non vale la pena di… fare… quello che stai facendo!
Qualunque cosa sia!"
"Non sto piangendo!" Esclamò lei, piccata, sollevando il capo.
"No?!" Sbottò Spike, sul volto un'espressione… cosa? … offesa? "Io ti
racconto, non ho idea del perché, la storia angosciosa del mio viaggio
dalle tenebre alla luce, con tanto di dettagli patetici su madre e figlio
che si rincontrano dopo venti anni senza potersi riabbracciare… e tu… non
piangi?
Ma sarai una donna, almeno?!"
Kate incrociò le braccia sul petto.
"Si, l'ultima volta che ho controllato!"
"E allora reagisci da donna!
Versa una lacrimuccia sul notturno londinese con giovane vampiro
angosciato!
Ammira estasiata la forza di volontà!
Almeno loda le mie doti di narratore!"
Kate sollevò un sopracciglio.
In effetti… era straordinariamente bravo a raccontare, al punto che,
lentamente, il suo cervello era stato trascinato dalle sue parole,
risalendo dal baratro di angoscia in cui era caduto.
… E per questo doveva essergli grata…
Ma non lo avrebbe ammesso neanche sotto tortura!
"Hai finito?!" Scandì.
Spike si abbatté contro lo schienale.
"Può darsi!"
"Primo: vorrei ricordarti che di fronte alla mia disperazione hai
commentato che sono stupida!"
"Idiota! E lo hai detto tu per prima!"
"Okay, idiota, grazie per la precisazione!
Secondo: se ho la facoltà di parlare in casa mia…"
"Il mio edificante racconto ha risvegliato in te piccoli, tristi ricordi."
"… non ho facoltà di parlare in casa mia!"
Spike strinse gli occhi e sorrise, portandosi la sigaretta alle labbra.
" e dimmi, questi ricordi hanno forse a che fare con due occhi nocciola
molto penetranti…"
"… non sono affari tuoi…"
"… oltre che molto belli…"
"Sei la creatura più irritante che abbia mai conosciuto!"
Si strinse nelle spalle.
"Cosa vuoi? Sono un vampiro!"
Stavolta fu Kate a sorridere.
Un sorriso che non aveva voluto. Pieno di tristezza e tenerezza insieme.
Come spesso accadeva ai ricordi.
Che, a volte, rendevano un po’ più tristi i momenti belli, e un po’ più
teneri quelli brutti.
"Già… " Mormorò, parlando con se stessa. "una cosa cattiva…"
"Prego?" Esclamò lui, con un 'espressione così stupita che la fece
sorridere più forte.
Kate si passò una mano sulla fronte, ed esitò, prima di rispondere.
Pensando se doveva farlo…
Alla fine, semplicemente, smise di pensare.
E lasciò che fluisse ciò che aveva in punta di cuore.
"E' una… non so come chiamarla… una…perifrasi, che imposi ad Angel un
giorno che venne nel mio ufficio…"
Si appoggiò allo schienale, e, senza quasi che lei se ne accorgesse, la
sua mano, ancora, salì a sfiorare il morso sul suo collo.
Stavolta, Spike non la interruppe, e sembrava non avere nessuna intenzione
di farlo.
"Se ne stava lì…" Continuò. " sulla porta, e mi parlava di un demone che
aveva ucciso quella mattina in un sottopassaggio della metropolitana, dopo
che aveva assalito un treno pieno di pendolari…
E io gli dissi che se aveva intenzione di lasciare la porta aperta almeno
poteva usare l'accortezza di non dire proprio "demone", ma piuttosto…"
" Cosa cattiva…"
"Si… " Sorrise.
Ripensò a qual giorno, al volto di Angel.
A ciò che aveva provato vedendolo, nonostante i suoi razionalissimi auto-
condizionamenti.
E ripensò al suo stupore quando Angel le aveva detto che il demone in
questione non apparteneva a una razza aggressiva.
"La cosa cattiva non era una cosa cattiva?" Gli aveva chiesto.
E lui le era sembrato in imbarazzo.
"Bene, era una cosa cattiva nel senso della parola.
Solo non era una cosa cattiva.. cattiva!"
"Ci sono cose cattive che non sono cattive?"
"Bè… si."
Già… e probabilmente, adesso, ne aveva una davanti.
"Fu il giorno che mio padre fu ucciso… " Mormorò, mentre il sorriso
scompariva dalle sue labbra. "tutto è crollato quel giorno.
E l'ho distrutto io… con le mie mani."
*****
Los Angeles, 2000
Aveva distrutto ogni cosa … lei, con le sue mani.
Lei si era fidata di Angel.
Nonostante tutto.
Nonostante la sua natura.
Nonostante sapesse che era un vampiro.
Un assassino.
Un mostro.
Si era fidata di lui.
E del suo istinto, che verso lui la spingeva.
Continuando a ripeterle che Angel non le avrebbe fatto del male.
Che in lui non c'era malvagità.
A gridarle, nella mente e nel cuore, che non poteva esserci cattiveria in
qualcuno che aveva degli occhi così profondi.
Così pieni di compassione e di dolcezza.
In qualcuno che aveva votato la sua vita a salvare gli altri.
Nonostante ciò che sapeva di lui, nonostante ciò che aveva visto e ciò che
aveva letto…si era fidata di Angel.
Aveva voluto credergli.
E alla fine non le era più importato che lui fosse un vampiro.
E ora suo padre era morto.
Ucciso da vampiri.
Come lui.
E il suo corpo giaceva ai piedi di Angel, esangue, la gola orribilmente
straziata.
Mentre il cuore di Kate gridava e si contorceva, e lacrime di dolore le
rigavano le guance.
Violente.
Inarrestabili.
Come un fiume in piena che la portava via.
E distruggeva ogni cosa.
Il suo autocontrollo, la sua ragione.
Il suo cuore.
La sua vita.
E di lei restava solo la creatura disperata che piangeva, piegata sul
corpo di suo padre.
Affranta.
Annientata.
Col mondo intero che aveva smesso di esistere non appena era entrata in
quella casa.
E aveva visto suo padre.
Lasciando solo quel corpo dissanguato.
E lei.
E la sua disperazione.
Eppure, anche se il mondo non esisteva più, Angel c'era ancora.
Lo sapeva.
Lo sentiva.
Dietro di lei.
Chino su di lei.
E poteva quasi avvertire la sua pena e il suo dolore.
E non li voleva.
Voleva solo piangere, singhiozzare.
Voleva solo che suo padre ritornasse da lei.
"Volevo salvarlo!" Disse Angel piano, la sua voce che vibrava di angoscia.
"Lui, lui non mi ha lasciato entrare… "
No.
Non ne aveva il diritto.
Non aveva il diritto di accusare suo padre.
Lui non sapeva niente di vampiri, o forze oscure.
Non sapeva in che cosa era coinvolto.
Ma Angel si… Angel sapeva.
Aveva saputo fin da principio, fin da quando tutto aveva avuto inizio.
"Va fuori!"
Le lacrime l'accecavano.
Il dolore l'accecava.
E l'assordava.
E le toglieva il respiro.
"Esci!
Esci. Esci. Esci.
Va fuori!"
Non voleva che la vedesse così.
Non voleva che vedesse il suo cuore.
La sua disperazione.
La sua fragilità.
Non ne aveva il dritto.
Nessuno ne aveva il diritto.
In special modo lui.
Lui sapeva… lui avrebbe potuto salvarlo…
Lui salvava sempre tutti…
Lo sentì arretrare e qualcosa dentro di lei si ruppe.
Voleva che se ne andasse.
E con uguale forza non voleva che la lasciasse sola.
"Per piacere, esci…" Singhiozzò.
Stava troppo male per capire.
Per pensare.
Tutto quello che esitava era il dolore.
E l'uomo alle sue spalle.
Non voleva che la lasciasse.
E non voleva che fosse lì, accanto a ciò che era diventata.
Accanto al corpo di suo padre.
" Per piacere." Ripeté, e non sapeva come lui potesse comprendere le sue
parole, rese dalle lacrime null'altro che una catena di suoni strozzati. "
esci…"
Eppure lui capì.
E uscì dalla casa.
E Kate urlò, mentre il dolore diventava troppo grande, esplodendole
dentro.
Lacerando, strappando, annientando tutto quello che lei era.
Un grido che si perdeva nelle profondità del suo corpo e della sua anima.
Troppo grande per entrambi.
Si staccò da suo padre, accucciandosi contro la parete.
Sostenendosi ad essa, cercando in essa la forza per non venire annientata.
Per non smettere di esistere.
Si era fidata di Angel, e ora suo padre era morto.
La sua unica famiglia.
L'unica persona al mondo che amasse veramente.
Si strinse al muro, e, disparatamente, continuò a piangere.
Si era fidata di Angel ed ora era sola.
Lui… Angel… l'aveva lasciata sola.
*****
Los Angeles, 2001
"Suppongo… che fosse troppo per me…" Mormorò Kate, fissando un punto
imprecisato davanti ai suoi occhi. " troppo dolore, troppo senso di
colpa…"
"Senso di colpa?" L'interruppe Spike.
Non lo guardò.
"Già… senso di colpa.. come non ne avevo mai sentito in vita mia…
Vedi…quella mattina… mio padre era lì, sulla scena di un crimine, e io non
ho nemmeno pensato che fosse coinvolto.
Io… ma tu c'eri… " Si fermò, mentre un ricordo le saliva alla memoria.
Spike ammiccò.
" Nel tunnel, dici, quando Angel ha fatto secco quel demone Kwaini?
Mm…Si." Fece una smorfia. " Ma non mi ha fatto tirare nemmeno un calcio!
E' sempre così!
Se si fa prendere dal momento si scorda che c'è anche altra gente che
avrebbe il diritto di divertirsi un po’!
Tu pensa alla frustrazione…" La fissò. " si, c'ero."
"Me lo ricordo.
Ti ho visto nel sottopassaggio, insieme ad Angel…"
" E io non ho mai capito tu perché sei scesa… da sola, per giunta!"
Kate scosse le spalle.
" Non lo so.
Istinto suppongo."
"Si. Di distruzione."
"E'… era una componente essenziale nel mio lavoro."
"Ecco perché tanti poliziotti finiscono sul campo!"
"E poi" Kate ignorò il suo commento." Dopo aver conosciuto A … voi, dopo
aver scoperto cosa siete, ho cominciato a considerare ed accettare tutta
una serie di possibilità che altrimenti avrei giudicato assurde…
favolistiche.
Disprezzavo i miei colleghi., che si trovavano di fronte a fatti, a prove
concrete, eppure non volevano considerarli perché, semplicemente, "certe
cose" non potevano esistere.
Non riuscivo a concepirlo.
Io volevo sapere.
Volevo capire.
Ho sempre voluto capire.
Non ho mai neanche pensato di chiudere gli occhi davanti all'evidenza, o
almeno non l'ho fatto da quando ho conosciuto… voi… e fino al giorno che
mio padre fu ucciso.
Per quel breve periodo… credo di essere veramente stata un poliziotto… di
aver cercato seriamente la verità.
Nonostante sembrassero sempre esisterne due di verità: quella che volevo
trovare io e quella che vedeva il resto del mondo."
Si appoggiò alla mano, e un riso nervoso le salì alle labbra
"Prendi quel giorno…
C'era un vagone della metropolitana pieno di pendolari, con un demone che
seminava il terrore, e una dozzina di passeggeri aveva visto solo… un uomo
che si arrampicava sul tetto del vagone in marcia!
"E' una forma di autodifesa, Kate…" Mormorò lui, spegnendo la sigaretta."
Non tutti potrebbero vivere con la consapevolezza che certe ‘cose cattive’
abitano porta a porta con loro… e francamente preferisco questo
scetticismo da ventunesimo secolo alla credulità generale che ha portato
alla caccia a vampiri, streghe e affini vari…"
"Gli uomini avevano il diritto di difendersi." Lo contraddisse Kate. "voi
siete molto più forti di loro."
"Loro?" Spike sollevò un sopracciglio. " tu che ti metti in una classe
intermedia?"
Kate rise.
"Hai ragione.
Di noi.
Ma capisco quello che vuoi dire."
"Si?"
"Bè, allora pensavo che sarei stata ben felice di sparare a qualunque
figura vagamente non umana mi si fosse parata davanti, mentre ora… ora
credo che esistano " Cose cattive" - cattive e "Cose cattive"- non
cattive… proprio come ci sono degli uomini buoni e degli uomini cattivi.
Tuttavia immagino che ti sia trovato di fronte a gente che non andava così
per il sottile, perché non lo facevo neanche io…
Quando Angel venne nel mio ufficio, dopo, e mi disse che doveva esserci
qualcosa di strano, in quel treno e nei suoi passeggeri, perché il demone
che lo aveva attaccato non era affatto di una specie violenta, il mio
primo istinto è stato di chiusura."
Scosse le spalle.
"Non chiedermi perché.
Magari perché pensavo: un demone è solo un demone, o perché una parte di
me stava lottando per non fidarsi di Angel…
Perché avevo letto che cosa era…
O perché, al contrario, provavo un impulso così forte ad aver fiducia in
lui che mi irritava terribilmente…
Avevo infranto delle leggi per lui.
Nascosto delle cose.
Mentito.
E anche se lui non me lo aveva mai chiesto, anche se lo avevo fatto per
mia scelta e mia volontà, non riuscivo a non avercela con me stessa… e con
lui di rimando.
E proprio quando le cose dentro di me cominciarono a chiarirsi… mio padre
fu ucciso…"
Tacque, ma solo per un attimo.
"Ho odiato Angel, quando ho saputo che aveva coperto qualcosa su di lui e
non mi aveva detto niente.
Mi sono ripetuta che, forse, se lo avesse fatto, avrei potuto salvare mio
padre…
E invece ero solo io… era sempre… soltanto colpa mia…
Mio padre è stato ucciso perché odiassi Angel… perché fossi un ostacolo…
E io ho abboccato al loro amo… almeno in parte."
Di nuovo, un sorriso amaro le salì alle labbra.
"Nessuno aveva mai voluto proteggermi in vita mia, nessuno lo aveva mai
fatto, e io non volevo che nessuno lo facesse.
Credevo di essere in grado di affrontare qualsiasi cosa.
E poi è arrivato Angel, e, dall'inizio, ha sempre cercato di proteggermi.
Da un mostro omicida, da un delinquente, e poi dalla verità.
Da quello che lui era, dalla realtà stessa dell'esistenza sua e di quelli
come lui.
E poi dalla realtà su mio padre."
Le dita di Kate, veloci, sfiorarono il morso sul suo collo.
" Anche quando ho creduto che volesse uccidermi, lui voleva proteggermi.
E io l’ho rifiutato.
Perché ero sicura che se mi fossi attaccato a lui una volta lo avrei fatto
per sempre.
Cercavo di essere forte.
Volevo esserlo.
Abbastanza da affrontare la verità…
E quando lui cercava di proteggermi pensavo solo che non mi considerava
abbastanza forte per farcela da sola.
E che mi mentiva.
Mi nascondeva qualcosa.
Anche quella mattina, quando mi chiese quell'elenco di passeggeri …
Sapevo che non mi aveva detto tutto… e questo mi faceva andare in bestia.
Io… volevo soltanto lavorare insieme lui, ma ero troppo orgogliosa per
chiederglielo.
E così l'ho mandato via… e gli ho detto che per quanto mi riguardava tutto
si riconduceva a quel demone e alla sua follia…
Perché… " Mormorò, alzando gli occhi verso Spike. " perché non mi ha
permesso di avvicinarmi?
Perché non si è fidato di me, nella mia capacità di capire?
Perché questa… ostinazione a proteggermi come una bambina?"
Spike sorrise, e, esattamente come era accaduto a Kate con il morso sulla
sua pelle, le lunga dita del vampiro corsero a sfiorare la sua Claddagh ,
accarezzandola con il pollice, come la cosa più preziosa che potesse
esistere.
"Per la ragione più vecchia del mondo… " Mormorò. " perché ti vuole bene…
e Angel farebbe qualsiasi cosa per proteggere i suoi cari.
Se potesse, li metterebbe sotto una campana di vetro e impedirebbe persino
all'aria di sfiorali.
Lui è fatto così…
E certe volte deve letteralmente lottare con il rispetto che ha per gli
altri, e si trova a dover scegliere tra farsi odiare per averli troppo
protetti o vederli soffrire…
Nel tuo caso, ha scelto la prima possibilità… e la campana di vetro gli è
letteralmente scoppiata in faccia!"
"Avrei potuto affrontare la verità."
"Davvero?
E lo hai fatto?"
Kate deglutì di nuovo. E dopo un attimo abbassò gli occhi, mortificata.
"No…"
Spike continuò a fissarla, impietoso.
"Angel ti aveva vista vicina a qual treno, come ti ho vista io, così
felice che tuo padre fosse lì… così contenta di sapere che si preoccupava
per te, anche se ti sforzavi tanto di nasconderlo…"
Kate dovette far forza su se stessa, per non boccheggiare.
Come aveva potuto quel vampiro leggere così profondamente in lei?
Penetrare nei muri di autocontrollo che così faticosamente si era
costruita?
E gli occhi di Angel, quegli occhi che sempre sembravano scrutarle
nell'anima, davvero avevano fatto lo stesso?
Davvero le avevano carpito i segreti più riposti del cuore?
E per questo aveva voluto proteggerla?
E perché?
Strinse i denti, e si stupì a scoprire di avere ancora orgoglio.
Credeva di averlo perso tutto, di averlo ingoiato, insieme ad alcool e
barbiturici.
Eppure… doveva averne ancora se era così difficile buttarlo giù, se doveva
stringere le mani una sull'altra, e chinarsi in avanti, e serrare le
mascelle, per riuscire a parlare.
Per riuscire a chiedere.
A lui.
A un vampiro.
"Per favore, Spike…" Disse, più forte di quel che avrebbe
voluto."Spiegami."
Lo fissò.
" Io impazzisco se non riesco a capire!
Sei stato tu a cominciare questa storia.
Continua.
Fami capire perché ha agito così… perché lo ho odiato…"
Per qualche momento, Spike non le rispose.
Non disse nulla.
La fissò, il pollice fermo sul suo anello.
Impassibile.
Come se stesse valutando le sue parole.
Come se stesse scegliendo se varcare o meno una soglia.
Alla fine, quasi bruscamente, scosse le spalle.
"Angel non mi dice sempre tutto nei particolari. So solo la metà di questa
storia."
"Non importa" Rispose Kate senza esitare." L’altra, la conosco io..."
*****
Galway, Irlanda, 1753, l' aurora.
"Vieni più vicino, Anna…"
La ragazza lo fissò con gli occhi sgranati, i riccioli biondo dorati
legati sulla testa e a stento trattenuti da un piccola cuffia candida.
Impaurita.
Incerta.
Ed eccitata.
Gli piaceva questo.
Gli faceva sentire che esisteva.
Perché se Anna lo vedeva… se ad Anna batteva più forte il cuore quando lui
si avvicinava, voleva dire che esisteva… che era più di nulla.
E poi… questo era proibito.
E a lui piaceva tutto ciò che era proibito.
Questo lo avrebbe fatto infuriare.
E a lui piaceva tutto ciò che lo avrebbe fatto infuriare.
"Master Liam…"Mormorò la ragazza nervosamente, guardandosi intorno."
vostro padre…"
Lui barcollò, afferrandosi alla parete della cucina per evitare di cadere
in terra, e un pigro sorriso gli salì alle labbra.
"E' in chiesa," Disse. " a pentirsi dei suoi peccati, e fa bene.
Vieni più vicino Anna…"
Era carina, Anna.
Molto carina.
M lui non voleva portarsela a letto.
Era una dolce, piccola ragazza… una brava ragazza che metteva da parte i
soldi per sposarsi.
Voleva solo divertirsi un po’ con lei… guardare come si tingevano di rosso
le sue guance quando la fissava, quando le bisbigliava parole che avevano
sempre più di un senso…
Lo divertiva scandalizzarla… e vederla pendere dalle sue labbra.
E continuare a stargli vicino, anche se tremava per la paura che lui la
scoprisse.
Un bacio, forse…
Si solo un bacio…
Le orecchia di Anna non erano fatte per le sue false promesse.
La ragazza si avvicinò di un passo, stringendo al seno la brocca piena di
acqua, scavando nel buoi alla ricerca del suo volto.
"Perché ve ne state nell'ombra, signore?" Gli chiese timidamente." Non
state bene?"
Liam inclinò leggermente la testa.
"La luce." Spiegò, allungandosi verso di lei e proteggendosi il volto con
la mano. " Mi ferisce gli occhi."
"E noi sappiamo bene il perché!" Raschiò una voce aspra, bassa, che gli
artigliò il cervello come unghie sul muro.
Si sentì spingere in avanti, con tale violenza che cadde in terra,
afferrandosi al pozzo, e usandolo un attimo dopo per rimettersi in piedi.
E ritrovarsi faccia a faccia con l'uomo dal volto duro, arcigno, che lo
odiava e che lui odiava.
In tutta la sua vita non lo aveva mai visto sorridere.
La sbronza era stata troppo forte perché riuscisse a stare eretto, ma ci
provò, e nonostante le sue parole di poco prima non si fece ombra, né
strinse gli occhi, lasciando che la luce del caldo sole irlandese
illuminasse tutto quello che era: scomposto, scarmigliato, spettinato, i
lunghi capelli castani ridotti ad un ammasso scomposto.
Non gli importava che lui lo vedesse.
Anzi… voleva che lui lo vedesse…
"Di nuovo fuori tutta la notte "Sbraitò l'uomo fra i denti. " bevendo e
andando a puttane!
Posso sentirti il fetore addosso!"
"Buongiorno a voi, padre." Lo salutò Liam, ignorando ostentatamente le sue
parole,e godendo della rabbia che sfrecciò negli occhi dell'altro.
"Sei un disonore." Gli ringhiò contro lui quello che Liam pensò fu che
doveva davvero soffocare tanto era stretto il suo colletto… e che faceva
male…
Ancora e ancora, e ancora…
Nonostante l'alcool e il sesso… ma quelli servivano solo per un momento…
il trascorrere di un battito di cuore.
Pure, sul suo volto, quel dolore ormai non compariva più.
"Se dite così, padre." Rispose, apparentemente annoiato.
"Oh, lo dico" Sibilò suo padre. " Non hai avuto abbastanza bagordi per una
notte? Devi anche corrompere i servitori?"
Liam lanciò un 'occhiata ad Anna.
La ragazze era terrorizzata, letteralmente.
Avrebbe potuto essere scacciata al solo sospetto che lo avesse
incoraggiato…
Ma, dopotutto, a lui cosa importava?
"Vi infastidisce che volessi corromperla" Mormorò. " o che mi sia
‘abbassato’ a rispondere ad una sua domanda?"
L'altro serrò i denti, ma Liam continuò, imperterrito.
"Tutti siamo corrotti, padre, ma trovo che alcune forme di corruzione
siano" Sorrise. "più piacevoli…"
Lo colpì, così forte da farlo indietreggiare, sebbene Liam fosse molto più
alto e robusto di lui.
"Mi vergogno di chiamarti mio figlio!" Tuonò. " Sei solo una canaglia e
non diventerai mai niente più di questo!"
Gli aveva spaccato un labbro, e il sangue gli scendeva nella bocca e sul
mento.
Era aspro il sangue, e sapeva di ferro.
E lui lo ingoiava, gli occhi fissi nel vuoto.
Non faceva più male, ora.
Non faceva mai male dopo che lo colpiva.
Aveva raggiunto il suo scopo.
Lo aveva fatto irritare, lo aveva abbassato, trascinandolo nel fango.
Al suo livello.
E ora non faceva più male.
Cercava quei momenti, a volte.
Quando il suo cuore sembrava quasi morto.
Ma duravano poco.
Sempre troppo poco.
Lentamente, sollevò la mano, e si asciugò dal labbro il sangue sparso da
suo padre.
*****
Los Angeles, 2000
Era arrabbiato.
Veramente arrabbiato.
Anche se, come spesso gli accadeva, nulla nella sua espressione tradiva la
rabbia che provava.
Avrebbe potuto afferrare una qualunque delle porte che gli scorrevano di
fianco e strapparla dai cardini con un semplice gesto della mano, eppure
chiunque lo avesse visto avrebbe giurato che fosse perfettamente calmo.
Che percorresse il corridoio semi buio del palazzo come un qualunque uomo
tranquillamente concentrato nei suoi pensieri.
Molto probabilmente solo Spike e Doyle avrebbero potuto intuire la sua
rabbia, il suo vero stato d'animo.
Neanche l'uomo che cercava l'avrebbe letto sul suo volto.
Anche se ne era la causa.
Lo aveva visto pochi istanti prima, mentre apriva una porta e consegnava
un pacchetto al fattorino che aveva seguito fin lì.
Quello che era nella metropolitana attaccata dal Kwaini, quello che aveva
tirato il freno d'emergenza, quello che la stessa Kate aveva interrogato e
poi lasciato andare.
Se ne sarebbe accorta in un altro momento…
Era sempre stata così attenta ad dettagli, così acuta da essere fin troppo
pericolosa per qualcuno che, come lui, viveva immerso nelle tenebre.
Kate lo aveva smascherato la prima volta che eri erano incontrati, era
giunta fino a lui, e poi aveva trovato Penn… eppure, ora, non si era resa
conto dell'incoerenza, della semplice, lineare assurdità di un fattorino
che, durante l'orario di lavoro, anziché nel suo furgone , si trovava su
un vagone della metropolitana ...
Tuttavia, Angel non gliene faceva una colpa.
Angel poteva capire.,. fin troppo bene… quel che si agitava nel suo cuore.
Aveva visto all'improvviso il suo mondo invaso da demoni, vampiri, mostri
di ogni genere che non aveva mai pensato potessero esistere, e aveva
reagito con tanta forza e compostezza che perfino Angel aveva scordato
quanto difficile potesse essere per lei.
Che Kate non era nata a Sunnydale, e non era la Cacciatrice…
Era andato da lei, le aveva chiesto il suo aiuto, le aveva parlato, come
prima di Penn, come prima che lei sapesse… e solo allora aveva compreso
veramente quanto stesse lottando… per capire… per accettare una realtà che
non sembrava vera.
E si era rimproverato di non essere riuscito a risparmiarglielo…
E di quella sorta di gioia, di sollievo che provava a non doverle più
nascondere chi era…
Anche se era stata lei a non permettergli di proteggerla…
Anche se era stata lei a non volerlo…
Ora, di fronte all'enorme sforzo che le era crollato addosso, di fronte ai
suoi colori contrastanti, e alla sua complessità, come avrebbe mi potuto
rimproverarla se le sfuggiva un ' unico dettaglio?
E poi… c'era suo padre…
Il padre che adorava.
Il padre che non la meritava.
Non gli sarebbero bastati altri duecentocinquanta anni per dimenticare la
sua espressione ferita quando le aveva dette quelle parole così crudeli,
all'indomani della sua festa di pensionamento.
Gli era sembrato che il cuore di Kate battesse nel suo petto, allora.
Aveva sentito il suo dolore, la sua delusione, il suo sentirsi inutile e
inadeguata…
E si era chiesto se davvero quei sentimenti fossero di Kate… o solo
l'ombra di ricordi vivi dentro di lui come se solo il giorno prima fossero
stati scolpiti dentro la sua anima.
Né avrebbe mai dimenticato il volto di lei quando lo aveva visto, suo
padre, vicino a quel treno… e aveva creduto che fosse venuto per lei.
Perché era preoccupato …
Glielo aveva detto dopo che lui se n'era andato.
Fissandolo scomparire.
Gli aveva aperto il suo cuore in quel momento.
Aveva dimenticato che era un vampiro… una delle sue "cose cattive".
Credo che mi stia davvero controllando…
Si era chiusa in se stessa, dopo, imbarazzata, e lo aveva allontanato.
Aveva chiuso il suo cuore, lasciandolo fuori.
Ma, in quei pochi istanti, Angel aveva visto una bambina emozionata e
felice perché il suo papà si preoccupava per lei…
Aveva rivisto la ragazza vulnerabile che piangeva perché lui non le aveva
mai espresso il suo affetto.
Kate era stata così felice che lui fosse lì, almeno quanto era stata
attenta a non darlo a vedere, a controllare i propri sentimenti.
Il suo volto si era come illuminato, e aveva sentito chiaramente il suo
cuore battere più forte.
Lei viveva per l'approvazione di suo padre, per il suo affetto… ottenerlo
le sembrava la cosa più importante al mondo …
E ora… ora c'era quest'uomo che apriva una porta e consegnava un pacchetto
al suo indiziato numero uno, e che probabilmente quello stesso pacchetto
lo aveva sottratto dalla scena di un crimine non più di una manciata di
ore prima.
Portando via, se il suo intuito all'improvviso non aveva preso a far
acqua, la ragione per cui un innocuo demone Kwaini si era trasformato in
un pericoloso guerriero.
E quest'uomo era il padre di Kate.
La stessa persona di cui lei, così orgogliosa, mendicava uno sguardo, per
la cui festa di pensionamento era stata emozionata come una quindicenne al
primo ballo.
Alla cui approvazione aveva probabilmente votato la sua vita.
Si.
Era veramente arrabbiato.
Era arrabbiato perché quell'uomo stava mentendo a Kate.
Era arrabbiato perché l'aveva usata, aveva usato il fatto di essere suo
padre per portare via il pacchetto sotto il naso della polizia.
E perché quando Kate lo avesse saputo ne sarebbe stata annientata.
E la delusione, l'amarezza l'avrebbero fatta stare male.
E si sarebbe sentita piccola e inutile, e si sarebbe chiesta che cose ci
fosse di tanto orribile in lei da spingere suo padre ad ingannarla.
E si sarebbe sentita… niente.
E avrebbe reagito, si, ma non come lui.
Lui era stato un debole… e la sua reazione era stata quella di fare
qualunque cosa potesse ferire suo padre.
Kate… lei probabilmente avrebbe lottato… si sarebbe arrabbiata, e avrebbe
sfogato il suo dolore chiudendosi ancor più in se stessa…
E avrebbe sofferto… tanto.
Se lui non fosse riuscito ad impedirlo.
Se non fosse riuscito a proteggerla…
E con la rabbia che si ritrovava in corpo dovette ricordare a se stesso
che era il padre di Kate che si trovava di fronte, quando aprì la porta,
per impedire ad disprezzo di trapelare dal suo volto.
"Signor Lockley?" Mormorò, freddamente.
" Si? "
"Sono Angel. Ci siamo incontrati alla sua festa di pensionamento.
Sono un amico di suo figlia."
"Katie?" Esclamò quello." E' successo qualcosa?"
"Sta bene." Lo interruppe, irritato.
Quell'uomo sembrava il ritratto dell'amore paterno, e sua figlia si
struggeva per una sua parola di approvazione.
"E' con lei?"
"No. Lei non sa che sono qui.
Ma può scommettere che le interesserebbe molto sapere chi altro era qui a
farle visita."
Strinse i denti, senza riuscire a dominare le parole.
"Lo sa che ha davvero pensato che fosse lì, stamattina, perché era
preoccupato per lei?"
L'uomo si mise immediatamente sulla difensiva… proprio come faceva sua
figlia.
"Che cosa vuoi?" Esclamò, stringendo leggermente gli occhi.
"Voglio sapere che c'era in quel pacco.
Quello che ha dato al fattorino."
"Non so di che stai parlando."
Mentiva.
Dio… e proprio come Kate era bravo, molto bravo, a nascondere i propri
sentimenti.
Eppure, proprio come con Kate, quei sentimenti quasi gridavano nelle
orecchia di Angel.
"Lei ha rimosso qualcosa dalla scena del delitto.
Qualcosa che qualcuno non voleva fosse scoperto dalla polizia."
L'uomo fece per chiudere la porta, ma Angel lo bloccò.
"Per chi lavora, signor Lockley?"
"Non lavoro per nessuno." Rispose, fingendo ancora indifferenza." Sono in
pensione.
Eri alla festa, ricordi?"
Strinse le dita sul legno della porta, fino a farsi male.
"Scoprirò quello che sta facendo, signore.
Glielo sto dicendo solo per riguardo a Kate."
"Mi stai minacciando, figliuolo?" Sibilò lui.
"No. Io sto cercando di proteggere sua figlia."
Gli sembrò sorpreso, ora, più che irritato, almeno quanto lo era lui per
aver usato quelle parole.
Per avergli detto la verità.
"Proteggere mia figlia? E da che?"
Ancora una volta , non gli mentì, e sperò che quella verità servisse più
delle parole, più della sua rabbia e del suo sguardo truce.
"Dallo scoprire che non era perché le vuole bene che era lì, oggi."
Sperò.
Desiderò che quelle semplici parole gli arrivassero al cuore.
Che lo convincessero.
Si illuse per un attimo che gli avrebbe detto la verità, e che lui avrebbe
risolto tutto… senza che Kate ne sapesse mai nulla… mai…
Senza che cessasse di credere in suo padre.
Ma quell'uomo era ostinato.
Come sua figlia.
"Tu… tu non puoi pensare e di sapere come si sente un padre" Esclamò tra i
denti, ad alta voce." E perché fa le cose che fa.
Tu non hai figli!"
Angel lasciò andare lo stipite, abbandonando la mano lungo il fianco.
Mentre uno strano misto di orgoglio e tristezza gli invadeva l'anima.
E con tutte le sue forze desiderò di essere distrutto prima di provocare
una delusione come quella che quell'uomo avrebbe dato a Kate, o che suo
padre aveva dato a lui.
"Si sbaglia" Mormorò piano. " io ho un figlio."
*****
Galway, Irlanda, 1743
"Io non ho un figlio!" Gridò. " Non ho un figlio! Non ho un figlio!"
E ogni parola era una vergata sulle sue spalle.
Sulla sua pelle.
Sulla sua carne che bruciava.
Come spilli di fuoco.
Sottili.
Troppo per lasciare segni altrove che non sulla sua anima.
"Non merito un figlio come te!
Una simile piaga è per un delinquente, non per un uomo timorato!"
Strinse i denti, Liam, per non emettere un solo lamento.
Mentre suo padre continuava a compirlo.
Avrebbe voluto che crollasse, che piegasse le spalle, ma la sua schiena si
ostinava a restare diritta, le braccia allungate di fronte a lui, contro
il muro della cucina, e il sudore che in rivoli gli scendeva sul volto.
E ogni momento in cui i suoi muscoli rimanevano tesi era un insulto, un
grido di disprezzo.
E meritava un 'altra vergata.
E un 'altra ancora.
Avrebbe potuto rispondergli.
Impedirgli di colpirlo ancora.
Perché, a sedici anni, Liam era molto più alto, e più robusto, e più forte
di lui.
Eppure continuava a subire la sua ira.
E non aveva mai pensato di colpirlo a sua volta.
Forse era solo un idiota, ma non aveva mai voluto colpirlo.
Erano altre le cose che aveva voluto… da lui… da suo padre.
Prima.
Quando ancora si illudeva di poterle ottenere.
Ora, non voleva più nulla…
Ora sapeva che non avrebbe mai avuto nulla…
Sollevò la testa, stringendo i denti, ingoiando un grido, mentre la verga
gli colpì le reni.
E, per reazione, un sorriso ironico gli salì alle labbra.
"Vi ferirete al polso…" Ansimò. " perché non vi fare aiutare dal signor
Dirr… ah, dimenticavo… non ci allieta più con la sua compagnia…"
L'ultima parola gli morì in gola, ingoiata con il suo dolore.
"Insolente inetto!" Urlò, colpendolo ancora.
Sentiva l'odore del sangue.
Del suo sangue.
Nelle narici.
Sulla pelle.
Tutto intorno a lui.
Un altro sarebbe già caduto.
Forse, sarebbe già svenuto.
Ma non Liam.
Non avrebbe mai dato a suo padre una simile soddisfazione.
E poi, ogni singolo colpo valeva mille volte la gioia crudele che aveva
provato quando aveva detto a suo padre ciò che aveva fatto al suo prezioso
signor Dirr, il suo compito, affidabile istitutore inglese, quello a cui
aveva raccomandato di spezzarlo, se necessario, pur di fargli imparare
qualcosa.
Lo specchio di virtù che si portava a letto la figlia di un pescatore.
Quanto… quanto si era divertito ad appiccare il fuoco agli sterpi vicini
al vecchio mulino, dove i due si incontravano, e a veder accorrere tutta
Galway prima di incendiare anche quello.
Almeno quanto nel vedere la faccia di suo padre diventare paonazza per la
rabbia e l'umiliazione quando una massa di pescatori inferocito gli
avevano riportato quel che restava dell'istitutore, che era pure sposato e
padre di tre figli.
In tutta la sua vita non aveva mai riso tanto.
Ne era mai stato battuto tanto.
Eppure non faceva male.
Non come la prima volta.
Quando si era nascosto nel buio, e aveva pianto.
Ancora piangeva, a volte… ma lo faceva così di rado che poteva illudersi
che non fosse vero.
Quando il vecchio prete che gli aveva insegnato a leggere si appoggiava al
suo braccio, e gli diceva che si fidava solo di lui per la sua
passeggiata.
O quando incrociava sua madre e lei abbassava gli occhi, e Liam aveva
voglia di afferrarla dalle braccia e gridarle in faccia, chiedendole
perché non facesse mai qualcosa.
Perché guardava in silenzio mentre suo padre lo picchiava, mentre dalle
loro bocche scivolava il veleno.
Perché non lo aveva mai accarezzato, dopo, dicendogli che gli voleva bene.
Allora piangeva, a volte.
Ma per le vergate no.
Per quelle non avrebbe pianto.
Si sarebbe stancato prima suo padre di dargliele che lui di prenderle,
anche se gli avesse staccato la pelle dalla schiena, a forza di colpirlo.
"Chiedi perdono!" Gli gridò, e lui sollevò il volto, e sorrise.
Si stancava, il vecchio… molto, molto prima di lui…
"Chiedi perdono o giuro che ti ammazzo!"
Sollevò più in alto la testa, spingendo più forte contro la parete.
E si disse che era l'ultima volta che glielo permetteva.
Che se ne sarebbe andato.
Presto.
Immediatamente.
Se lo disse per distrarre la sua mente, come aveva già fatto migliaia di
volte.
Se ne sarebbe andato.
Via da Galway.
Via dall'Irlanda.
E avrebbe visto il mondo.
E il mare, nelle sue orecchia, avrebbe preso il posto delle vergate…
"Master Malahide, master Malahide, venite, presto.
Ci siamo!"
Girò la testa, l'arrestarsi dei colpi sulla sua schiena così brusco che lo
prese di sorpresa.
Distraendolo.
Facendogli quasi perdere l'equilibrio.
Era stata la levatrice a chiamare, da una finestra al primo piano che dava
sul cortile… e suo padre rispose immediatamente, gettando la verga ai suoi
piedi e passandogli accanto pieno di disprezzo.
Non si era piegato… sapeva che non lo aveva fatto.
"Datti una ripulita." Sibilò fra i denti, senza neanche guardarlo." E
vieni a salutare tuo fratello."
Liam attese che fosse entrato in casa e poi si appoggiò al muro,
affondando la testa fra le braccia e lasciando che un gemito soffocato gli
sfuggisse dalle labbra.
Non seppe mai quanto tempo rimase così, immobile, ansante, mentre il
dolore fisico e dell'anima gli si diffondeva in ogni pollice di carne.
Prima di riuscire finalmente a voltarsi e ad avvicinarsi barcollante al
pozzo.
Era l'ultima volta.
L'ultima.
Se ne sarebbe andato di lì.
Da quei boschi verdi in cui la sua balia lo portava a passeggiare, da
quella luce che arrivava all'anima.
Sarebbe andato lontano, tanto che adesso non poteva neanche immaginarlo.
Faticosamente, riempì un secchio d'acqua, e poi lo sollevò,
rovesciandoselo sulla testa.
Le ferite, sulla sua schiena nuda, bruciarono e dolerono, e lui
boccheggiò, passandosi le mani sul viso.
Voleva che conoscesse suo fratello?
Bene.
Sperava che sua madre avesse messo al mondo un bastardo come lui, così
finalmente lo avrebbe lasciato in pace.
Un piccolo ghigno gli salì alle labbra.
Lacero, sudato, mezzo nudo e bagnato fradicio… suo padre sarebbe andato in
bestia se si fosse presentato in quel modo… ma gli aveva detto di
andare... di conoscere questo fratello che gli avrebbe insegnato a vivere.
E lui era un figlio rispettoso, dopotutto.
Si avviò verso casa, a fatica, lottando per non barcollare.
E odiò suo padre.
Lo odiò più di quanto non lo avesse mai odiato.
E non per le vergate.
Non per le sue parole.
O perchè lo faceva sentire come se non esistesse.
Lo odiò perché faceva in modo che lui provasse risentimento per una
creatura che non era ancora nata.
Un fratello che molto probabilmente avrebbe vissuto quel che viveva lui, e
avrebbe sofferto quanto soffriva lui.
Si passò una mano sui capelli, sgocciolando sul pavimento tirato a lucido,
mentre si avvicinava lentamente alla stanza di sua madre.
Vide la domestica di sua madre uscire, portando un fagotto bianco in una
camera di fronte, e un attimo dopo venire fuori anche suo padre, che
lanciò un 'occhiata torva al vecchio padre Dermot, fatto venire per
l'occasione.
"Tutto questo trambusto," Soffiò a denti stretti. " solo per una femmina!"
Una bambina!
No, non poteva crederci!
Era troppo divertente!
Il prezioso erede, la rivincita si suo padre era… una bambina!
"Ebbene" Continuò quello. " Sia come Dio vuole.
Battezzatela, padre, appena vi sarà possibile."
Il vecchio prete sollevò il volto, sospirando.
"E come vorreste chiamare la vostra creatura, ditemi."
Suo padre scosse le spalle.
"Katherine."
"E perché non Cathleen, secondo la nostra tradizione?"
L'altro squadrò il vecchio prete dall'alto in basso.
" Mia figlia non porterà un nome pagano!" Esclamò, prima di lasciarlo.
Passò accanto a Liam, lanciandogli uno sguardo pieno di ribrezzo.
"Va a ripulirti, ragazzo. Sei disgustoso!
Qui non c'è niente da vedere!"
Liam appoggiò la testa alla parete, mentre un sorrisetto pieno di ironia
gli saliva alle labbra.
Tuttavia, per una volta, lasciò che le parole di scherno gli riscendessero
lungo la gola, nella consapevolezza che suo padre quel sorriso lo aveva
visto, e che sapeva benissimo cosa voleva dire.
Fece ancora qualche passo, fermandosi per un attimo sulla soglia della
camera che da mesi era stata destinata a suo fratello, e che al centro,
illuminata dalla luce del sole, aveva una piccola culla di vimini
intrecciati.
Entrò, incuriosito dalla mancanza di suoni, e abbassò lo sguardo per
osservare la bambina avvolta nelle lenzuola chiare.
Katherine.
Sua sorella.
Una cosina rossa con tantissimi capelli castani e un viso minuscolo e
grinzoso.
"Guardati… " Sussurrò piano." Lo sai che sei proprio brutta?"
Sorrise quando la bambina sollevò il viso, lasciando andare qualcosa di
molto simile a un piccolo sospiro.
Sembrava… sembrava quasi che lo guardasse.
"Non è vero…" Concesse. " sei carina… pure troppo per essere sua figlia…"
Allungò una mano, ma si fermò alla vista della sua pelle sporca e sudata .
All'improvviso, si sentì tutto sporco e sudato .
Dalla testa ai piedi.
E di più.
Si sentiva sporco e sudato anche dentro…
Lei, invece, era appena nata, ed era così pulita…
Così colorata… sembra che niente al mondo avrebbe mai potuto sporcarla.
Ma era nata in quella casa, ed era facile in quella casa sporcarsi, per
tutto e tutti.
Con una scrollata di spalle allungò le mani e la prese in braccio.
A suo padre sarebbe venuto un colpo se lo avesse visto.
Avrebbe pensato la volesse far cadere.
Ma Liam non voleva farla cadere.
Liam aveva paura, era terrorizzato al pensiero di farla cadere.
Però… voleva anche tenerla un po’ vicino a se.
In quel momento, in quella casa, quella bambina era l'unica creatura che
non lo disprezzasse.
Che non lo considerasse un inutile, vergognoso inetto.
E lui non voleva che, appena nata, si sentisse sola, nel mezzo di quella
stanza vuota…
No.
Per una volta le sue azioni non erano per ferire suo padre.
Per una volta non era l'odio a dettarle…
"Sei venuta in un postaccio…" Mormorò piano.
Alle sue spalle, da qualche parte, suo padre sbraitò contro qualcuno, e
lui strinse le labbra, continuando a guardarla.
"Benvenuta a casa, Kathy."
*****
Los Angeles, 1983
"Katie ha gli occhi di vetro!
Katie ha gli occhi di vetro!
Biglie di vetro colorate, e le rane glieli caveranno con la lingua!"
"Basta!" Gridò, fuggendo via, le mani premute sulle orecchia per non
sentire.
Per non ascoltare la cattiveria dei suoi compagni, che ora ridevano sul
marciapiede di fronte alla scuola.
Era da giorni che continuavano.
Sembrava che non si stancassero mai.
Continuavano a ripetere che i suoi non erano occhi veri, che erano troppo
chiari, e troppo grandi, e che li sgranava sempre troppo.
Erano biglie di vetro colorate… e quando avesse piovuto abbastanza e gli
stagni e i fiumi si fossero ingrossati, le rane sarebbero sgusciate fuori
e glieli avrebbero cavati con la lingua, prima di mangiarli.
All'inizio non ci aveva creduto.
All'inizio si era difesa, come sempre.
Era per questo che i bambini le facevano i dispetti.
Perché non aveva paura di loro.
Perché si difendeva, e, alta com'era, riusciva a darle persino ai più
grandi.
Ma poi, a poco a poco, aveva cominciato a crederci, e quando, quattro
giorni prima, Frank Davis aveva liberato in classe tre enormi rospi pieni
di escrescenze ne era stata terrorizzata, e aveva cominciato a urlare come
una bambina piccola.
"Hai nove anni, Katie!" L'aveva rimproverata suo padre. "Sei grande,
ormai, e le ragazze grandi non piangono!"
Naturalmente aveva ragione.
Era grande, ormai… era grande da quando sua madre era morta, eppure gli
scherzi degli altri le facevano ancora male, e le rane ancora paura.
E di notte si nascondeva sotto le coperte col terrore che le sbucassero in
camera e le mangiassero gli occhi.
A poco a poco, rallentò l'andatura, ansimando per lo sforzo, e alla fine
si fermò, davanti alla vetrina del fornaio, a due passi da casa.
Sembrava molto più grande della sua età, forse per via della sua altezza,
o della forma del suo viso, o dei suoi occhi grandi e un po’ felini.
O forse, semplicemente, perché era grande.
Più grande delle bambine della sua età.
Lo sapeva.
Lo sapeva sempre.
Anche ora, mentre entrava nel negozio e comprava il pane per il pranzo e i
biscotti per la colazione del giorno dopo.
E poi, mentre ficcava la chiave nella toppa ed entrava in casa.
Le sue compagne pensavano a giocare, a fare i compiti, ad andare a spasso
con le loro madri.
Entrò, accendendo la luce, e appoggiò lo zaino al suo posto, sulla
consolle attaccata alla parete.
Poi, automaticamente, scosse con le mani i fiori nel vaso trasparente.
Quando era viva e veniva a prenderla da scuola, quella era la prima cosa
che sua madre faceva.
Non aveva mai capito perché.
Non glielo aveva mai chiesto.
E ora non lo avrebbe più fatto.
Deglutì, cercando di mandar giù il groppo doloroso nella sua gola.
Le ragazze grandi non piangevano.
Doveva ricordarsene.
E non voleva che suo padre tornasse a casa e capisse che stava per
piangere.
Ci sarebbe rimasto male, l'avrebbe rimproverata.
E lei non voleva deluderlo.
Passò in cucina, e cominciò a sbattere le uova in un piatto.
A suo padre piacevano le frittate, e lei si sforzava di inventane ogni
volta una variante diversa…
Solo… solo che certe volte lui non se ne accorgeva nemmeno…
Era sempre così occupato… così preso dal suo lavoro al distretto di
polizia… o così stanco dopo aver staccato…
Però… se lei fosse stata abbastanza brava… se avesse cucinato abbastanza
bene, o tenuto la casa come faceva la mamma, o avesse preso voti
abbastanza alti a scuola si sarebbe accorto di lei.
Le avrebbe detto che era brava.
Doveva solamente essere abbastanza in gamba.
E non piangere più.
Apparecchiò la tavola, dispose i piatti e le posate, poi appoggiò al
centro i fiori, allontanandosi di un passo per ammirare tutto.
Sembrava carino… era carino… e i fiori erano bellissimi…
Sorrise nervosamente, lanciando uno sguardo all'orologio, e quasi sobbalzò
quando sentì, giù in strada, l'inconfondibile frenata di suo padre.
Scostò le tende per sicurezza, anche se non ne aveva bisogno, e poi si
affrettò di nuovo in cucina, a dividere la frittata e a scodellarla nei
piatti.
Non aveva ancora finito di riavviarsi i capelli quando suo padre aprì la
porta, chiacchierando rumorosamente con Biggie Nelson, il suo compagno.
Gli corse incontro, sorridendo.
"Ciao papà."
Trevor Lockley le lanciò uno sguardo distratto.
"Ciao, Katie, tutto bene a scuola?"
"Si, papà…" Lo vide passare, superandola, e avvicinarsi alla tavola. "
grazie… "
Non ricevendo risposte, si voltò educatamente verso l'altro uomo.
"Resta a mangiare con noi, signor Nelson?"
Lui le sorrise, un sorriso cortese, molto dolce sul volto scuro del
Portoticano.
"No, Katie, grazie, sei sempre molto gentile." Passò lo sguardo alle sue
spalle. " e sei anche molto brava.
Sono sicuro che quel delizioso pranzo lo hai fatto tu con le tue mani…"
Sorrise, abbassando timidamente gli occhi.
"E dai Biggie" Disse suo padre dietro di lei. "La mia ragazza non è tipo
da complimenti!
Non le interessano queste cose!"
Tacquero entrambi, e dopo un attimo Kate si volse verso suo padre.
Era in piedi, davanti alla tavola, e stava piegando la sua fritta fra due
fette di pane.
"Non ti fermi, papà?" Mormorò, avvicinandosi di un passo.
"No, ragazza, non posso.
Ho un turno in più oggi."
"Oh. Non me lo avevi detto."
Le passò di nuovo di fianco, raggiungendo il suo compagno che teneva gli
occhi bassi e non la guardava.
"Sono certo di si.
Lo avrai scordato."
"Papà…" Lo chiamò, mentre era già sulla porta." Aspetta…devo mostrarti una
cosa…"
"Domani, Katie, domani.
Ora devo proprio andare.
Fa i compiti e poi va subito a letto."
Kate annuì piano, appoggiando una mano alla maniglia.
"Ciao, Katie… " La salutò Biggie, e lei si sforzò di rispondere al suo
sorrido gentile.
Dopo un momento, lo sentì parlare lungo il corridoio.
" E che cavolo, Trevor! E' solo una bambina e tu la tratti come una donna
di quarant'anni, ignorata per giunta!
Non lo vedi che ci resta male?!"
"Nah…" Gli rispose suo padre. " Katie non è una di quelle ragazzine
frignanti.
Lei è forte.
Sa che ho un lavoro duro e che le cose sono molto difficili da quando sua
madre se n'è andata."
"Allora diglielo!"
"Oh, non c'è alcun bisogno di dirle, certe cose!
Si sanno.
Si sanno e basta."
Sentì la sua voce scemare lungo le scale, e per un attimo restò immobile,
con la porta aperta e la mano appoggiata alla maniglia.
Ingoiando.
Una, due volte.
Per non piangere.
Non c'era motivo di piangere.
E poi, le ragazze grandi non piangevano.
Senza nemmeno sospirare e senza guardare la tavola imbandita tornò
indietro, aprì lo zaino, e tirò fuori un foglio di cartoncino ripiegato i
due.
Poi prese le chiavi e, richiudendosi la porta alle spalle, uscì di casa e
percorse i pochi passi che la separavano dall'appartamento della sua
vicina.
Tirò su con il naso e sollevò la testa prima di suonare.
Perché non si vedesse che aveva voluto piangere.
E quando la donna venne ad aprire riuscì persino a rivolgerle un sorriso
educato.
"Buongiorno, signora Newman." La salutò. " oggi a scuola mi hanno dato la
pagella di fine trimestre.
Me la firma, per favore?"
*****
Los Angeles, 2001
Spike guardò Kate spazzolare qualcosa di inesistente dal pantalone da tuta
che indossava sotto la maglietta bianca, uno sguardo malinconico nei begli
occhi chiari.
Era accoccolata sul divano, con le ginocchia piegate sotto il corpo.
In una posizione simile a quella che le aveva visto assumere circa un anno
prima, sotto l'impulso dell'incantesimo che aveva portato in superficie la
sua sensibilità nascosta, e che di certo non si consentiva di assumere
quando aveva il pieno controllo di se.
Come una bambina.
La bambina che non era stata .
Che non le avevano permesso di essere.
La donna si interruppe solo un minuto, eppur lui ebbe il tempo di pensare
a tante cose.
Pensò a quella bambina di nove anni che doveva mandare avanti una casa e
occuparsi di suo padre.
E a Buffy Summers, che a diciannove si comportava come una ragazzina
viziata ed egoista, afferrando per l'ennesima volta fra le unghie il cuore
si Angel e poi buttandolo via, dopo aver spremuto un po’ di sangue.
E al padre del suo sire, e alla rabbia che aveva provato lui quando, per
la prima volta, gli aveva raccontato del modo in cui lo trattava.
Delle percosse, delle umiliazioni, della freddezza… di come aveva
desiderato poter tornare indietro e cavare a quel bastardo tutti i denti
dalla bocca, pensando al modo in cui aveva gettato il suo stesso figlio
sull'orlo dell'abisso in cui era precipitato, trasformandolo in un uomo
arrabbiato con il mondo, disperato e senza la forza di fare qualcosa di
costruttivo per cambiare la sua vita.
Convinto di non essere nulla.
Come Kate.
Convinto da suo padre.
Come Kate.
Kate che si vestiva come un uomo perché probabilmente suo padre avrebbe
desiderato un figlio forte e onesto che seguisse le sue orme.
Kate che in quel figlio aveva voluto trasformarsi.
Che era entrata in polizia.
Che aveva sepolto in fondo al cuore i suoi sentimenti.
Per lui.
Perché fosse orgoglioso di lei.
E lui non se n'era mai accorto.
Aveva distrutto la vita di sua figlia senza nemmeno accorgersene.
E pensò che era fortunato.
Per sua madre.
Per il suo sorriso radioso e le sue carezze quando l'ascoltava suonare.
E perché anche se non aveva mai conosciuto suo padre aveva avuto Angel.
Angel, non Angelus, che pure lui aveva voluto come padre.
Angel, che gli si era imposto, e che gli aveva insegnato ad essere quello
che era.
E che era sempre stato lì per lui.
Quando era stato felice e quando il suo cuore freddo si era spezzato.
Si.
Era stato molto fortunato.
Più di Angel.
Più di Kate, che si passava una mano nei capelli, e probabilmente si
chiedeva perché gli stesse raccontando quelle cose.
E all'improvviso fu contento di essere lì.
Pensava ancora che quello non fosse il suo posto, che avrebbe dovuto
esserci Angel seduto su quella poltrona… anzi, a voler essere onesti,
avrebbe dovuto essere accanto a Kate, possibilmente con un braccio attorno
alle sue spalle… a rimuginare per la milionesima volta sul suo passato e
su quello di lei… però era anche contento di essere lì.
Quella donna si stava dimostrano molto più interessante di quanto non
avesse creduto, nonostante ciò che aveva visto negli ultimi due anni.
"Oh, Dio, scusa… "Sorrise lei, sollevando il capo." mi ero incantata…"
Lui scosse le spalle.
"Nulla di male, bambina, succede anche a me… specialmente quando guardo
Angel."
Kate sgranò gli occhi, scandalizzata.
E lui, per tutta risposta, le fece l'occhiolino.
*****
Los Angeles, 2000
Suo padre era quasi scandalizzato dalla sua sorpresa, dal fatto che
continuasse a chiedergli perché si trovasse lì, ma Kate, in quel momento,
doveva saperlo.
Kate doveva essere sicura.
Perché Kate aveva paura.
Paura di essere delusa.
Paura di credere per l'ennesima volta di essere diventata abbastanza
brava, o abbastanza bella, o abbastanza forte …
E che finalmente lui le avrebbe detto che era fiero di lei.
Di sua figlia.
Per poi rimanere ancora con l'amaro in bocca, e la gola piena di lacrime
che non voleva lasciar uscire.
Che non poteva lasciar uscire.
Perché le ragazze grandi non piangevano.
E ormai, per lei, controllare i suoi sentimenti, le sue emozioni, e
soprattutto il loro manifestarsi era diventato un'abitudine, qualcosa di
automatico.
Sebbene, da un po’ di tempo a quella parte, fosse stato molo difficile
esercitare su se stessa quell’autocontrollo che aveva reso così famoso il
suo cuore di ghiaccio.
Sebbene, da un po’ di tempo a quella parte, avessero fatto irruzione nella
sua vita emozioni così forti da essere difficilissime da imbrigliare.
Emozioni legate a mostri, a vampiri, a omicidi inspiegabili, e a profondi
occhi nocciola.
E adesso a suo padre, che prima la controllava sul lavoro e ora,
addirittura, veniva a prenderla per il pranzo.
E lei aveva paura.
E continuava a chiedergli perché.
Erano all'aperto, su un pontile di legno, seduti uno di fianco all'altra,
ed il sole era forte, e chiaro, e caldo, ed illuminava la figura ormai
appesantita di suo padre, i sui capelli imbiancati dal tempo, e le faceva
ricordare quanto le sembrasse grande da bambina, e forte.
Il più forte di tutti gli uomini.
Quando lo guardava andare via attaccata a sua madre e non desiderava altro
che sentirsi al sicuro fra le braccia di lui, e udirlo dire che le voleva
bene.
Adesso, se avessero lottato, sarebbe stata Kate a vincere.
Se avessero sparato, sarebbe stata Kate a centrare più bersagli.
Eppure, lui aveva sempre il potere di farla tornare indietro a quella
bambina fra le braccia di sua madre.
E con quella luce, con quel sole bellissimo che scaldava il cuore, era
così facile arrendersi al desiderio di credere alle sue parole.
Di illudersi.
"Pensavo solo di poter passare un po’ di tempo con mia figlia."
Si.
Si.
Voleva credergli.
Aveva bisogno di credergli.
Aveva bisogno di sapere che non era stato tutto inutile.
Gli sforzi, la sofferenza, le lotte per diventate più forte.
Per essere un bravo poliziotto, qualcuno di cui lui potesse andare fiero.
"Allora, stai bene?" Le chiese, evidentemente imbarazzato dalla sua
titubanza.
Finalmente, Kate si impose di rilassarsi.
Di abbassare le difese del suo cuore.
"Si. " Rispose. "Si, bene."
"E come sta Angel?"
Sgranò gli occhi, le sue mura che si ricomponevano da sole in meno di un
secondo.
"Pardon?"
Suo padre, però, non sembrò notare la sua reazione.
"Il tipo alto, bello, che hai portato alla mia festa di pensionamento."
"Si" Si affrettò a dire lei. " So chi vuoi dire."
"Non è un nome messicano? Angel?"
Kate si morse nervosamente le guance.
Ma perché mai, così all'improvviso, suo padre voleva sapere di Angel?
Da quando viveva da sola non si era mai informato sugli uomini che vedeva…
e del resto, sinceramente, avrebbe avuto praticamente il nulla di cui
interessarsi… e ora su chi gli veniva la curiosità?
Su Angel!
Il vampiro di duecentocinquant’anni!
"Non credo." Rispose laconica.
"Voi due vi vedete ancora?"
Dovette fare uno sforzo per mantenersi calma.
"Noi due non ci siamo mai visti, papà."
"Hmm. E che c'era di sbagliato con lui?"
"Nulla!" Esclamò.
"Ci deve essere qualcosa di sbagliato.
Ti ha fatto del male?"
"No."
"E' gay?"
"No!
Angel… " Ecco. Perfetto. Nello stesso momento, nello stesso posto, ossia
il suo cervello, Angel e suo padre che la trattava come quando aveva
quindici anni e la interrogava come il sospetto in un duplice omicidio!
Si stupiva di non essersi ancora messa a gridare.
E invece, ancora una volta, si sforzò di dominare i nervi.
E si sforzò tanto.
" Solamente… non è il mio tipo.
O sono io a non essere il suo tipo…"
Già… perché il tipo di un vampiro molto difficilmente avrebbe potuto
essere un essere umano, e il tipo di un essere umano un vampiro.
Eppure c'era stato un tempo… quando ancora non sapeva chi fosse… allora
una parte di lei aveva creduto che potesse esserlo… il suo tipo.
Ed era stata attratta da lui così tanto da lasciarla sconvolta.
Ma lei non doveva illudersi…
Mai.
Altrimenti, alla fine, avrebbe sofferto.
E, infatti, Angel era un vampiro… e lei ciò che restava di un 'illusa.
Era per questo.
Perché ancora le piaceva tanto che cercava di stargli più lontana
possibile, di trattarlo più freddamente possibile.
Ed era per questo che non ci riusciva .
Si sforzava di essere obbiettiva.
Si diceva che non era per quello che lo aiutava, che infrangeva delle
leggi per lui, che non denunciava ciò che era… che lo faceva perché
nonostante ciò che aveva detto allo stesso Angel lei sentiva che non era
malvagio, che aveva votato davvero tutta la sua esistenza ad aiutare gli
altri.
Ma lo avrebbe fatto lo stesso se non avesse provato qual misto di gioia e
dispetto che le stringeva il cuore ogni volta che lo vedeva?
Se tra le sue braccia, in quegli unici istanti in cui lui l’aveva stretta,
si era sentita meglio di quanto non le fosse mai accaduto in vita sua?
E sarebbe stata contemporaneamente così arrabbiata con lui?
Si sarebbe sentita così ferita?
E avrebbe avuto nella testa tutta quella confusione fra credergli e non
credergli, fra avere fiducia in lui e non farlo, fra il suo istinto e il
suo orgoglio?
"Ha un lavoro?" Chiese suo padre, strappandola quasi bruscamente dai suoi
pensieri.
"Si, "Rispose. " è u P.I. ."
"Un investigatore privato." Ripeté. " Ed è bravo?"
Rispose d'istinto, senza pensare, la piega che quella discussione avrebbe
potuto prendere che rischiava di gettarla nel panico.
"Si " Esclamò. " è bravo. Molto bravo.
Non bada certo alle notti passate al lavoro!
Ma sei venuto fino a qui per parlare tutto il tempo di un ragazzo con cui
mi hai vista uscire una volta?!"
Suo padre aggrottò la fronte, esitando.
"Lui mi ha… colpito."
Il che non era difficile da credere, doveva ammetterlo.
"E allora?"
La fissò.
Intensamente.
Più di quanto non avesse mai fatto.
E sembrò che volesse dirle qualcosa.
Che volesse aprirle il suo cuore.
Che volesse parlare con lei.
Sinceramente.
Da pari a pari.
Come non era mai accaduto.
E forse lo fece.
Perché per un uomo come lui, così assorbito nello sforzo di essere forte,
di essere all'altezza neanche lui sapeva di cosa, così convinto che forza,
dignità e controllo delle proprie emozioni fossero un tutt'uno, esprimere
anche solo una di queste emozioni, formulare anche solo una frase che
potesse tradirla era terribilmente, terribilmente difficile.
Così le disse solo, con un sospiro:
"Nulla.
Solo… solo… non è bene essere da soli, Katie…"
Eppure, quell’unica frase la colpì e la commosse più di quanto non avrebbe
mai creduto possibile.
Perché era stato lui a dirla, e l'aveva detta a lei.
E perché la illuminò all'improvviso e, come se un afflato d'aria pulita le
fosse finalmente entrato nei polmoni, rese tutto più chiaro.
E, finalmente, Kate capì cosa voleva.
*****
Voleva girarsi, fare dietro front e andarsene.
Salire in camera sua, spogliarsi, fare una doccia calda e stendersi sul
letto, sperando che i pensieri e i ricordi di quelle ultime ore non si
mutassero in sogni.
Ma, ovviamente, ciò che voleva e ciò che doveva erano due cose diverse
come il giorno e la notte.
Ad esempio, avrebbe voluto entrare nella sua casa immersa nel silenzio,
salutare i suoi amici, e ascoltare con calma ciò che avevano scoperto, e
invece aveva dovuto sopportare la terrificante zaffata di sangue e carne
di demone lacerata che lo aveva accolto al suo ingresso, era stato
accompagnato da una cacofonia assordante di voci mescolate, e, dopo aver
aperto la porta del "laboratorio " improvvisato, era stato costretto a
sopportare la vista delle SUE pareti schizzate ovunque di sangue e del SUO
pavimento e dei SUOI mobili ingombri di pezzi anatomici che nemmeno voleva
provare ad identificare.
Al centro della camera, una preziosa scrivania degli anni quaranta era
stata trasformata in un tavolo operatorio, e un lenzuolo copriva ciò che
doveva rimanere del demone Kwaini che aveva ucciso, mentre, comodamente
seduto dall'altro lato, un Wesley moderno dottor Frankestein, in camice e
occhiali di protezione, stava trascrivendo qualcosa su un blocco di
appunti.
Scosse il capo, stanco e notevolmente irritato dal chiacchiericcio senza
posa di Faith e Cordelia, che gesticolava, evidentemente eccitata.
Molto meno pareva esserlo Doyle, che era praticamente affondato su un
divano, la testa reclinata all'indietro… verde.
Letteralmente verde.
E con l'aspetto di chi avesse appena avuto un incontro ravvicinato con le
proprie budella.
Chino su di lui, il colpevole di tutto qual caos lo fissava, leggermente
divertito, con le mani affondate nelle tasche dei jeans.
"Ma è mai possibile…"Esclamò, puntando direttamente su Spike, e facendo
contemporaneamente la massima attenzione per evitare le frattaglie sparse
in terra. "che devi sempre metterti a giocare nei momenti meno opportuni?"
Spike lo guardò, raddrizzandosi e sollevando le sopracciglia fino
all'attaccatura dei capelli.
"Gio- care?" Sillabò, con un 'aria di perfetta innocenza.
"E questo macello come lo chiami!?" Rispose lui, allargando le braccia per
comprendere tutta la stanza. "Per la miseria, Spike, non imparerai mai
quando è il momento per certe cose e quando no?
Io non ti ho mai impedito di sfogarti combattendo, però…"
"Sempre me lo hai impedito, sempre!" Lo interruppe lui.
"In cento anni ogni stramaledetta volta!
Non mi hai mai fatto divertire un po’!
Te ne vai in giro a tagliare teste, ma a me sempre: Spike non infierire!
Angel, sei sempre stato un rompiscatole formato magnum!"
"E c'era bisogno di giocare a fare i coriandoli con le budella del demone
su cui stiamo indagando!?"
"Io non ho fatto niente!" Scattò Spike, battendo un piede per terra."
Loro! Loro sono state!"
Allungò un dito. E Angel, incredulo, ne seguì la direzione verso Cordelia
e Faith, che, vicine alla parete, avevano smesso di parlare e lo stavano
guardando… ognuna con un grosso coltello da cucina fra le mani!
"Loro?!" Ripeté Angel deglutendo.
"Si, loro!" Ruggì Spike." L'immagine dell'innocenza in persona!
Il sesso debole!
Io ero di là che aiutavo miss Irlanda unita a liberarsi delle sue
budella!"
Ancora incredulo, Angel passò gli occhi a Doyle, che senza alzarsi di un
pollice ricambiò lo sguardo.
"Presente…" Mormorò. "ero il padrone delle budella…"
Angel deglutì, orribilmente consapevole degli sguardi di tutti puntati su
di lui, e, senza volerlo, prese a tormentarsi le mani.
"Spike…" Cominciò. " senti…"
"Fottiti!" Scattò l'altro.
"Ho sbagliato…"
"Non hai sbagliato! Tu te la prendi sempre con me!
Diamine, Angel, ho 126 anni, e mi tratti sempre come se ne avessi…
sessanta! "Sbatté di nuovo il piedi in terra, guardandolo come se non
sapesse se morderlo o mettersi a piangere.
"Mi dispiace…" Provò, ma, ancora una volta , lui lo interruppe.
"Come no, ti dispiace sempre, ma intanto ogni casino che succedeva in casa
davi sempre la colpa a me!"
"Spike, siamo sempre stati in due, con chi me la dovevo prendere?!"
"NO! Non mi freghi, occhi languidi!
Anche quando c'era Alex i casini li combinava lei e io guai li passavo io!
Chi ha provato ad evocare lo spirito sepolto in quell'albero? Lei! Ma da
chi sei andato quando i rami hanno cominciato ad avvolgerci la casa?
Da Spike!
Chi ha invitato quella bella famigliola di vampiri a prendere il té con la
scusa, per altro banale, del desiderio di immortalità in cambio di sangue
fresco?
Lei!
Ma tu chi sei andato a prendere per il collo quando li hai trovati che ti
sfasciavano il salotto?
Spike!
E poi… poi… a Woodstock chi hai accusato di essersi fatto di acidi?
Spike!"
"Ti guardavi una mano con il sole addosso!"
"Idiozie!
Tu ce l'hai per vizio!"
Angel si guardò attorno, nervosamente.
"Spike… non la potremmo continuare in privato questa conversazione?"
"Non c'è nessuna conversazione!" Urlò, puntandogli un dito contro. "Tu
sei… sei… sei… cattivo!"
Gli voltò le spalle, marciando verso la porta, assolutamente incurante di
ciò che calpestava.
"E dai!" Esclamò Angel, allargando le braccia e seguendolo. "Ho fatto un
errore, ti chiedo scusa…"
"Non voglio parlare con te!"
"Spike, non fare il bambino!"
Si girò, così di scatto che quasi non gli finì contro.
"Ma io sono un bambino, ricordi?!
Un mocciosetto che si diverte tanto a fare a pezzetti i demoni!
VIVI! Vivi mi piace farli a pezzetti!
Porca miseria, Angel, ma per chi mi hai preso… per Wesley?"
"Ehi!" Esclamò quello, ma Angel lo ignorò completamente.
"Lo sai che non la penso così…"
"Nooo!
Però se potessi mi metteresti un… grembiulino e un bavaglino per non
sporcarmi!"
Uscì dalla stanza, spalancando la porta.
"Che ne potevo sapere che Cordelia e Faith… oh, mio Dio… " Si fermò,
mentre finalmente il senso delle sue parole gli arrivava al cervello.
"Cordelia e Faith…"
"E con immenso gusto!
Tanto per sottolineare che il demone sono io!
Ma già, tanto la colpa è sempre mia…" Spike si fermò, aggrottando la
fronte. " No.
Rettifico:
Io sono quello che combina guai.
Sei tu quello di cui è sempre la colpa!"
"Spike, dobbiamo andare avanti ancora per molto?!"
"No!
Per niente!
Perché a questo punto rinuncio!
Ho smesso di fare il buono, capito?!
Da questo stesso istante torno un demone!
Tanto tu non mi apprezzi mai!"
Angel sospirò, sollevando gli occhi al cielo.
Quante volte erano che glielo sentiva dire?
Più o meno di un milione?
"Scusate… interrompo qualcosa?"
"Kate!" Esclamò Angel, chiudendosi con un tonfo alle spalle la doppia
porta del "laboratorio" e appoggiandocisi sopra. "Ciao!"
"Bella battuta!" Gracchiò Spike. "Originale!
Ripetimela che la appunto per il mio prossimo libro!"
"… c… ciao… " sorrise la donna, avvicinandosi di un passo e guardandolo
come… come un deficiente che se ne stava attaccato a una porta chiusa
stile marito che nasconde l'amante! " Ho suonato, e , visto che non
aprivate, sono passata dal giardino…"
"Pensare che non ci fosse nessuno, no, vero?" Fece Spike.
"La macchina era fuori…"
"E se nessuno aveva voglia di aprirti?"
"Spike!" Esplose quasi Angel.
L'altro fece una smorfia.
"Mi hai insegnato a parlare?! Schiatta!"
"Io… " Kate passò gli occhi dall'uomo all'altro e poi si tolse un foglio
dalla tasca dei jeans." Volevo solo darti questo… me ne vado subito…"
"No!" Esclamò, staccandosi finalmente dalla porta, e senza nemmeno
rendersene conto allungò una mano a sfiorarle il polso. " Aspetta…"
Kate lo guardò in silenzio, e lui si sentì a disagio.
Immediatamente, le lasciò la mano.
"Ma fate!" Sbottò Spike, facendo un giro su se stesso prima di
allontanarsi. " Ignoratemi!
Chiudetemi a chiave in un anfratto!"
"Spike!"
"Io intanto vado a mettere in disordine la mia cameretta!"
"Più di quello che è già?!" Scattò Angel, incapace di resistere.
E Spike, per tutta risposta, gli ringhiò contro.
Mentre Kate, meritandosi la sua perenne ammirazione, manteneva un contegno
a dir poco impossibile.
*****
Impossibile.
Quelli non potevano essere vampiri con quasi quattrocento ani in due!
Doveva aver commesso un clamoroso errore!
Su di loro… e sulla decisione di andare lì quella sera!
Kate sbatté gli occhi, fissando il vampiro biondo che usciva, e poi
riportando gli occhi su Angel, che stava esaminando con estrema attenzione
la punta delle proprie scarpe.
Sollevò per un attimo lo sguardo, si schiarì la gola, poi lo abbassò di
muovo, e lei sorrise.
Angel sembrava sempre così sicuro, così forte, eppure, sul più bello,
veniva fuori questo suo abbassare gli occhi, questo suo imbarazzo che
conferiva un 'espressione vulnerabile al suo volto…
E se prima di sapere ciò che era questo le aveva semplicemente fatto
tenerezza, dopo le aveva reso quasi impossibile pensare che quell'uomo dal
volto imbarazzato fosse un vampiro… una creatura con più di duecento anni…
un assassino…
"Brutta aria…?" Mormorò, per rompere il silenzio.
Angel le sorrise a sua volta.
"Solo un piccolo litigio in famiglia."
Allungò una mano, indicando la porta del suo ufficio.
"Vieni…"
Kate lo precedette, e quando Angel si appoggiò alla scrivania,
guardandola, gli tese nuovamente il foglio ripiegato.
"Che cos'è ?" Le chiese, prendendolo dalle sue mani senza neanche
sfiorarla.
Kate sorrise nervosamente.
"Non mi avevi chiesto l'elenco dei passeggeri sulla metropolitana?"
Angel spiegò il foglio e lo osservò, prima di tornare a guardarla.
"Grazie. Che cos'è che ti ha fatto cambiar idea?"
Kate deglutì.
"Qualcosa che mi ha detto mio padre…
Lui sollevò le sopracciglia, sorpreso, gettandola in un panico che non
diede a vedere.
"Davvero…"Aggiunse, dandosi immediatamente dell'idiota.
"Ci credo!" Esclamò lui, mettendo le mani davanti al petto, come per
difendersi da qualcosa. "Posso chiederti cosa?"
Che non è bene essere soli…
Ce l'aveva lì, sulla punta della lingua…
Attaccato alle labbra, impastato col suo fiato.
Diglielo!
Forza, diglielo!
"Mi ha chiesto se sei bravo…"
Idiota!
Vigliacca idiota!
Di nuovo, lui sgranò gli occhi, e contemporaneamente, dalla stanza
accanto, provenne distintamente il rumore di qualcosa che cadeva.
Kate si girò di scatto.
"Cos'era?" Esclamò.
"Nulla!" Si affrettò a rassicurarla lui."Il gatto!"
"Il gatto?
Hai un gatto?"
"Sarebbe così strano?"
"No!"
" Comunque non è mio… è un… gatto selvatico…
Si infila ovunque, specialmente dove non dovrebbe!"
Si schiarì la voce, interrompendo gli attimi di silenzio seguiti alle sue
parole.
"Mi stavi dicendo che hai detto a tuo padre che sono… bravo?"
"In quello che fai… nel tuo lavoro, voglio dire!"
Angel annuì, e Kate ebbe la nettissima sensazione di essere stata l'unica
in quella stanza ad avere dato un doppio senso alle sue stesse parole.
"Grazie."
Respirò piano, odiandosi per quell’ emozione inusuale.
"Senti, non ci sono dubbi che io mi senta a disagio su certi argomenti, e
che certe cose mi sembrino assurde e incomprensibili, ma il fatto che io
non sia in grado di venirne a capo non mi autorizza a ignorare il fatto
che tu puoi farlo.
Tu hai… intuizioni… diverse dalle mie, e se dici che c'era qualcosa di
strano su quel treno, beh, probabilmente è così!"
"Lo apprezzo molto." Mormorò Angel.
"E a me… piacerebbe che tu mi coinvolgessi…"
Di nuovo quegli occhi intensi su di lei.
Di nuovo le parole che si affollavano nella bocca.
"Cosa?!"
Parole.
Frasi.
Pensieri.
Decine.
Nel suo cervello.
Che si rincorrevano.
Chiari, per una volta, rischiarati dalle parole di suo padre.
Risposte, per quell'unica domanda.
Voglio essere coinvolta nella tua vita, o non vita, o come cavolo si dice!
Voglio essere coinvolta nel tuo mondo, anche se fa paura.
Voglio fidarmi di te… come prima.
Perché sento di poterlo fare.
A dispetto di qualunque cosa.
Voglio capire.
Voglio che mi permetti di stare con te.
Perché è vero.. è terribile essere soli. E quando penso a chi vorrei avere
vicino il solo volto che riesco a vedere è il tuo..
Anche se non so a che potrà portare…
Anche se ho paura.
Perché adesso ho il coraggio di dire a me stessa che qualunque cosa possa
seguire a questa scelta assurda… ne sarà valsa la pena…
" Nel caso…"
Ma perché?
Perché?
Aveva creduto che la cosa più difficile fosse far chiarezza in se stessa.
Accettare quel che provava.
Aveva creduto di avere la forza e il coraggio per dire qualsiasi cosa,
poi…
E invece eccola lì… e la cosa più assurda era che sapeva di essere
perfettamente calma mentre lo diceva.
Mentre mentiva.
Sapeva di essere perfettamente credibile.
Naturale.
Perché era veramente naturale per lei…
Nascondere i suoi sentimenti. Trincerarsi dietro una maschera di ghiaccio.
Lei era così.
Una donna senza emozioni.
Fredda.
Scostante.
Agli occhi di tutti.
Persino agli occhi di Angel.
E poi perché persino… lei non era nulla per lui, e lui per Kate… era solo
l'uomo a cui non riusciva a smettere di pensare… e che poi non era nemmeno
un uomo!
Sospirò, ma solo dentro di se.
Per lo meno lavorare insieme sarebbe già stato meglio di niente!
"Se trovi qualcosa mi coinvolgerai, va bene?"
Angel esitò per un istante.
"Sei… sei sicura?"
"Dovrò fronteggiare questi demoni, prima o poi, giusto?
Nulla di più facile che uno di loro mi sia vicino di casa…"
"Giusto… " Ripeté lui, e ancora, per qualche istante, rimasero in
silenzio.
"Allora…" Disse alla fine Kate." Aspetto che mi chiami."
Non glielo aveva detto.
E sapeva che ormai non lo avrebbe fatto.
"Va bene…"
Fece per andarsene, ma Angel l'afferrò per il braccio, improvvisamente,
spedendole un lungo brivido lungo la schiena.
"Uh… Kate, senti…"
"Ehi!" Lo interruppe lei con un sorriso, colpita dall'espressione cupa dei
suoi occhi." Non può esserci niente di così grave!"
Lui non rispose.
La lasciò andare e rimase a guardarla.
Kate lo sapeva.
Lo sentiva.
Poteva avvertire chiaramente i suoi occhi su di lei, come carezze sulla
pelle.
Continuò a guardarla anche mentre andava via.
Più lentamente di quanto avesse voluto.
Molto, molto più lentamente.
*****
Lentamente, la porta si aprì, e la testa bionda di Spike fece capolino
nello studio.
"Miaooo!" Esclamò, nella perfetta imitazione di un gatto.
"Ti è passata la crisi di persecuzione?" Domandò Angel, voltandosi per
guardarlo .
"No, ma la curiosità è più forte!"
"Curiosità di che?!
Se hai origliato ogni singola parola!"
"Curiosità sul perché hai testè ricevuto un'offerta di pace accompagnata
da ampio sbattere di ciglia e sembra che ti abbiano appena preso a pugni
nello stomaco!"
Angel strinse le mascelle, ostinandosi a guardare il pavimento.
"Che cos'è venuto fuori dallo scempio che avete fatto di là?"
"Che HANNO, HANNO, HANNO!
Cos'è, hai sbagliato mira e ti sei spremuto il gel nelle orecchia?!
E comunque non c'entra con quello che ti ho appena chiesto!"
"Si che c'entra."
"No.
"Ti ho detto di si."
" E io ti ho detto di no!"
"Vado a chiederlo a Wesley…"
"Te lo dico io!"
Angel si fermò, con le mani sui fianchi, a metà strada dalla porta.
La gelosia di Spike nei confronti dell'Osservatore era una delle cose più
divertenti in assoluto nella sua attuale esistenza, oltre a dimostrarsi,
in casi come quello, estremamente utile.
"Allora?
Perché un demone totalmente innocuo è diventato all’improvviso così
pericoloso?
Un 'evoluzione della specie?"
Spike scosse le spalle, appoggiandosi alla parete.
"Il cervellone, di là, non crede.
In un attimo di tregua delle amazzoni folli…"
"A proposito, chi ha detto a Faith e Cordelia di…"
"volevano aiutare."
" Oh.
Vai avanti per favore."
"Bè, a rischio della vita, l'eroico quattr'occhi si è lanciato fra le
bisturate delle signore e ha tirato fuori un bel pezzo grosso di carne,
che sono certo avrà tutto il piacere di mostrarti, eccitato come un
quindicenne a una partita di streep poker, e dopo averla esaminata… per
inciso, Angel, il demone sono io, ma a me quelli lì fanno paura…"
"Spike…"
" Okay, okay, stringo!
Bè, il trofeo di Wesley si è rivelato essere la ghiandola surrenale del
demone, ed era grossa così…" Gli mostrò con le mani." Mentre normalmente
dovrebbe avere le dimensioni di una noce.
Il tutto, probabilmente, dovuto ad una sostanza sintetica trovata in
circolo in tutto l'organismo del nostro grazioso ospite."
"Una droga?"
"Esatto.
E roba forte, altro che gli acidi di Woodstock!
Metà sintetico e metà metafisico.
Pare che sia in grado di aumentare la forza di chi lo prende di venti
volte, sempre a detta del re dei topi di biblioteca
Però non ti giurerei che sia vero!
Non me l'ha fatta provare!"
Angel sollevò la testa, lanciandogli uno sguardo che valeva, da solo, più
di cento parole.
"Scherzavo!" Si affrettò a esclamare Spike." E poi non ci tengo mica a
giocarmi il mio meraviglioso carattere!"
"Doveva essere questo che il fattorino trasportava … altra droga… una
sostanza così potente che se fosse assunta da una creatura già forte di
suo…"
"Non oso nemmeno pensarci…"
"Oh, mio Dio…" Si passò una mano sul viso." E il padre di Kate è coinvolto
in tutto questo…"
"Chi?!" Esclamò Spike, staccandosi dalla parete." Il padre della
principessa di ghiaccio!" Scoppiò a ridere." No!
E' troppo forte!"
"Piantala, Spike!" Lo interruppe lui, stizzito." Sarà terribile per lei,
se lo venisse a sapere!"
"E, tanto per capire, tu come l'hai scoperta questa simpatica
collaborazione?"
"Seguendo il fattorino…"
"Uah! Lo sapevo che sarebbe servito, quel nome sulla maglietta!"
" Ho cercato di parlare con lui…" Mormorò Angel angosciato.
"Okay" Esclamò Spike." Allora basta! Stop!
Fatto il tuo dovere!
Mettiti a posto quella coscienza da stacanovista!"
"Non vuoi capire…" Sospirò lui.
"No, capisco, capisco e come!
Tu vuoi proteggere quella ragazza dallo scoprire che il suo padre adorato
non è poi quel modello integerrimo che crede!"
Angel lo fissò senza parlare.
Erano cento anni che aveva a che fare con l'intuito di Spike.
Era più probabile che fosse lui a spiegare ad Angel qualcosa sui suoi
stessi pensieri che non il contrario.
"Credi che non l'abbia vista?
Quella donna pendeva letteralmente dalle sue labbra, e se non mi sbaglio
ha già sbattuto contro la sua insensibilità.
Magari le farà bene un bel mach con la realtà!"
"No, Spike, no!" Esclamò Angel." Non sarebbe giusto.
Nessuno merita di essere deluso dal proprio padre!"
Stavolta fui Spike a stringere le labbra.
Lui sapeva.
Sapeva tutto di Angel.
Più di quanto aveva mai saputo o voluto sapere Buffy.
Più di quanto probabilmente avrebbe mai saputo chiunque.
E il misto di pena e rabbia che gli attraversò gli occhi ne fu la prova
più lampante.
Gli passò accanto, uscendo dalla stanza.
"Dove vai?!" Gli gridò dietro Spike.
"Da Trevor Lackley."
" Che cos’ è, vuoi che pensi che sei innamorato di lui?!
Lo hai già avvisato, Angel, è pure troppo!
Pensiamo a trovare chi fabbrica questa roba, invece!"
Angel si fermò, e si voltò verso di lui, lentamente.
Aveva ragione.
Era quella la cosa più importante.
Ma lui non sarebbe riuscito a fermarsi neanche se lo avesse voluto.
"L'ho avvertito su di me.
Ora deve sapere la vera natura di quello in cui è invischiato…
Non ha neanche idea di quanto sia in pericolo…"
Spike strinse gli occhi, le iridi chiare come ghiaccio tagliente.
"Se non lo sa già…"
"No! "Gridò quasi lui." Non lo sa!
Non può saperlo!
Non può fare questo a Kate!"
Spike allungò una mano, stringendogli il braccio.,
"Lo ha già fatto, Angel.
Questo non lo puoi cambiare.
Può dispiacermi per Kate, posso essere contento se lo prendi per il collo
e gliele dai di santa ragione, ma francamente odio che ti preoccupi anche
per lui!
Ha fatto una scelta, sa che sta facendo qualcosa di illegale e che
potrebbe danneggiare sua figlia.
Evidentemente non gli importa.
Bè, a questo punto abbiamo cose più urgenti a cui badare!"
Angel appoggiò una mano su quella di Spike, scostandola gentilmente.
" Lo so, Spike.
Credimi.
So ognuna di queste cose.
Ma qualche volta il prezzo che paghiamo per una scelta sbagliata non è
commisurato al nostro errore…"
Spike scosse le spalle.
"Va bene, allora vengo anch'io.
Se gli rompo le gambe è difficile che il vecchio combini altri guai.
E la tua amica si divertirà ad assisterlo."
Angel scosse la testa, sospirando.
"Lo apprezzo molto, Spike, te lo giuro, ma è una cosa che devo fare io."
"Per chi?" Lo sfidò lui." Per lei, per suo padre, o per te stesso?"
"Per tutti, forse."
"Direi che sono un po’ troppi da gestire da solo, anche per te… dammi solo
un momento e…"
"Spike… no."
"Tu!" Sbottò quello." Presuntuoso Irlandese! Credi di potermi dare ordini
come a un…"
"Non ti sto dando un ordine, Spike, te lo sto chiedendo.
Per favore.
Ti prego, Spike, fai come ti dico."
*****
Galway, Irlanda, 1753
"Liam! Tu farai come ti dico!"
Grida.
Grida.
Grida.
Suo padre non faceva altro che gridare.
Ogni giorno.
Ogni ora.
Ogni volta che si incontravano.
E Kathy si spaventava.
Piangeva.
Per lui.
Perché non voleva che litigasse con suo padre.
Perché non voleva che lo colpisse.
E anche per se.
Perché aveva paura.
Liam le aveva detto che non doveva averne.
Che non l'avrebbe mai picchiata.
Perché Kathy non era come Liam.
Lei era buona.
Era obbediate.
Era una meravigliosa, allegra, dolcissima piccola ragazza con gli occhi
nocciola più intensi che avesse mai visto.
Lo aveva abbracciato, dicendogli che anche lui era buono, e Liam non aveva
continuato.
Non le aveva detto che se avesse alzato un dito su di lei lo avrebbe
ammazzato con le sue mani.
Avrebbe fatto ciò che non aveva neanche pensato in ventisei anni di
scontri.
Non le aveva detto che nessuno, nessuno avrebbe mai dovuto toccare sue
sorella.
Mai.
Nemmeno lui.
Eppure la faceva piangere…
Ogni volta che suo padre lo colpiva..
Ogni volta che gridava contro di lui.
Come ora.
E il suo cuore, così indurito, così prodigo di false promesse per le
ragazze della taverna del porto, si piegava, e sanguinava davanti alle
lacrime di sua sorella.
"Dolce, piccola Kathy…" Mormorò, chinandosi su di lei.
Doveva porre fine a qual litigio.
Doveva farla smettere di piangere… e suo padre doveva pagarla.
Perché poteva ammazzarlo, ma non doveva mai più azzardarsi a gridare così
con lei.
Solo per averlo difeso… un coraggio, a dieci anni, che suo fratello, a
ventisei, poteva solo ammirarle.
Allungò una mano, e con dolcezza infinita le terse la guancia con il
dorso.
Accanto a lei, vestita di nero, sua madre li guardava.
Senza parlare.
Come sempre.
"Niente lacrime…" Le sorrise. "Papà ora mi sfida… è con me che ce l'ha.
Non con te…
Non ti farà niente… nessuno ti farà niente.
Non finché vivo…"
Lei gli sorrise, lottando contro le lacrime, e Liam dovette trattenersi
per non prenderla in braccio.
Non lo avrebbe mai fatto di fronte a suo padre.
Invece, si alzò, e sfidò il volto arcigno dell’altro, fermo sul suo
camino.
"E ora, vorreste togliervi dalla porta, padre?"
Lui strinse gli occhi, lanciandogli quello sguardo che tante volte lo
aveva terrorizzato da bambino, e che ora spaventava Kathy, e dopo un
attimo gli si avvicinò, minaccioso.
"Ma non aspettarti di tornare mai più indietro!" Sibilò cupamente.
E le sue parole rimbombarono nel cuore di Liam.
"Come voi desiderate, padre." Disse calmo." Sempre, solo come voi
desiderate."
"Desideravo un figlio!" Gridò l'altro, e, accanto a se, Liam sentì Kathy
sobbalzare."Un uomo!
E invece Dio mi ha dato te!
Una terribile delusione!"
Liam gli sorrise.
Una reazione molto diversa di quando glielo aveva detto la prima volta.
"Una delusione?" Lo schernì. " non avreste potuto chiedere un figlio più
deferente.
Per tutta la mia vita mi avete detto con le parole e gli sguardi ciò che
volevate da me, e io ho vissuto per soddisfare ogni vostra aspettativa."
"Sei pazzo!" Sbottò lui, e Liam strinse i denti, mentre una rabbia che non
voleva gli montava dentro.
Non doveva dare a suo padre la soddisfazione di vederlo arrabbiato.
Di fargli capire che le sue parole potevano ancora fargli del male.
Tuttavia, non riuscì a impedire all'amarezza antica di salirgli rapida
dallo stomaco, allagandogli la gola, e il palato, e la lingua.
"La follia era pensare di non poter mai fallire abbastanza per voi, padre!
Ma forse, stasera, la smentiremo questa follia!"
"Ma certo! Vai!
A bere, con le tue sgualdrine!
Perditi in questa notte e domani ti vedrò strisciare di novo nell'ombra!
Non resisteresti un giorno là fuori, ragazzo!
Non ne saresti capace!
Sei troppo inetto anche per la vita del vagabondo!"
Strinse i pugni, e per un attimo sembrò calmarsi, come se la sua furia
fosse arrivata troppo in alto, e ora non potesse altro che acquietarsi.
"Ho paura per te, ragazzo…" Mormorò cupamente.
"E questa è l'unica cosa che potete trovare nel vostro cuore per me, ora,
padre?"
L'altro sollevò di nuovo la testa, il volto duro come granito.
"Nessuno ti aiuterà!
Nessuno vorrà mai avere a che fare con un tipo come te!"
Aveva quasi voglia di ridere, ora.
Ma erano risate amare.
Salate.
"Non mi mancherà un posto per dormire!" Rispose, afferrando la maniglia
della porta." Potete esserne certo!"
Si precipitò fuori.
Rabbioso.
Furente.
Con suo padre e con se stesso, e con quel qualcosa di terribilmente
sbagliato in lui che consentiva ancora a quell'uomo di ferirlo, e al suo
cuore di sanguinare per questo.
"Se corteggerai i guai, "Gli gridò dietro suo padre." sarai certo di
trovarli!"
Una massima morale!
Esattamente ciò che gli serviva!
Una massima morale, e non un barile di birra, e non una ragazza morbida,
che gli facessero scordare che lui aveva ragione.
Che non avrebbe mai avuto il coraggio di andare via.
Di affrontare i disagi e l'ignoto.
Era da così tanto che lo sapeva.
Da così tanto che aveva smesso di ripetersi che sarebbe scappato, che
avrebbe detto addio a quella vita e avrebbe visto il mondo.
Ogni volta che suo padre lo colpiva.
Ogni volta che lo mordeva con le parole iniettandogli il suo veleno.
Ora non fuggiva più dalla realtà, pregustando la sua partenza.
Ora erano l'alcool e gli occhi di una bella donna il suo vascello per
l'oblio.
La formula segreta per dimenticare la vita che faceva.
E la nullità che era.
Arrabbiato, pieno di un livore che ormai chiamava per nome, vide appena,
con la coda dell'occhio, la figura vestita di bianco che per poco non
travolse, al margine della strada.
Non si fermò, ne si voltò.
Neanche per un attimo.
Non gli importava.
L'unica cosa che in quel momento turbava il suo desiderio d'oblio, l'unica
cosa che cadeva come una goccia di pioggia sulle pareti di pietra della
sua rabbia e della sua frustrazione era il pensiero che, forse, a casa, la
sua piccola Kathy, la sua dolce sorella, piangeva ancora.
*****
Los Angeles 2001
"Ancora Darla…" Mormorò piano Kate, e, davanti a lei, Spike sollevò un
sopracciglio, sorpreso.
"Come fai a saperlo?"
"Ho studiato." Rispose Kate, indicando con la mano la libreria alle spalle
di Spike. " Subito dopo aver scoperto chi era veramente Angel ho voluto
sapere.
E così mi sono procurata tutti i libri sui vampiri che sono riuscita a
trovare."
" E te li sei letti a uno a uno dalla prima all'ultima, noiosissima
parola."
"Di solito è quello l'uso dei libri."
"Ah si, e io che ho sempre pensato servissero solo a livellare i tavoli!"
"E poi, se ancora te ne ricordi, foste proprio voi a parlarmi di lei,
quando venni a perquisire l'Hyperion…ne avevo letto, ma non avevo idea di
che aspetto avesse…"
" Vuoi dire quando hai PROVATO a perquisire l'Hyperion…"
"Insomma, era Darla o no?!" Esclamò, leggermente spazientita.
"Come no!" Rispose lui." In carne, ossa e lussuria fino alla punta dei
capelli!
Personalmente l'ho sempre trovata di una volgarità disgustosa, ma capirai,
nel buio, per un ragazzo demoralizzato e ubriaco fradicio…"
Kate deglutì, uno strano peso che le premeva sul cuore.
"E' così che è andata?"
Pensava che lui avrebbe fatto di nuovo dell'ironia, che avrebbe gettato lì
un 'altra delle sue battute, e invece si limitò a stringere leggermente le
labbra, e a guardarla.
"Si" Mormorò, dopo pochi istanti." Proprio così…
Lo puntava da giorni, la fottuta bastarda, nell'attesa di beccarlo da
solo.
Soltanto che, di solito, lui tornava a casa ad alba fatta…
Non dev'esserle sembrato vero vederlo uscire dalla locanda di notte, non
tanto sbronzo da non notare che era una donna , e abbastanza per seguirla
in un vicolo…"
Ancora una volta, fece una pausa prima di aggiungere: "aveva finito i
soldi…"
Darla…
La donna che aveva orchestrato tutto.
Che l'aveva portata a distruggere la sua stessa vita.
Che aveva ordinato di uccidere suo padre.
Per nutrire la sua ossessione.
E la sua ossessione si chiamava Angel.
*****
Los Angeles 2000
"Si chiama Angel, "Disse Trevor Lockley, fissando negli occhui l'uomo che
aveva di fronte." È un investigatore privato" Esitò, stringendo
leggermente le mascelle. " da qual che ho sentito è bravo."
Oh, si, si… era bravo.
Molto bravo.
Il suo dolce, adorabile ragazzo.
Più bravo di quanto qual vecchio idiota avrebbe mai potuto immaginare!
Se non lo fosse stato tanto non si sarebbe data una tale pena…
Fissò Illips ricambiare lo sguardo dell'uomo, attraversi i vetri oscurati
della concessionaria d'auto, che impedivano a Lockley si scorgere sia lei
che il suo… amico.
"Qualche idea sul perché stia ficcando il naso nei nostri affari?"
Darla arcuò la schiena, puntellandosi con le mani sulla scrivania, solo
vagamente consapevole di ciò che accadeva al suo corpo, del demone con cui
in quel momento si stava accoppiando.
Si muoveva automaticamente, gemeva automaticamente, ma tutto il suo essere
nero era volto su ciò che accadeva oltre quel vetro.
"Non lo so ." Rispose Trevor Lockley." Ha le sue ragioni, credo.
Che cosa c'era nel pacco?"
"Signor Lockley, noi eravamo d'accordo…"
Staccò le dita dalla scrivania per affondarle nella schiena del suo
amante, e spingerlo ancor più contro di se.
"Eravamo d’accordo che avrei usato i miei collegamenti nel reparto per
facilitare i movimenti delle tue parti d'auto rubate.
Non che avrei rimosso delle prove da una scena di crimine o spremuto
informazioni alla mia stessa figlia…"
"Si…" Gemette Darla, e il demone pensò fosse per lui.
Per la sua fronte ossuta.
Per i suoi denti acuminati.
Il solo pensiero di quegli sciocchi burattini umani fra le sue unghie, il
solo pensiero di quella ragazza orgogliosa che guardava Angelus come se
potesse mai essere suo, il solo degustare la sua disperazione, il modo in
cui avrebbe trasformato in odio la sua adorazione bastava quasi a farle
raggiungere l'orgasmo.
Il volto sempre girato, nonostante la violenza del suo ondeggiare in
bilico sul piano rigido, scorse chiaramente il vampiro porgere al padre di
Kate Lockley una spessa busta marrone, che l'uomo prese con una smorfia,
strappandole un altro gemito di piacere.
"Un consiglio per te e i ragazzi?" Disse, ridicola, ipocrita maschera
d'orgoglio.
Si… si… dacci un consiglio, caprone, da un consiglio ai tuoi macellai…
"Qualunque cosa combiniate con i vostri piccoli pacchetti marroni, vi
conviene smettere per un po’…"
Darla si abbatté sulla scrivania, chiudendo gli occhi, e mentre l'enorme
demone le precipitava addosso, dalle labbra le sfuggì un unico suono
disarticolato:
"Angelus…"
Ma il suo compagno era troppo ottuso per sentirla.
Grosso.
Massiccio e ottuso.
Non tanto da non poter stare a capo di uno dei suoi piccoli traffici.
Ma abbastanza da essere manovrato.
E da credere di essere il capo.
Quando era lei, invece, che aveva sempre deciso tutto.
Che lo aveva convito ad usare Lockley, e lo aveva spinto per la prima
volta a provare la sua stessa droga… perché la dipendenza lo rendesse più
feroce, e ancor più manovrabile… e più soddisfacente quando gli faceva
credere, con il sesso, di essere il padrone.
Si scostò da lei un attimo prima che Illip entrasse, e Darla non si diede
nemmeno la briga di mettersi in piedi, o di sistemarsi la camicetta aperta
sul seno.
Il vampiro sapeva che era lei a comandare.
Lo sentiva.
Percepiva la sua forza e la sua ferocia.
E la conosceva.
Ma poiché Darla lo aveva messo al di sotto di Jorgos e oggettivamente era
lui che picchiava, fu a lui che si rivolse.
"Che dobbiamo fare con questo investigatore privato, signore?
L'altro continuò a guardare Darla, divorandola con gli occhi.
Oh, adorava quella droga…
"Ammazzatelo!" Grugnì.
Darla sorrise, e quello pensò ancora che fosse per lui.
Uccidere Angelus… loro…
"Si… "Ansimò, sollevandosi leggermente." E uccidete anche Lockley."
"Ma Lockley è il nostro miglior corriere…"Cercò di opporsi Illip. " è così
conosciuto in polizia che nessuno osa fermarlo, e sua figlia…"
"Sua figlia…"Soffiò Darla." È una sgualdrinella che ha messo gli occhi su
ciò che non doveva.
Impazzirei di piacere, se la vedessi piangere…"
Si umettò le labbra, e vide gli occhi del demone Jorgos incupirsi di
passione.
"Fate come ha detto." Ordinò." E portatemi una ghiandola surrenale!"
Sorridendo, Darla si distese languidamente sulla scrivania.
Aveva idea che quella specie di gorilla in forma di demone non sarebbe
durato ancora per molto, tanto valeva approfittare…
"E fate presto!"
*****
"Però! Hai fatto presto!" Esclamò Spike, sollevando gli occhi dallo
schermo del computer." Dimmi che lo hai pestato!"
Chi?
Angel?
Più facile cavare sangue da una rapa!
Lo aveva visto fare cose così truci da far impallidire il raptus di
ferocia esplorativa di Cordy e Faith, ma dategli il papà di una sua amica
e tornava ad essere il bravo ragazzo del XVIII secolo che sarebbe stato se
lui, come padre, non avesse avito l'animale che aveva descritto!
Gli avrebbe fatto più piacere che quell'uomo, Lockey, l'avesse picchiata
Kate!
Perché in quel caso dubitava che qualcuno sarebbe riuscito a identificarlo
dopo che Angel gli avesse messo le mani addosso, e lui si sarebbe evitato
tutti quei problemi di coscienza!
Il che, pensò, stendendosi all'indietro sulla sedia ergonomica che era la
disperazione di Wesley, lo riportava all'amletico dubbio:
perché Angel se la prendeva tanto per quella donna?
La considerava una sua amica, o almeno così l'aveva considerata prima che
scoprisse la verità su di lui, ma c'era qualcos'altro…
Non che ne fosse innamorato, questo no.
La piaga Buffy Summers appestava ancora l'interezza del suo cuore con la
sua purulenza, però c'era qualcosa negli occhi di Angel… nella passione
con cui voleva difenderla…
Forse era dovuta al fatto che si era sem
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